CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

Principe Andrea Epstein

Tra dramma e sitcom

Scandalo Epstein: il Principe Andrea scarcerato, ma rischia grosso. E spunta anche l’accordo segreto con la Cina

Arresto a Sandringham per “cattiva condotta in una carica pubblica”, strana corrispondenza e segreti d’ufficio: il rischio non è solo giudiziario, in ballo c’è l’intero sistema monarchico

Esteri - di Alice Carrazza - 20 Febbraio 2026 alle 09:27

«Non si può chiudere un occhio, i reali devono affrontarlo anche nel loro interesse: ma sono stati così abituati a cavarsela…». La frase circola tra i corrispondenti come un avviso: qui non si misura soltanto la caduta del principe Andrea — un tempo cocco della regina e ora diavolo della monarchia —, si misura la tenuta dell’istituzione che lo ha protetto, rinominato, infine scaricato tra mille “se” e mille “ma”.

L’arresto di Andrea e i prossimi guai

Giovedì, alle 8 del mattino nel Norfolk, la Thames Valley Police ha arrestato un uomo sui sessant’anni nella tenuta di Sandringham. L’accusa: cattiva condotta in una carica pubblica. Il cuore dell’indagine è l’ipotesi che Andrew, quando era inviato commerciale del Regno Unito, abbia condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein. Lui nega illeciti legati al losco magnate e finanziere. Dopo ore in custodia, è stato rilasciato “sotto indagine”, mentre proseguivano perquisizioni nel Norfolk e nel Berkshire.

Cosa succede adesso?

Gli avvocati britannici ricordano che l’arresto non è un verdetto. Serve a interrogare con avvertimento formale, a cercare prove, a sequestrare materiale. Le prime 24 ore sono la cornice ordinaria; oltre si entra nelle eccezioni riservate ai reati più gravi. La decisione su un’eventuale incriminazione non spetta alla polizia ma al Crown Prosecution Service, che dovrà valutare se esista una prospettiva realistica di condanna e se procedere sia nell’interesse pubblico. La formula “Release under investigation” è un limbo senza scadenza: nessuna condizione, ma la minaccia di aprire il sipario quando le carte saranno pronte.

Le email e il nervo scoperto del ruolo pubblico

I documenti citati delineano un possibile schema: viaggi ufficiali come inviato commerciale tra il 2001 e il 2011, accesso a dossier, contatti e briefing. Tra le contestazioni, l’inoltro a Epstein di dettagli su trasferte in Asia e di relazioni ufficiali ricevute da un assistente, oltre a materiale su opportunità d’investimento in Afghanistan, inclusa la provincia di Helmand.

Ma c’è qualcosa di ancora più marcio. Un’inchiesta del The Telegraph firmata da Janet Eastham, rivela i dettagli: il principale collaboratore del principe avrebbe stretto un accordo riservato con lo Stato cinese mentre l’ex principe risultava profondamente coinvolto nella società dell’assistente, una struttura nella quale – sempre secondo il quotidiano – sarebbe stato attivo anche Epstein. Il giornale ha pubblicato inoltre un’immagine che ritrae Andrea accanto a Hui Ka Yan, presidente del colosso immobiliare Evergrande, e al suo allora aide David Stern, rafforzando l’impressione di una rete di relazioni commerciali intrecciate tra incarichi ufficiali e interessi privati.

È qui che l’accusa diventa esplosiva: la cattiva condotta in una carica pubblica, reato di common law, richiede di provare un abuso deliberato della fiducia pubblica. La pena massima può arrivare all’ergastolo, ma la soglia probatoria è alta e lo stesso reato è da anni al centro di critiche e di progetti di riforma.

Il Palazzo e la linea del silenzio

Andrew Lownie, biografo dell’ex duca, entra a gamba tesa sul punto che fa più male ai Windsor, cioè il “chi sapeva cosa”. «L’ultima cosa che la famiglia reale vuole è un dramma. È tutta scena quando dicono che fanno tutto quello che possono: prima dicevano che non potevano spogliarlo dei titoli, e poi hanno scoperto che potevano farlo», dice Lownie al Corriere della Sera. «Dicono che coopereranno con la polizia, ma avrebbero potuto farlo negli scorsi 25 anni, perché sapevano tutto di Andrea: lo hanno coperto, hanno cercato di mettere a tacere le storie su di lui». Hanno provato, non ha funzionato. «Ci sono grosse domande per i reali: cosa sapevano, quando sapevano, cosa hanno fatto allora, cosa faranno adesso».

Monarchia al bivio

Prima strada: cooperare davvero, anche consegnando registri e materiali utili, oppure ridurre tutto a caso individuale e difesa reputazionale. Seconda strada: evitare passi falsi comunicativi mentre il Contempt of Court Act impone prudenza e la polizia avverte che il caso è “attivo”.

C’è poi una terza via: in un Regno Unito attraversato da fragilità economiche e da una politica che cerca nuovi equilibri, ogni percezione di impunità ereditaria costa consenso, soprattutto tra i giovani. L’arresto è un atto. La prossima mossa, per il principe Andrea e per la Corona, dirà se la storia finisce in aula o se diventa un test di sopravvivenza istituzionale. E nessuno, a Londra, sembra più disposto a distogliere lo sguardo.

Non ci sono commenti, inizia una discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Alice Carrazza - 20 Febbraio 2026