Contropiede
Famiglia nel bosco: le domande, le sofferenze, la solidarietà della gente e i pregiudizi del wokismo
Sembra incredibile che un Tribunale dei minorenni, la cui composizione prevede anche due giudici onorari su quattro, esperti in materia psicologica ed educativa nominati dal Csm – ma quanti lo sanno? – possa emettere una decisione fortemente criticata, dalla gran parte degli psicologi e psichiatri italiani, a partire di quelli più apprezzati, che vantano un inattaccabile curriculum scientifico, professionale, accademico. Parlo della “famiglia nel bosco” e della decisione dei giudici dell’Aquila di allontanare la madre, Catherine, dai tre figli.
Famiglia nel bosco, la madre allontanata dai figli: la critica di Andreoli, Ammaniti e Cantelmi
Si sono espressi con univoca e critica opinione, esperti del livello di Vittorino Andreoli («crollata la dignità dei giudici. Separando bimbi e genitori si rischiano danni gravi»), Massimo Ammaniti («si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone») e Tonino Cantelmi ( «un nuovo trauma per i bambini…ogni giorno in più in un contesto ulteriormente traumatico può generare problemi permanenti»). Figure autorevolissime, di diversa estrazione e differente orientamento culturale, con all’attivo decenni di esperienza, di accademia, di scaffali di libri scritti: il che induce a farsi domande che inquietano.
A quali scuole di pensiero, scientifiche e professionali, il collegio dei giudici, in particolare i due giudici onorari che sono psicologi, ma anche gli stessi servizi sociali che hanno compilato l’istruttoria, si sono ispirati nell’assumere quell’ordinanza, la quale si scontra con pareri così qualificati, oltre che col senso comune, con la sensibilità della pubblica opinione? Com’è possibile che i membri esperti abbiano potuto ignorare un dato che larga parte della comunità scientifica ritiene sbagliato. Di più: devastante per i tre minori, qual è quello dell’allontanamento della madre? A quali conoscenze, risorse, metodiche in loro possesso si sono mai potuti appellare?
La consulenza tecnica interrotta: interrogativi e sospetti
Il secondo problema che si pone è quello dei servizi sociali e la loro influenza sul collegio. L’impressione è di un capovolgimento dei ruoli: come se i giudici fossero stati “messi sotto” dalle assistenti sociali, che a sua volta sembrano essere state “messe sotto” da sé medesime: da incontrollate pulsioni di irritazione nei confronti di Catherine; il che non è accettabile. Terzo: l’interruzione della consulenza tecnica, ordinata dallo stesso Tribunale, che era in corso, depone molto male. Fa nascere legittimi interrogativi, se non autentici sospetti: come se l’operazione non stesse andando per un verso già programmato e in direzione di un esito prestabilito che poteva essere messo in pericolo.
Se la consulenza – che era stata affidata dallo stesso Tribunale a una psichiatra qualificata – doveva accertare, tra l’altro, «le capacità e competenze genitoriali, nello specifico la capacità di riconoscimento dei bisogni psicologici (in particolare affettivi ed educativi) del minore» e anche «le figure di riferimento riconosciute dagli stessi minori», perché è stata interrotta? Come è stato possibile rinunciare a un atto che lo stesso Tribunale riteneva «necessario»? Un fatto davvero inusuale che peraltro contrasta con i diritti di difesa.
Rivolta morale e solidarietà dell’opinione pubblica
Quarto. Trovo davvero inappropriato che il collegio censuri con parole ingiustificabili che Catherine e Nathan perseguano i propri diritti di genitori anche «invocando pressioni dell’opinione pubblica sull’esercizio della giurisdizione». Questo è sorprendente, davvero. La verità è che non è mai accaduto che un giudizio minorile suscitasse una vera e propria rivolta morale e così tanta solidarietà. Segno che questa vicenda è simbolica: segnala una più estesa e velata questione sociale di cui la politica deve farsi carico. E al quale il discorso pubblico deve dare spazio ospitando un pluralismo di opzioni, e persino a un sano e composto conflitto “culturale”.
Pregiudizi anti-famiglia e pro case-famiglia
In ultimo: «L’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo». Questa la posizione ribadita dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Non c’è nulla da commentare se non che occorre dotare le garanti di più penetranti poteri e vincolare i tribunali dei minori alla leale collaborazione con esse.
La “famiglia nel bosco” sta facendoci scoprire il “bosco segreto” delle carenze e contraddizioni della giustizia minorile: la compressione dei diritti di difesa dei genitori; un contraddittorio processuale minorato; la problematica formazione degli “psico-giudici” onorari e delle assistenti sociali; la carenza di poteri effettivi in capo alle garanti dell’infanzia; il pregiudizio anti-genitoriale e il wokismo sottile anti-famiglie e pro costose case-famiglia. I Trevallion lo fanno con grande forza emotiva, che viene loro da indicibili sofferenze: non possono rimanere senza risposta.