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Votare Sì fa bene alle donne: in magistratura sono “la maggioranza che non conta”. Perché la riforma può fare la differenza

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Votare Sì fa bene alle donne: in magistratura sono “la maggioranza che non conta”. Perché la riforma può fare la differenza

Politica - di Achiropita Curti*, Domenico Menorello* - 11 Febbraio 2026 alle 14:31

In Italia, la magistratura ha vissuto negli ultimi anni una trasformazione demografica significativa. Le donne non solo sono presenti in numero crescente, ma oggi rappresentano la maggioranza tra i magistrati in servizio. Secondo i dati più recenti del Consiglio Superiore della Magistratura, aggiornati al 5 marzo 2025, le donne sono circa 5.479 su 9.662 magistrati (inclusi quelli fuori ruolo e i magistrati ordinari in tirocinio), e sono, dunque, pari a circa il 56,7% del totale. Anche nei concorsi per l’accesso alla magistratura, “la percentuale di vincitrici supera stabilmente quella dei vincitori dal 1996. E raggiunge il picco con il concorso bandito con decreto ministeriale del 19 ottobre 2019: su 209 idonei, sono 145 le donne, pari al 69,3%”: così il comunicato stampa del Ministero della Giustizia del 7 marzo 2025.

Le donne in magistratura sono in numero crescente: i dati

Una forbice tra il 56% e il 69%; è il range percentuale di donne vincitrici dei concorsi in magistratura banditi tra il 2016 e il 2022, che certifica una presenza femminile prevalente nella professione. I dati, della Direzione generale dei magistrati del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi del Ministero, sono ancora parziali per i concorsi più recenti e in via di espletamento, in particolare, quelli banditi con i decreti ministeriali del 9 ottobre 2023, dell’8 aprile 2024 e del 10 dicembre 2024”. Eppure alla parità nei numeri, non corrisponde un’altrettanta parità nei cosiddetti ruoli di “potere”. Nonostante la maggioranza numerica, le donne restano sottorappresentate nei vertici della magistratura.

Uno squilibrio inequivocabile

Nei principali uffici con giurisdizione nazionale — Corte di Cassazione, Direzione e Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Tribunale superiore delle acque pubbliche — la presenza femminile si riduce intorno al 37% e solo circa un terzo dei magistrati con incarichi direttivi è donna. Dai dati dell’ufficio statistico del CSM, infatti, quasi 3 magistrati su 4 (il 68% circa), tra coloro che esercitano funzioni direttive – in totale 416 – sono uomini. Uno squilibrio che si registra sia negli uffici giudicanti che in quelli requirenti. La percentuale di donne con ruoli direttivi negli uffici giudicanti è pari al 37,8% e negli uffici requirenti è di circa il 23%. Tra gli uffici giudicanti, le quote più elevate si registrano nei Tribunali di sorveglianza (61%) e nei Tribunali per i minorenni (59% circa); mentre restano basse in Corte di Cassazione (33%), Corte d’appello (32%) e Tribunali ordinari (31,5%).

Per quanto riguarda gli uffici requirenti, la maggiore presenza femminile si registra nelle Procure per i minorenni, dove le donne occupano circa i due terzi degli incarichi direttivi. Rimane invece molto bassa la loro rappresentanza nelle Procure generali e nelle Procure della Repubblica, con valori, rispettivamente, intorno a circa il 16% e 17%. Presso la Procura generale della Cassazione, infine – alla data del 5 marzo 2026 – il dossier ha confermato la presenza di una sola donna in un ruolo direttivo. Nell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, sono 6 su 20 le donne (togate) elette dalla magistratura (4 su 10, invece, le componenti laiche elette dal Parlamento) e, per la prima volta nella storia del CSM, le donne hanno raggiunto un terzo dei componenti, anche in virtù della legge n. 71/2022.

Gender gap: ostacoli sistemici

I dati però sono inequivocabili e non lasciano spazio a interpretazioni. In un settore, quello giudiziario, in cui il principio di pari opportunità dovrebbe essere pienamente garantito, la maggioranza numerica delle donne non si riflette nei ruoli di potere e nelle responsabilità apicali, confermando così un oggettivo gender gap. Questo divario non può essere spiegato né dal merito né dall’accesso alla professione; ma segnala senza dubbio l’esistenza di ostacoli sistemici nelle dinamiche di carriera, che impediscono alle donne di accedere ai vertici ed evidenzia, al contempo, la realtà di una “maggioranza che non conta”. In tale scenario, proprio la riforma può fare la differenza.

Perché la riforma può fare la differenza

Infatti, è su questo terreno che si colloca il possibile beneficio della riforma della giustizia, oggetto del referendum del 22 e 23 marzo 2026. In un sistema in cui l’accesso alla professione e ai concorsi è basato su criteri tecnici e formalmente imparziali — come dimostra la costante prevalenza femminile tra i vincitori — la riforma non offre una garanzia automatica di equilibrio di genere nell’avanzamento di carriera e nell’accesso alle posizioni apicali; non reca norme di promozione della donna; non introduce “quote rosa”, ma contribuisce  a rimuovere ostacoli sistemici che hanno storicamente impedito a chi è numericamente in maggioranza — in questo caso, le donne — di riflettersi proporzionalmente nei vertici decisionali.

Due elementi chiave della riforma della giustizia

Due sono gli elementi chiave della riforma che, intervenendo sull’ordinamento giudiziario e sulla struttura del sistema, mirano a ridurre quei meccanismi informali che, per lunghi anni, hanno influenzato le progressioni di carriera; offrendo una reale occasione per rendere le carriere più trasparenti, coerenti e basate sul merito. Il primo, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, se da  un lato contribuisce a rendere i percorsi più chiari, prevedendo criteri di avanzamento coerenti con la funzione esercitata; dall’altro, rendendo le progressioni più prevedibili e basate sul merito, può avere effetti significativi: non solo nel limitare l’influenza delle reti trasversali che oggi determinano spesso chi possa accedere ai ruoli direttivi; ma soprattutto nell’offrire alle donne una maggiore possibilità di tradurre la loro maggioranza numerica in accesso meritocratico ai vertici.

Il ruolo del sorteggio

Il secondo rilevante cambiamento è dato dall’introduzione del meccanismo del sorteggio per la composizione dei due Consigli Superiori della Magistratura (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri). Riducendo il peso delle competizioni elettorali interne e il ruolo delle correnti organizzate, il sorteggio indebolisce quei “canali” di potere che hanno favorito chi era più inserito nei “centri decisionali” – frequentemente a prevalenza maschile – degli uffici sia giudicanti che requirenti, mirando a rendere l’autogoverno più neutro, trasparente e meno condizionato da appartenenze, così da innescare una maggiore proporzionalità della presenza femminile in linea con i risultati concorsuali d’accesso alla professione.

La riforma, dunque, nel termini espressi, non si limita a riorganizzare l’ordinamento giudiziario; ma intervenendo su processi profondi di autogoverno e di costruzione delle carriere, nonché incidendo sulle condizioni strutturali che per molto tempo hanno alimentato diseguaglianze, anche di genere, concorre a creare condizioni migliori per le donne nel lungo periodo. La parità, come ricorda l’articolo 3 della Costituzione, non si esaurisce nell’uguaglianza formale. La completa attuazione del secondo comma, richiede che siano eliminati quei fattori che, di fatto, limitano l’accesso di una parte della collettività ai ruoli di responsabilità.

Cosa disse Eugenia Roccella

Come spesso ha affermato Eugenia Roccella, Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità: “C’è bisogno che le donne siano libere di scegliere se avere una carriera o se avere una vita privata come vogliono, avendo figli senza che questo sia una penalizzazione (…) Non siamo ancora a una piena inclusione delle donne, che purtroppo sono trattate ancora come una minoranza (…) La prima forma di inclusione è dunque quella di raggiungere obiettivi di parità fra uomo e donna, … e dall’altra parte la parità nei ruoli apicali e nel lavoro” (intervento alla “G7 – Industry Stakeholders Conference: Bridging Gaps and Building Futures”, organizzata a margine della Ministeriale G7 sulle Pari Opportunità a Matera nell’ottobre 2024).

L’equilibrio tra uomini e donne rafforza il sistema

Una magistratura, il cui autogoverno sia più equilibrato tra uomini e donne, rafforza il funzionamento dell’intero sistema, in quanto l’apporto armonioso di competenze diverse e di merito è essenziale per garantire una giustizia più solida, indipendente e autonoma. In questo senso, la riforma della giustizia può essere letta anche come un passo concreto e un intervento strutturale verso una magistratura più eguale al suo interno e, proprio per questo, più credibile all’esterno.

Rimuovere gli ostacoli non significa, tuttavia, che la parità sarà automaticamente raggiunta, ma senza un sistema di regole capace di garantire percorsi trasparenti, senza una politica giudiziaria ispirata a criteri di concretezza ed equità e volta a favorire un’inversione di tendenza, che sostenga la maternità e la genitorialità nelle fasi iniziali della vita professionale e, al contempo, assicuri, nella fase successiva, opportunità di progressione fondate sul merito – nel rispetto della libertà di scelta e scevre da influenze e condizionamenti correntizi – la distanza tra presenza femminile e potere decisionale continuerà a esistere.

Votare Sì gesto di responsabilità e concretezza

In un contesto in cui le donne sono la maggioranza nella base della professione, ma minoranza nei vertici, ogni riforma dunque che aumenti trasparenza e prevedibilità diventa strategica, favorendo la piena realizzazione delle pari opportunità. La riforma, in conclusione, non è la soluzione definitiva alla questione di genere nella magistratura, ma può rappresentare una condizione necessaria per trasformare la parità dei numeri in parità di ruoli. Partecipare al voto è un gesto di responsabilità e di concretezza. Votare SÌ è l’occasione da non perdere per costruire un sistema più equo e trasparente, in cui la donna conti non solo formalmente, ma anche nell’accesso ai ruoli apicali e nelle decisioni che guidano (e orienteranno) il futuro della magistratura.

*Avv. Achiropita Curti, Segretario Comitato Civico Nazionale “Per un giusto Sì”

*Avv. Domenico Menorello, Vicepresidente Vicario Comitato Civico Nazionale “Per un giusto Sì”

 

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