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Panico Ue

A Bruxelles cresce l’ansia: la destra non viene più chiamata “estrema”. Sinistra in lacrime…

Secondo una parte del commentariato europeo il problema non è la politica, ma il lessico. Così ogni dissenso diventa “radicalismo” e ogni etichetta un’arma retorica. Arriva l'appello di Politico.eu al mainstream: "Che i media smettano di normalizzare l'estrema destra"

Politica - di Alice Carrazza - 8 Marzo 2026 alle 07:00

Secondo Politico.eu, più precisamente secondo Georgios Samaras, politologo del King’s College di Londra – sì lo stesso di Luigi Di Maio… ma tralasciamo – il vero problema del giornalismo contemporaneo sarebbe il lessico. Non la qualità dell’analisi, non il livello sempre più scadente del dibattito pubblico, ma le parole. Non a caso, pochi giorni fa sul sito campeggiava un titolo piuttosto perentorio: Media must stop normalizing the far right. La tesi è semplice: i media starebbero contribuendo a “normalizzare” l’estrema destra non tanto per ciò che raccontano, ma per come la chiamano – evitando l’etichetta esplicita.

La nuova superstizione linguistica

La tesi ha un fascino immediato, soprattutto nei circoli accademici dove l’analisi politica spesso scivola nella semiotica morale. Se solo usassimo il termine giusto – sembra suggerire Samaras – la minaccia sarebbe finalmente smascherata. Il problema è che questa interpretazione attribuisce al linguaggio un potere quasi magico. Come se la politica europea fosse determinata da un lessico troppo gentile piuttosto che da conflitti sociali reali. È una visione che confonde l’analisi con l’esorcismo.

Dov’è finita l’“estrema destra”?!

Negli ultimi vent’anni il dibattito europeo ha sviluppato una singolare abitudine: espandere indefinitamente il significato di “estrema destra”. Il termine, che un tempo indicava movimenti apertamente autoritari o nostalgici dei regimi del Novecento, oggi viene applicato con sorprendente elasticità.

Partiti nazional-conservatori, formazioni populiste, movimenti euroscettici e perfino governi democraticamente eletti vengono inseriti nello stesso calderone. Il risultato non è una maggiore chiarezza, ma esattamente il contrario. Quando tutto viene etichettato come “estrema destra”, il concetto perde qualsiasi utilità analitica.

Il problema non è la normalizzazione

Ma andiamo a fondo. Samaras sostiene che l’uso di categorie alternative contribuisca a rendere accettabili idee radicali. Questa lettura ignora però un fatto elementare: molte di queste categorie non nascono per normalizzare, ma per descrivere fenomeni diversi. Il populismo, per esempio, non è una dottrina scolpita nel marmo ma, molto più banalmente, uno stile politico. Qualcuno dirà: “Di destra, ovviamente”. Davvero? Peccato che oggi lo si ritrovi sparso un po’ ovunque nello spettro politico. E, ironia della storia, le sue radici non stanno affatto nei circoli estremisti ma negli ambienti socialisti russi di metà Ottocento.

Allo stesso modo il conservatorismo non è una variante educata del fascismo, di cui abbiamo il “brevetto” per parlarne solo in Italia, oltretutto. Quanto all’etichetta “estrema destra”, non è stata inventata per fare scena nei titoli dei giornali, ma per distinguere tra gradazioni diverse di radicalità. Usarla come un timbro universale per tutto ciò che non piace è più propaganda che scienza politica.

L’autorità delle élite linguistiche

Dietro questa ossessione terminologica si intravede, comunque, un’altra dinamica. Chi controlla le etichette controlla il campo di gioco. Accademici, commentatori e media si sono progressivamente attribuiti il ruolo di arbitri del linguaggio politico. Stabilire chi sia “accettabile” e chi no diventa una questione semantica prima ancora che politica.

L’obiettivo? Delegittimare l’avversario attraverso le etichette.

Il paradosso della censura morale

Tuttavia, questa smania della sinistra radical per la “normalizzazione” produce spesso l’effetto opposto. Più si tenta di patologizzare certe posizioni politiche, più queste acquistano visibilità e attrattiva. Trasformare intere aree dell’elettorato europeo in un fenomeno quasi deviante non rafforza la democrazia liberale. Alimenta il risentimento verso istituzioni percepite come moralmente paternalistiche. La politica non è un seminario sul politically correct. È il luogo del conflitto tra interessi, visioni e identità.

Il vero problema: la crisi del linguaggio politico

Il dibattito pubblico europeo soffre certamente di una crisi linguistica. Non perché i media evitino parole troppo dure, ma perché il “discorso” politico si è progressivamente impoverito. Oggi si preferisce individuare un colpevole piuttosto che comprendere la realtà. È proprio qui che l’analisi politica dovrebbe distinguersi dalla militanza ideologica: non nella ricerca dell’etichetta moralmente più severa, ma nel recupero della precisione che il dibattito pubblico ha via via smarrito.

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di Alice Carrazza - 8 Marzo 2026