Mancava solo questo...
Famiglia nel bosco, altra scure sui bambini, ora è vietato pure vedere i video della madre. Il veto a papà Nathan
Mancava solo questo: ed è stato fatto. Sì, perché non bastava la distanza fisica, ora arriva anche il “silenzio” visivo. La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli si arricchisce di un capitolo che lascia l’amaro in bocca. E che solleva profondi interrogativi sulla gestione degli affetti nei percorsi giudiziari minorili. Ai tre bambini, ospiti della casa famiglia di Vasto, dopo l’allontanamento dalla madre Catherine avvenuto lo scorso 6 marzo, il tribunale ha imposto un nuovo, inspiegabile divieto: i piccoli non possono più guardare i video che ritraggono la loro mamma e la loro casa.
Famiglia nel bosco, i bisogni emotivi sbattono contro il muro della burocrazia
La denuncia stavolta arriva da Rachel, sorella di Catherine, giunta dall’Australia per sostenere la famiglia in questo calvario iniziato dopo un’intossicazione da funghi. Nathan, il padre dei piccoli, era solito mostrare ai figli brevi filmati della madre e della loro amata casa nel bosco, per lenire il trauma del distacco. Ma i responsabili della struttura hanno ritenuto di erigere un altro “muro di protezione”, motivando il divieto con lo status di “struttura protetta”. «È un bisogno emotivo fondamentale che viene negato», accusa la zia dei minori. Il sospetto, neanche troppo velato, è quello di una gestione che rischia di trasformare la protezione in una sorta di isolamento (ostracismo?) affettivo, dove il legame con le proprie radici viene percepito come un “condizionamento” da estirpare piuttosto che un diritto da tutelare.
Tra speranze pasquali e rassicurazioni istituzionali
Nonostante il rigore della struttura, uno spiraglio sembra comunque aprirsi dopo l’incontro tra il padre e l’assistente sociale Veruska D’Angelo, alla presenza della Garante regionale per l’infanzia Alessandra De Febis. Si parla di un possibile incontro tra madre e figli in vista delle festività pasquali, anche se nulla è ancora messo nero su bianco. La Garante getta acqua sul fuoco, parlando di un “clima di collaborazione” e smentendo le voci secondo cui i bambini non sarebbero mai usciti dalla comunità. Tuttavia, le parole di Catherine, affidate ai legali, pesano come macigni: «Saperli ammalati e non poterli consolare mi distrugge».
La famiglia nel bosco tra “fattore umano” e “dovere giudiziario”
Resta il dato di cronaca e il “fattore umano”: può una procedura giudiziaria spingersi fino a vietare il volto di una madre su uno schermo? Il rischio è che, nel tentativo di “proteggere” i minori, si finisca per infliggere loro una ferita ancora più profonda. La priorità della famiglia, pur nei controlli necessari, non può essere calpestata da un pur dovuto zelo burocratico, che sembra ignorare il linguaggio del cuore.