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Famiglia nel bosco a un punto di non ritorno, anzi di ri-partenza altrove

Verso l'esilio?

Famiglia nel bosco in fuga dall’Italia di giudici e servizi sociali: “Non vogliamo rimanere qui, troppa sofferenza”

Cronaca - di Greta Paolucci - 2 Marzo 2026 alle 19:00

L’idillio bucolico tra le montagne dell’Abruzzo si è trasformato in un incubo giudiziario che sta spingendo una famiglia a voltare definitivamente le spalle al nostro Paese. La vicenda di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori della cosiddetta “famiglia nel bosco”, approda sugli schermi internazionali di 60 Minutes Australia, svelando il volto più rigido e controverso del sistema giuridico e dei servizi sociali intestati alla realtà minorile italiana.

Famiglia nel bosco in fuga da giudici e assistenti sociali: è rottura

Ormai lo sappiamo: dopo che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale, i tre figli della coppia vivono da quasi quattro mesi in una struttura di accoglienza, lontano dai genitori. O meglio: con la mamma in un altro piano e in un’altra stanza dell’edificio, e con la presenza di papà Nathan centellinata a dismisura. Con le denunce mediatiche e le carte degli avvocati che, nel corso delle ultime settimane, non hanno fatto altro che stigmatizzare scontri tra Catherine e i gestori della casa d’accoglienza e con la psicologa incaricata del caso, come i traumi dei piccoli che starebbero emergendo a fior di pelle: letteralmente. Con episodi psicosomatici e risvegli notturni nell’incubo.

Mamma Chaterine a un punto di non ritorno. Anzi di ri-partenza altrove…

Quasi un punto di non ritorno che in queste ore la stessa Chaterine ha riassunto emblematicamente asserendo in un’intervista a 60 Minutes Australia (settimanale di attualità australiano in onda su Nine Network, ndr) le criticità della realtà che stanno vivendo e le loro prospettive per il futuro. Allora, come riporta il Corriere della Sera, e rilancia il Tgcom24,  la coppia, che si è vista sospendere dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila la responsabilità genitoriale sui suoi tre figli. E che si batte senza tregua per il ricongiungimento familiare, ha annunciato di voler andare via dall’Italia. «I nostri figli non sopporteranno ancora una volta quel che è accaduto nel Paese. Penso che il nostro futuro sarà in qualche posto in Europa», ha dichiarato Catherine.

Famiglia nel bosco, tra giudici e assistenti sociali, impigliata nelle maglie di un sistema

Le testimonianze raccolte dal Tgcom24 e dal Corriere restituiscono un quadro di profonda sofferenza. Nathan Trevallion parla di un «vuoto dentro, pieno di tristezza», ribadendo che i bambini non meritano il trattamento che stanno subendo. Ancora più toccante il racconto della madre: il figlio, nella casa famiglia, si sveglierebbe la notte urlando e cercando disperatamente il suo aiuto. «Il primo mese ho obbedito, ora inizio a difendere i miei bambini», ha incalzato la donna, ufficializzando di fatto la fine della fase di collaborazione con le autorità.

Pertanto, nonostante un iniziale appello al governo australiano di Anthony Albanese, la coppia ha escluso il ritorno in patria per un motivo che riflette il loro legame profondo con la natura: il loro cavallo, Lee, è troppo anziano per affrontare un volo transoceanico. «Non possiamo tornare in Australia, Lee, il nostro cavallo, è troppo vecchio… Non può volare ancora». Una punta di ironia che, tra amore per la natura e i suoi esemplari, e una nota polemica sulle “gabbie” burocratiche, lascia capire bene lo stato di esasperazione e di polemica in cui versa la donna. E non da oggi…

Per Catherine e Nathan l’Italia dei tribunali è diventata un luogo “non sicuro”

E alla fine della fiera, tra valutazioni e recriminazioni, torti e ragioni reciprocamente validi, il fatto è che vicenda, come poche altre volte a memoria, solleva interrogativi inquietanti sull’equilibrio tra tutela del minore e diritto alla famiglia. Per Catherine e Nathan, l’Italia dei servizi sociali e dei decreti dei tribunali è diventata un luogo non più sicuro per i propri figli e per la loro unità familiare. Perché, ricordiamoci sempre, che non stiamo parlando di genitori maltrattanti e di figli vittime.

Di una sconfitta per il sistema che, invece di accompagnare una scelta di vita non convenzionale – con tutti i suoi limiti, certo, rispetto ai quali qualche apertura è stata dimostrata – ha preferito la via delle carte bollate e della separazione coatta. Spingendo una famiglia, al momento nelle intenzioni e nelle dichiarazioni – «ci piacerebbe rimanere in Italia, se i nostri figli sono al sicuro», ha detto mamma Catherine. Aggiungendo anche: «Non meritano quello che sta succedendo loro» – verso un esilio “forzato”. Che siano le metropoli o il deserto australiano. O qualche ridente paesaggio europeo, poca conta. Sembra proprio che l’importante sia andarsene da dove si trovano impigliati ora: nelle maglie di tribunali, uffici dei servizi sociali e processi mediatici, che stremano e delegittimano.

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di Greta Paolucci - 2 Marzo 2026