Il discorso al Senato
Dal no alla guerra in Iran agli impegni sul caro-energia: ecco l’intervento integrale di Giorgia Meloni (video)
Ecco l’intervento integrale di Giorgia Meloni al Senato sulla guerra in Medio Oriente, la questione energetica e l’impegno diplomatico italiano.
Grazie Presidente. Onorevoli Senatori, prima di andare ai contenuti propri del Consiglio Europeo della prossima settimana, come sapete, avevo proposto di anticipare ad oggi le previste comunicazioni per relazionare al Parlamento e confrontarmi con le forze politiche, anche su come affrontare la crisi in Medio Oriente, che con i suoi effetti investe direttamente la sicurezza, l’economia e gli interessi italiani ed europei. Una crisi complessa, certamente tra le più complesse degli ultimi decenni, che ci impone di agire con lucidità e serietà. E io mi auguro, sinceramente, che possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che, banalizzando, non aiuta nessuno a ragionare con profondità. Perché, colleghi, qui non c’è un governo che si sottrae al confronto parlamentare, come dimostra la presenza in Parlamento del Ministro degli Esteri Tajani e del Ministro della Difesa Crosetto, per ben due volte in meno di una settimana, e la mia presenza qui oggi.
Qui non c’è un governo “complice” di decisioni altrui, né tantomeno un governo “isolato” in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese italiane. Tutte cose che ho sentito dire in questi giorni e che non fanno giustizia di un impegno che non abbiamo mai smesso di portare avanti in questo delicato quadrante della geopolitica, e che abbiamo intensificato in questi dieci giorni, affrontando la crisi con estrema cautela, in stretto raccordo con i nostri partner europei e in costante contatto con i leader del Medio Oriente e del Golfo, mettendo in campo tutti gli strumenti necessari sul piano politico-diplomatico, su quello militare e della sicurezza, e su quello economico interno.
L’intervento di Giorgia Meloni al Senato: «Chiamati ad affrontare uno dei tornanti più complessi della storia recente»
Qui c’è il governo italiano, chiamato, suo malgrado, ad affrontare uno dei tornanti più complessi della storia recente. E preferiremmo non doverlo fare da soli. Intendo dire che è sempre auspicabile, nelle fasi più difficili della storia, che una Nazione democratica come la nostra sappia compattarsi intorno alla difesa dei propri interessi nazionali. Ma non lo dico, guardate, per proporre una sorta di unanimismo peloso o per tentare di “neutralizzare” la voce delle opposizioni. Lo dico perché uno scenario come questo impone alle classi dirigenti – a tutte le classi dirigenti – responsabilità, lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni alla rapidità degli eventi. E perché, in altri tempi, e in un altro ruolo, è quello che ho fatto io e che ha fatto il partito che guido.
Quando, da leader dell’unica forza politica di opposizione al governo Draghi, non esitai a schierarmi con un governo che politicamente contrastavo senza sconti, nelle ore drammatiche dell’aggressione russa all’Ucraina. Significa che si può fare, senza rinunciare a nulla della propria identità politica e della propria alterità. Mi auguro che lo spirito di questo appello possa essere raccolto e che l’Italia possa parlare, nelle prossime settimane, con una sola voce. Ma voglio, allo stesso tempo, rassicurare gli italiani sul fatto che, anche se questo non dovesse verificarsi, il Governo continuerà a rappresentare l’Italia con autorevolezza, serietà e abnegazione, come sempre abbiamo fatto dall’inizio del nostro mandato.
Le comunicazioni sulla crisi in Medio Oriente e il ruolo dell’Iran nell’islam radicale
<p>Siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali e al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo, ma che ha avuto, come ho già detto, un punto di svolta ben preciso. Ovvero, l’anomalia dell’invasione di una Nazione vicina da parte di un Membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, cioè proprio di quell’organismo che del diritto internazionale dovrebbe essere il primo garante. La destabilizzazione globale che ne è derivata ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove, pure, l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara, e non è quella del 28 febbraio 2026, ma quella del 7 ottobre 2023. È l’attacco, barbaro e folle, al territorio israeliano da parte di Hamas. Un attacco letale e sofisticato che è stato possibile grazie al sostegno – finanziario, logistico e di equipaggiamento – fornito dall’Iran a questo gruppo terroristico.
Lo stesso sostegno che l’Iran ha fornito, negli ultimi decenni, ad Hezbollah in Libano; a molteplici gruppi armati in Iraq e Afghanistan – responsabili anche della morte di soldati italiani; agli Houthi in Yemen; al regime di Assad in Siria. E che si estende oltre i confini del Medio Oriente, se si considera che l’Iran fornisce alla Russia droni Shahed, ovvero l’arma più utilizzata e più insidiosa nella campagna di aggressione alla popolazione civile in Ucraina. È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano.
Un intervento a cui, lo dico subito a scanso di ogni equivoco, l’Italia non prende parte e non intende prendere parte. Un’escalation militare che l’Italia si è invece impegnata, nei mesi scorsi, ad evitare, insieme a nazioni come l’Oman e il Qatar. Ricordo che, per due volte, abbiamo ospitato a Roma i negoziati sul nucleare, e che, dall’inizio, abbiamo sostenuto ogni sforzo di facilitazione che veniva condotto. A lungo, abbiamo anche tenuto aperto un canale di comunicazione con Teheran, sottolineando l’urgenza di un accordo che assicurasse il carattere esclusivamente civile del programma nucleare iraniano.
La pericolosità dell’Iran dal punto di vista nucleare e degli armamenti
<p>Anche qui, penso che non si possa prescindere dall’interrogarsi sul perché un tale accordo non si sia dimostrato possibile. Perché se da una parte la leadership iraniana ha sempre negato di volersi dotare di un’arma nucleare, dall’altra la Repubblica Islamica – come riferito dal direttore dell’Agenzia atomica delle Nazioni Unite Rafael Grossi – procedeva ad arricchire l’uranio fino ad una purezza del 60%, un livello che qualsiasi esperto della materia riconosce essere molto più alto di quello necessario per gli usi civili del nucleare e molto vicino a quello necessario a fabbricare una bomba atomica. Qualcosa di molto diverso, ad esempio, dall’accordo siglato tra Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, che prevede la rinuncia all’arricchimento, da parte emiratina, a fronte della cooperazione americana nello sviluppo del loro nucleare civile. Un quadro, quindi, che non poteva non destare preoccupazione, perché spero sia chiaro a tutti in quest’Aula che non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita, peraltro, ad una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa.<p>Ancora di più, perché questo scenario segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione, e darebbe vita ad una corsa agli armamenti nucleari che avrebbe ripercussioni drammatiche sulla sicurezza globale. Credo che questi elementi debbano tutti essere presi in considerazione, così come dobbiamo ammettere che, non essendo stati parte diretta dei negoziati, non abbiamo gli elementi per avvalorare con certezza, ma neanche per smentire, le valutazioni degli Stati Uniti sull’indisponibilità dell’Iran a chiudere un accordo definitivo. Il punto è che noi viviamo, purtroppo, in un mondo che ci costringe a scegliere tra cattive opzioni. Quindi, da una parte consideriamo drammatico l’avvio di un altro conflitto, e non sottovalutiamo gli impatti diretti – soprattutto di carattere economico – che quel conflitto può generare per l’Italia, ma dall’altra parte sappiamo che si tratta di conseguenze che non sono neanche paragonabili ai rischi che correremmo se facessimo finta di nulla, di fronte allo scenario di un regime fondamentalista che massacra i suoi oppositori, colpisce i Paesi del Golfo e si dota di missili a lungo raggio con testate atomiche.
Affrontare la crisi del Golfo a Bruxelles e con l’Ue
Queste sono le nostre valutazioni e le ragioni della nostra prudenza. Certo, sarebbe molto più facile per noi rispondere con slogan e frasi fatte, alimentando la comprensibile paura dei cittadini, ma sarebbe anche molto meno responsabile e molto più pericoloso. Cosa intende fare il Governo, quindi, e che posizioni porterà a Bruxelles, nel confronto con i partner europei, per fare fronte a questa crisi? Prima di tutto, come dicevo in apertura, sin dall’inizio della crisi ci siamo tenuti in continuo contatto con i leader mediorientali, ma anche con i nostri principali alleati, perché riteniamo che sia fondamentale coordinare i nostri sforzi e le nostre iniziative.
A questo scopo, come probabilmente sapete, ho anche promosso un coordinamento con Francia, Germania e Regno Unito. Con il Cancelliere Merz, il Primo Ministro Starmer e il Presidente Macron abbiamo avuto modo di sentirci più volte, in questi giorni, per condividere le valutazioni sull’evoluzione della crisi e coordinare le rispettive risposte nazionali, a fronte di ripercussioni globali sia sul piano economico che sul piano della sicurezza, inclusa quella energetica e alimentare. Siamo determinati a mantenere questo raccordo per calibrare tempestivamente le strategie comuni e non risparmiare alcuno sforzo, d’intesa con i partner regionali, nel favorire iniziative che riportino stabilità nell’area.
Meloni spiega l’azione immediata dell’Italia sul piano diplomatico
In questo quadro, vedo tre direzioni principali per la nostra azione immediata. Primo, dobbiamo lavorare sul piano diplomatico per verificare se, e quando, dovessero esistere i margini per un ritorno della diplomazia. Un obiettivo che, però, è sicuramente impossibile fino a quando l’Iran continuerà con i suoi attacchi ingiustificati verso i Paesi del Golfo e altri Paesi della regione. Ma intendiamo anche far sentire la nostra voce affinché, nel perdurare delle azioni militari di Stati Uniti e Israele, volte a neutralizzare la capacità bellica iraniana, venga preservata l’incolumità dei civili, a partire dai bambini.
Per questo, a nome del Governo, esprimo ferma condanna per la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab, nel sud dell’Iran, la solidarietà ai familiari delle giovanissime vittime e la richiesta che si accertino rapidamente le responsabilità di questa tragedia. Secondo, dobbiamo completare l’azione di messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani presenti nell’area e dare assistenza a chi è rimasto bloccato. Abbiamo organizzato voli e convogli che hanno permesso di rimpatriare, finora, oltre 25 mila connazionali, dando priorità a chi era in transito e a chi era in situazioni di particolare fragilità. E desidero ringraziare in modo particolare tutte le Nazioni del Golfo, per il grande aiuto che ci hanno dato in questo frangente, così come il Ministero degli Esteri, l’intelligence e la Protezione civile per questo importantissimo lavoro.
Terzo, come già discusso in Parlamento, stiamo fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, così come hanno fatto gli altri principali Paesi europei. E questo non soltanto perché si tratta di Nazioni amiche e partner strategici dell’Italia, ma anche perché in quell’area sono presenti decine di migliaia di cittadini italiani che dobbiamo proteggere, senza contare che, nel Golfo, sono di stanza circa duemila soldati italiani. Inoltre, come sapete, abbiamo inviato una nostra unità navale a Cipro per sostenere un partner europeo che ha visto il proprio territorio colpito da parte iraniana. Un atto dovuto di solidarietà europea, ma anche di prevenzione.
Stop all’ipocrisia della sinistra sul tema delle basi americane e sui rapporti con gli Usa
Permettetemi anche di fare chiarezza, ancora una volta, sul tema delle basi militari. Mi pare che tutti i partner europei si stiano attenendo a quello che prevedono i loro accordi in questa materia. Anche il Governo spagnolo, di cui tanto si parla, ha detto tramite il suo portavoce che “esiste un accordo bilaterale tra Spagna e Stati Uniti, e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo delle basi spagnole”. Il che significa che l’accordo non viene messo in discussione e che non vengono messe in discussione tutte le attività che rientrano nell’accordo. È quello che sta facendo anche l’Italia, e francamente stupisce che questa scelta venga condannata in Patria ed esaltata in Spagna dalle stesse, identiche, persone. Un po’ di logica, da questo punto di vista, non guasterebbe.
<p>A meno che la questione non sia che dobbiamo chiudere le basi americane in territorio italiano, perché in questo caso permettetemi di dire che chi lo sostiene avrebbe potuto farlo quando era al governo (e quando, invece, ha scelto di fare altro), e non lasciarlo intendere quando si trova all’opposizione. Mi corre l’obbligo di ricordare, infatti, che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi, ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche, che non comportano – semplificando – dei bombardamenti. Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe – sempre in virtù di quegli accordi – al Governo. Ma, su questo punto, ribadisco con chiarezza la posizione che il Governo ha già espresso: la decisione, in quel caso, per noi, spetterebbe al Parlamento. Allo stesso modo, e a scanso di equivoci, chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso. Così come ribadisco: non siamo in guerra, e non vogliamo entrare in guerra.
La situazione delicata in Libano nella guerra tra Israele ed Hezbollah
Merita un accenno anche la delicata situazione in Libano, dove purtroppo abbiamo assistito nuovamente alla decisione scellerata di Hezbollah di trascinare l’incolpevole popolo libanese in una nuova guerra con Israele. Ho sentito, nei giorni scorsi, il Primo Ministro Netanyahu, al quale ho ribadito la contrarietà dell’Italia a qualunque escalation, fermo restando il diritto di Israele di rispondere agli attacchi di Hezbollah. Esprimiamo la nostra condanna per le vittime civili, tra i quali il sacerdote Pierre Rai, e la nostra solidarietà alle comunità locali costrette ad abbandonare le loro case, tra le quali le comunità cristiane di alcuni villaggi del Libano meridionale, scortate in sicurezza dai nostri militari.<span class=”Apple-converted-space”>
<p>Allo stesso modo, in Libano, come sapete, sono presenti oltre mille soldati italiani all’interno della missione delle Nazioni Unite, UNIFIL. Si tratta di una missione che, sotto comando italiano, ha un mandato cruciale, quello di sostenere la sovranità, l’integrità territoriale e la stabilità del Libano. Per questo, la sicurezza del personale di UNIFIL deve essere garantita in ogni momento. È una richiesta specifica che reiteriamo ad Israele e siamo estremamente preoccupati dall’attacco che ha colpito nei giorni scorsi il contingente ghanese della missione. Ai feriti e alle Autorità di Accra va tutta la nostra solidarietà. Anche perché in Libano, con il Presidente Aoun e con il Primo Ministro Nawaf, assistiamo alla volontà concreta di porre fine a questo ciclo insensato di violenza, affermando finalmente il monopolio dello Stato sulle armi e lavorando per il disarmo di Hezbollah. È uno sforzo che dobbiamo sostenere, e sul quale l’Italia – che gioca un ruolo centrale nel sostegno internazionale alle Forze Armate Libanesi – è protagonista. Senza, ovviamente, dimenticare il ruolo difficile, ma importante, che i nostri militari continuano a svolgere con coraggio nel Libano meridionale. </p>
Il rafforzamento della sicurezza interna e il tema energetico sono prioritari
Accanto a queste direttrici principali della nostra azione, il governo si è immediatamente attivato per rafforzare la sicurezza interna, a partire dal presidio degli obiettivi sensibili, contro eventuali rischi di terrorismo collegati a possibili cellule dormienti o “lupi solitari”. Tanto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza quanto il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, sono di fatto riuniti permanentemente. E, ovviamente, stiamo dedicando la massima attenzione alle possibili ricadute economiche di questa crisi. Abbiamo predisposto tutti gli strumenti di monitoraggio sull’andamento dei prezzi e il contrasto a eventuali fenomeni speculativi.
<p>Sui prezzi dell’energia, per monitorare i quali il Presidente dell’Autorità per l’Energia, l’ARERA, ha istituito una apposita task force, così come sui beni di consumo, sui quali il Ministro Urso ha attivato quello che tutti conosciamo come “Mr. Prezzi”, cioè il sistema di monitoraggio che verifica se ci sono aumenti anomali e ingiustificati dei prezzi, soprattutto alle pompe di benzina e sui generi alimentari. In particolare, sui carburanti, stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette “accise mobili” che questo Governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023, nel caso i prezzi aumentassero in modo stabile. Come sapete, il meccanismo – la cui attivazione è stata chiesta, peraltro, anche da parte dell’opposizione – consente di utilizzare la parte di maggiore IVA derivante dall’aumento dei prezzi per ridurre le accise. È lo strumento della sterilizzazione che era presente anche nel nostro programma, e la sua attivazione è tra le contromisure che siamo pronti, chiaramente, a prendere. </span></p>
I costi dell’energia e del carburante: ridotto il prezzo per famiglie e imprese
Sui prezzi dell’energia, c’è poi un livello che dipende dall’Unione Europea, con particolare riferimento al sistema di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS, sul quale però tornerò diffusamente tra poco. Ma, intanto, ricordo che il Governo ha recentemente varato un decreto energia di grande rilevanza per ridurre in modo strutturale il prezzo dell’energia per famiglie e imprese, un’iniziativa che nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare, che ha scontentato le grandi aziende energetiche ma in compenso è stato accolto con grande favore da tutto il mondo produttivo.
Riguardo l’attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che voglio dare, agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese, è: consiglio prudenza, perché faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili.
La guerra in Ucraina rimane al centro dell’attenzione per l’Italia
Al Consiglio Europeo della prossima settimana parleremo anche di Ucraina. All’inizio del mio intervento ho citato l’evento che ha generato la crisi dell’ordine internazionale che stiamo affrontando. Il conflitto in Ucraina è purtroppo entrato nel suo quinto anno. E in questo lungo periodo, la posizione italiana non è mai cambiata: l’Italia resta fermamente al fianco di Kiev, del suo popolo e delle sue istituzioni, a sostegno della sua integrità territoriale, della sua sovranità e della sua indipendenza, come ho avuto modo di ribadire al Presidente Zelensky in occasione del nostro ultimo contatto, avvenuto giovedì scorso.
Per noi non si tratta solo di un dovere morale, ma anche di una necessità strategica. Sostenere l’Ucraina significa difendere la sicurezza dell’intero Continente europeo. Così come ho avuto modo di dire in passato, una prospettiva di pace è ora possibile solo grazie alla tenace resistenza ucraina, e al deciso sostegno occidentale, che hanno impedito che la Russia realizzasse la facile invasione dell’intera Nazione, che si era prefissata.
I fatti smentiscono la propaganda russa: pessimi risultati sul campo
I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino, purtroppo ancora forte anche in Italia. Un dato su tutti: dopo mesi di scarsissimi progressi sul campo, nel mese di febbraio 2026 la Russia ha perso più territori di quanti ne abbia conquistati. In sostanza, a febbraio, si è ridotta la percentuale di territorio ucraino sotto controllo russo. Con buona pace di chi sosteneva che la resa incondizionata fosse l’unica strada percorribile per l’Ucraina. Ci tengo anche a evidenziare, ancora, come gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura per la Nazione aggredita ci chiamino direttamente in causa. Per questo, l’Italia è stata presente, accanto ai principali partner europei, anche in occasione dell’ultimo round trilaterale a Ginevra, per un coordinamento diretto con Washington e Kiev.
Si tratta di un segnale politico di grande rilevanza, perché è fondamentale che le sensibilità nazionali ed europee siano al centro del percorso negoziale, atteso che l’intero processo tocca interessi fondamentali dell’Europa e necessita di un consenso europeo. Miriamo a soluzioni condivise che rispettino la dignità ucraina e la solidità dell’asse euroatlantico. Perché una pace vera non si costruisce nel vuoto: si raggiunge solo agendo uniti con i nostri alleati, a partire da Washington, di cui continuiamo a sostenere con convinzione gli sforzi di mediazione.
Inoltre, l’Italia continuerà a promuovere, in sede G7 e UE, la pressione economica sulla Russia, che si ostina a non volere mostrare segnali concreti nel percorso negoziale. Guardiamo al ventesimo pacchetto di sanzioni europee come a un passaggio necessario per ridurre ulteriormente le entrate che alimentano la macchina bellica del Cremlino. Le misure dovranno essere incisive ed efficaci, ma anche calibrate, per evitare ricadute asimmetriche sui nostri operatori economici e sui nostri interessi nazionali.
Il sostegno finanziario per l’Ucraina, promosso dal Consiglio Europeo, è fondamentale
Sul fronte del sostegno finanziario, il compromesso raggiunto nel Consiglio Europeo di dicembre – un nuovo prestito garantito dal margine del bilancio UE – rappresenta uno strumento fondamentale per la sopravvivenza dell’Ucraina. Ma non solo. Perché un eventuale collasso finanziario di Kiev, spero sia chiaro a tutti, comporterebbe danni incalcolabili per l’intera stabilità europea. Accogliamo pertanto con favore l’approvazione dei testi legislativi da parte del Parlamento Europeo, anche se – nonostante l’impegno assunto da tutti i leader in Consiglio a dicembre sia stato preciso – oggi siamo di fronte ad uno stallo che crea non poche difficoltà.
La questione sollevata dall’Ungheria e dalla Slovacchia, legata alle forniture petrolifere dell’oleodotto Druzhba, tuttavia, richiede a nostro avviso una soluzione politica. Anche su questo l’Italia è pronta a dare una mano, ma non consideriamo praticabile aggirare il principio dell’unanimità richiesto per le modifiche al bilancio dell’Unione Europea. La forza dell’Europa risiede nel rispetto delle sue regole e nella capacità di sintesi politica, nel consenso e non nell’imposizione. Lavoreremo nei prossimi giorni affinché l’unità del campo europeo non venga scalfita da dispute bilaterali, perché un’Europa divisa è l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca.
Infine, desidero toccare brevemente il tema dell’allargamento, che come sapete io amo chiamare “processo di riunificazione”. Il negoziato di pace e il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione stanno cominciando a essere due facce della stessa medaglia. Tuttavia, riteniamo che eventuali accelerazioni del processo di allargamento debbano coinvolgere tutti i candidati, a partire da quelli dei Balcani Occidentali, preservando l’equilibrio istituzionale e l’integrità del mercato interno dell’Unione Europea. Solo un’Europa riunificata può raggiungere la forza necessaria per competere e restare sicura e influente nel mondo di oggi.
Il contesto internazionale mette alla prove le economie
Il contesto internazionale che stiamo vivendo mette alla prova anche le nostre economie e la loro competitività. Ne parleremo in modo approfondito nel prossimo Consiglio Europeo, anche con la Presidente della Banca Centrale europea e il Presidente dell’Eurogruppo, in occasione del Vertice Euro che avrà luogo a margine del Consiglio stesso.
Sul fronte della competitività e delle politiche energetiche, come sapete, l’Italia ha adottato da tempo una strategia di stoccaggi e di diversificazione, legata sia ai fornitori che alle fonti, con un costante sviluppo delle rinnovabili, ma anche guardando al nucleare di nuova generazione e, in prospettiva, al traguardo della fusione nucleare. Questo approccio pragmatico ci protegge efficacemente da interruzioni negli approvvigionamenti ma, ovviamente, non può assorbire tutte le tensioni sui prezzi dell’energia che si verificano al diminuire improvviso dell’offerta globale. Proprio per questo, non solo dobbiamo continuare sulla strada del rafforzamento dell’autonomia strategica italiana ed europea, ma dobbiamo soprattutto eliminare rapidamente tutti quei fattori interni – su cui invece abbiamo il pieno controllo – che minano la nostra competitività.
Non dobbiamo autosabotare la competitività
In un contesto come quello attuale, a maggior ragione non possiamo più permetterci di “auto-sabotare” la nostra competitività con burocrazia, “dazi interni” o posizioni ideologiche. Come sapete, da subito questo Governo si è impegnato, senza sosta, su questi aspetti, in particolare per garantire che la transizione ecologica fosse sostenibile per le imprese e per la società, scongiurando il rischio di desertificazione industriale del nostro Continente. Lo scorso gennaio, in occasione del Vertice intergovernativo con la Germania, l’altro grande protagonista dell’industria europea, ho lanciato con il Cancelliere Merz un documento bilaterale per un rilancio della competitività, basato su quattro priorità chiare: la semplificazione e il taglio della burocrazia europea; il rafforzamento del mercato unico; il rilancio dell’industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica; e una politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizioni.
Successivamente, lo scorso 12 febbraio, a margine del Consiglio Europeo informale di Alden Biesen, insieme al Cancelliere tedesco Merz e al Primo Ministro belga De Wever abbiamo riunito un’ampia maggioranza dei Leader europei per parlare di questi temi in modo pragmatico e operativo, con l’obiettivo di fornire alla Commissione indicazioni tempestive e puntuali affinché sul tema della competitività – così come su quello della semplificazione burocratica e normativa – ci sia, finalmente, la svolta che da tempo auspichiamo. Di questi temi abbiamo parlato, nuovamente, in occasione di una videoconferenza organizzata ieri, per preparare al meglio il Consiglio Europeo della prossima settimana. Condividiamo l’idea che in materia di competitività non ci sia più tempo da perdere, tanto più in un contesto internazionale così instabile e imprevedibile: il tempo dell’azione è ora, e sono fiera che il nostro Governo stia giocando un ruolo di primissimo piano in questa direzione.
Il tema energetico e la correlazione con la guerra in Medio Oriente
<p>In occasione di questi confronti, il tema dei prezzi dell’energia – che tuttora variano significativamente da Nazione a Nazione europea – è, ovviamente, emerso come fattore chiave. E, piaccia o no, in molte Nazioni europee, una parte rilevante del costo dell’energia è legato, direttamente o indirettamente al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS. Un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi – in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa – gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra Nazione, toccano i 30 euro per MwH, un quarto dell’intero costo dell’elettricità. Perché, com’è noto, gli ETS sono di fatto una “tassa” voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma che finisce per determinare il prezzo d
i tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa “tassa” non la pagano.
Con lo scoppio della crisi in Medio Oriente, il tema dei prezzi dell’energia ha evidentemente assunto ancora maggiore rilevanza ed è per questo che, a livello europeo, stiamo anche chiedendo – in attesa proprio di questa necessaria revisione annunciata per la seconda metà di quest’anno – di sospendere urgentemente l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente.
Rivedere ETS per correggere l’effetto inflattivo
Aldilà di questa misura emergenziale e urgente, chiediamo che la revisione di ETS corregga strutturalmente l’effetto inflattivo legato all’applicazione congiunta delle regole europee di fissazione del prezzo dell’energia elettrica e dell’ETS. L’ETS dovrebbe colpire solo chi inquina, e non la produzione tramite rinnovabili. Non pagare l’ETS sulle rinnovabili è, peraltro, proprio l’obiettivo che si è posto il Consiglio dei ministri, approvando lo scorso 18 febbraio il cosiddetto Decreto Bollette. La nostra aspettativa è che l’Unione Europea ci consenta di correggere rapidamente, e in maniera strutturale, questo meccanismo controproducente.
Sempre in tema di ETS, chiediamo che vengano affrontate altre due questioni fondamentali: la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, che comprendono, come sapete, alcuni dei settori chiave del Made in Italy – come siderurgia, cartiere, lavorazione del vetro, ceramica – e la riduzione della volatilità del prezzo delle quote ETS attraverso l’introduzione di un “cap”, oppure escludendo dal mercato degli ETS gli attori non industriali, così da limitare ogni speculazione finanziaria su questo strumento.
Ma la riforma dell’ETS non è l’unica proposta che intendiamo portare a Bruxelles in tema di prezzi dell’energia. Vogliamo agire anche sui costi regolatori e infrastrutturali che amplificano artificialmente il prezzo del gas, in particolare le tariffe di trasporto lungo le rotte di importazione. Un’altra opzione che chiederemo di approfondire è la costituzione di un servizio di liquidità di gas a disposizione del gestore del sistema di trasmissione nazionale, sulla base di procedure competitive definite che consentano di individuare fornitori disposti a immettere gas sul mercato nazionale, a prezzi prestabiliti, in caso di necessità. Su tutti questi aspetti, molti dei quali controversi, ovviamente, per via delle differenti condizioni nazionali, siamo al lavoro, e da qui al Consiglio Europeo, come di consueto, intendiamo fare il massimo.
Il nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034
Anche la discussione sul nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 si concentrerà sugli strumenti finanziari attraverso cui rafforzare la competitività del nostro sistema economico. Su questo fronte, la proposta presentata dalla Commissione Europea il 16 luglio scorso ha segnato un cambio di passo significativo, con circa 450 miliardi di euro dedicati alla competitività e alla ricerca. Dal nostro punto di vista, competitività significa sostegno alle industrie di punta, ma anche – come ricordavo prima – lotta determinata alla deindustrializzazione che minaccia il nostro Continente a causa delle politiche ideologiche, miopi e autolesionistiche del recente passato.
Pertanto, in tema di competitività saremo inflessibili su alcuni principi: la piena applicazione del principio di neutralità tecnologica, che un anno fa riuscimmo a introdurre nelle Conclusioni del Consiglio Europeo e che deve rimanere una bussola irrinunciabile, e il sostegno alle industrie in transizione, a partire dal settore automotive, sul quale ci aspettiamo concreti passi in avanti rispetto alla proposta eccessivamente timida presentata dalla Commissione europea. Un’altra priorità riguarda il sostegno alle piccole e medie imprese, all’interno del nuovo Fondo Europeo per la Competitività, attraverso risorse dedicate e strumenti mirati e accessibili, anche per favorire un afflusso bilanciato delle risorse UE verso tutti i nostri territori.
Allo stesso tempo, affronteremo con spirito propositivo il tema del rafforzamento e completamento del Mercato interno e del ventottesimo regime, il nuovo quadro giuridico semplificato per imprese innovative. Il tema della competitività si inquadra, chiaramente, in un negoziato sul QFP estremamente ampio, che ancora deve affrontare in dettaglio temi cruciali come la dimensione finanziaria, ma da parte nostra abbiamo ben chiare le priorità italiane. Il tema delle risorse è centrale: siamo favorevoli a investimenti ingenti nella competitività, ma ciò non deve in alcun modo compromettere la Politica Agricola Comune e la Politica di Coesione. Competitività e politiche tradizionali non sono in contrasto, sono invece due facce della stessa medaglia. La Coesione, infatti, contribuisce alla competitività e rafforza il Mercato interno, assicurando al contempo la convergenza dei territori.
Le risorse proprie e la modernizzazione del bilancio
C’è, poi, la questione delle cosiddette “risorse proprie”. E qui, anche qui, il nostro obiettivo è molto chiaro: evitare che, per sostenere la competitività di pochi, si finisca con l’introdurre nuove tasse europee per tutti. Il Governo è impegnato dal primo giorno nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese: e non faremo rientrare dalla finestra ciò che stiamo cercando di buttar fuori dalla porta.
Riteniamo, inoltre, che si debba modernizzare il bilancio, eliminando i cosiddetti “rebates”, gli sconti fiscali ormai anacronistici e iniqui di cui ancora beneficiano alcuni Paesi. E penso al tema delle condizionalità, in particolare a quelle legate allo Stato di diritto, che a nostro avviso non devono essere utilizzate strumentalmente, e a quelle ambientali con riferimento al principio “do no significant harm” che, se mal interpretato, come spesso accade, rischia di minare proprio quella competitività tanto declamata.
Rafforzare il commercio internazionale: visione approfondita sugli accordi commerciali in Ue</h2>
<p>Nell’attuale contesto geopolitico risulta fondamentale anche rafforzare il quadro relativo al commercio internazionale, dal nostro punto di vista, secondo tre direttrici. Uno: consolidare gli accordi esistenti, a partire da quello con gli Stati Uniti, a seguito della nota sentenza della Corte Suprema e delle successive decisioni dell’amministrazione americana, e dal recente Accordo Ue-Mercosur, che la Commissione ha annunciato di voler attuare in via provvisoria. Due: giocare un ruolo proattivo nella definizione di nuovi accordi, a partire da quello storico con l’India. Tre: rafforzare il principio di reciprocità, come meritoriamente fa il nuovo Regolamento, che vieterà l’ingresso nel mercato europeo di prodotti agricoli trattati con antibiotici e pesticidi banditi in UE, e il sistema dei controlli doganali, per garantire parità di condizioni tra i nostri produttori e quelli extra-europei. Un tema, quest’ultimo, su cui l’Italia è da sempre all’avanguardia, tanto da avere proposto Roma come sede della nuova Agenzia europea delle Dogane: una sfida complessa ma motivante, su cui il Governo è impegnato insieme a Roma Capitale e su cui ci aspettiamo un sostegno corale da parte di tutte le forze politiche e di tutto il Sistema Italia.
Qual è il piano dell’Italia al prossimo Conglio Europeo: a partire dal tema della difesa
Al Consiglio Europeo faremo anche il punto sullo stato di attuazione della tabella di marcia per la prontezza della difesa europea, un tema sempre più attuale e urgente, in particolare per quanto riguarda il piano di azione sui droni e sulla sicurezza anti-droni, cui l’Italia, con le eccellenze della propria industria della difesa, potrà dare un contributo essenziale. In questo quadro intendiamo ribadire l’importanza di assicurare che questi progetti siano mirati a garantire la sicurezza di tutti i Paesi dell’Unione. Ancora una volta, i fatti hanno confermato che tutti i confini dell’Alleanza hanno la stessa rilevanza, e che la prontezza europea nella difesa deve essere sviluppata a 360°. Tutti conosciamo, e sosteniamo, la necessità di proteggere il fianco Est dell’Europa e della NATO. Ma non possiamo consentire – come ho già più volte ricordato in quest’aula richiamando i conflitti e l’instabilità nel Medio Oriente, in Libia, nel Sahel, nel Corno d’Africa – che si perda di vista il nostro fianco meridionale.
Intanto, l’Italia prosegue nel percorso di rafforzamento della sua difesa, anche grazie all’approvazione dei finanziamenti agevolati previsti dal programma SAFE (Security Action for Europe), con l’assegnazione di 14,9 miliardi di euro a progetti che abbiamo attentamente selezionato per massimizzare lo sviluppo dell’industria della difesa nazionale e le ricadute occupazionali, privilegiando lo sviluppo di strumenti dual use, cioè utilizzabili, cioè tanto a scopo militare quanto civile. In ultimo, torneremo, anche in questo Consiglio Europeo, a parlare di immigrazione. Oggi, come non mai, c’è ampio consenso tra gli Stati membri sulla linea politica da seguire in ambito migratorio, tanto a livello di legislazione interna che di dimensione esterna.
Meloni: «Fiera del fatto che stia prendendo corpo un pacchetto di normative importantissime»
Sono particolarmente fiera del fatto che stia prendendo corpo un pacchetto di norme importantissime, che l’Italia ha fortemente voluto e sostenuto, lavorando per costruire su di esse il più ampio consenso possibile: la revisione del concetto di Paese terzo sicuro; l’adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri, con la possibilità di designare Paesi di origine sicuri con eccezioni territoriali e personali; e, a breve, la revisione del Regolamento rimpatri con la previsione esplicita degli hub per i rimpatri in territorio extra-Ue. In sostanza, oggi l’Europa ci dice chiaramente, e nero su bianco, che il Governo italiano ha tutto il diritto a far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo, e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania. Come accaduto nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e – è molto desolante doverlo raccontare – violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale.
Decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso. Ma voglio dirlo chiaramente: nel pieno rispetto della Costituzione, noi continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per rispettare la volontà popolare di combattere l’immigrazione illegale e garantire la sicurezza dei cittadini. Intanto, in vista della piena operatività del nuovo Patto Migrazione e Asilo, con il recente DDL Sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri, abbiamo disposto il potenziamento dei centri di accoglienza e di permanenza per il rimpatrio, anche attraverso il sostegno operativo di Croce Rossa italiana.
Le relazioni internazionali dell’Italia proseguono, anche per affrontare la sfida migratoria
Continua, inoltre, il lavoro con i nostri partner per assicurare che le convenzioni internazionali siano adeguate alle sfide migratorie del nostro tempo. Lo stiamo facendo sia a livello di Consiglio d’Europa, dove stiamo lavorando affinché il Comitato dei Ministri sposi la posizione italo-danese – adottata lo scorso dicembre da 27 Stati membri – sulla necessità di un aggiornamento della Convenzione, sia a livello di Nazioni Unite, anche in vista del prossimo “International Migration Review Forum”.
È chiaro a tutti che crescente instabilità può significare anche possibili nuovi flussi. Di fronte a questo rischio, a maggior ragione, la posizione italiana non cambia: una cosa è la protezione umanitaria, che deve essere riservata a chi davvero la merita, come abbiamo dimostrato da ultimo nei confronti del popolo palestinese; altra cosa è l’immigrazione irregolare, che invece deve essere scoraggiata, non soltanto perché problematica per i Paesi di destinazione, ma anche perché mette a repentaglio la vita e le prospettive di un’esistenza dignitosa dei migranti stessi. La forte diminuzione in questi anni delle morti nel Mediterraneo sta lì a dimostrarlo, ed è uno dei risultati di cui l’Italia deve andare maggiormente fiera.
Meloni sferza l’opposizione: «a Bruxelles rivendicherò con orgoglio ciò che l’Italia può e deve fare»
In conclusione, colleghi, quando andrò a Bruxelles la settimana prossima lo farò per rivendicare con orgoglio ciò che l’Italia può e deve fare, per sé stessa e per l’Europa. Perché le crisi di oggi non ammettono né debolezze né ambiguità: o l’Europa trova il coraggio di difendere i propri confini, la propria libertà, il proprio benessere, o è destinata all’irrilevanza, in un mondo che non fa sconti a nessuno. Per quello che ci riguarda abbiamo scelto da che parte stare. Dalla parte del realismo contro l’ideologia, delle soluzioni contro i proclami, dell’orgoglio nazionale contro le tifoserie.
<p>E poco importa che si tenti di dire che siamo isolati, proprio mentre siamo al centro di ogni coordinamento internazionale. Poco importa che a ogni tornante difficile, debba sentirmi ripetere che il nostro governo dovrebbe scegliere da che parte stare tra uno e l’altro, che dovrebbe schierarsi con questo o con quello, che dovrebbe seguire l’uno piuttosto che l’altro, come immagino potrebbe accadere anche oggi. Perché sapete già che non condivido questa visione provinciale della politica europea e internazionale, e ancora meno condivido l’idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio. Noi seguiamo sempre e solo lo stesso obiettivo, ci schieriamo sempre e solo con un unico interesse, che è quello dell’Italia. Una grande Nazione, che ha le radici nel Mediterraneo, la testa in Europa e il cuore con l’Occidente. Lo facciamo con orgoglio e determinazione, ogni giorno. E a maggior ragione intendiamo farlo con determinazione in questo tempo molto difficile. </span>Vi ringrazio.