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Davide Rondoni, presidente del Comitato per gli 800 anni dalla morte di San Francesco

L'intervista

«San Francesco, estremo senza essere estremista. Unisce oltre la politica e le ideologie». Parla Davide Rondoni

Il presidente del Comitato per le celebrazioni degli 800 anni dalla morte del santo di Assisi spiega che «a unire non sono le ideologie né i compromessi, ma le testimonianze di grandezza»

Cronaca - di Fernando Massimo Adonia - 15 Febbraio 2026 alle 07:05

Un santo capace di fare ciò che alla politica spesso riesce a fatica: unire. Dal 2026, il 4 ottobre tornerà a essere festa nazionale dedicata a San Francesco, patrono d’Italia, con il voto quasi unanime del Parlamento. Più di un atto istituzionale, un segnale di coesione culturale. Nel contesto dell’Anno speciale per l’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi – inaugurato il 10 gennaio scorso e destinato a concludersi il 10 gennaio 2027 – ne parliamo con Davide Rondoni, poeta e scrittore, nonché presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni.

Rondoni, mettendo tutti d’accordo, possiamo dire che il santo di Assisi abbia compiuto un miracolo politico?

«Più che di miracolo parlerei di un segno. Quando ho proposto di ripristinare la ricorrenza del 4 ottobre, mi sembrava semplicemente giusto che l’Italia tornasse a onorare il suo patrono come faceva un tempo. In fondo, è meglio avere patroni in cielo che padroni sulla terra. Il voto è stato quasi unanime: pochissimi gli astenuti».

Che segno è, allora?

«Il segno che a unire non sono le ideologie né i compromessi, ma le testimonianze di grandezza. Quando una figura è così evidente, la si riconosce. È anche un segnale di maturità della nostra politica».

Perché su San Francesco la politica converge, mentre su quasi tutto il resto sa soltanto dividersi?

«Perché Francesco è un fatto storico, non una teoria. E i fatti si offrono a molte interpretazioni, ma restano lì, solidi. Non è una norma, non è una filosofia: è una storia concreta. Ognuno può essere colpito da un aspetto diverso della sua vicenda, ma tutti ne abbiamo bisogno. Francesco è di tutti: non nel senso che ognuno possa farsene un’idea a proprio uso e consumo, ma nel senso che tutti possiamo attingere alla sua testimonianza».

Che cosa dice questa testimonianza ai politici di ieri e di oggi?

«Nella Lettera ai reggitori dei popoli Francesco non discute le leggi: ricorda ai governanti che dovranno morire e che, se non trattano il mondo con amore verso Dio e verso la gente, tradiscono il loro compito. È un richiamo essenziale, di un’attualità impressionante».

E all’Italia, alla Nazione nel suo insieme, cosa dice?

«Francesco è uno dei vertici della nostra civiltà. Non solo un grande santo: è anche tra i padri della nostra lingua poetica. La sua esperienza ha inciso profondamente nella cultura italiana. La distinzione tra amore e possesso, ad esempio, è una conquista decisiva della civiltà cristiana: dai trovatori allo Stilnovo, fino al Cantico delle creature. Francesco porta a compimento questa intuizione e la rende carne».

Nel libro La ferita e la letizia (Fazi ed. 2025) lei insiste proprio su questo punto: l’amore non è mai possesso.

«La povertà, per Francesco, è la qualità dell’amante. Chi ama sa che l’amore non coincide mai con il possesso. Quando abbracci un figlio o la persona che ami, sai che non ti appartiene. Questa è la povertà: non miseria, ma coscienza che l’altro non è nella tua disponibilità».

Qual è il nesso decisivo tra povertà e amore?

«Francesco sceglie una povertà radicale, ma non celebra mai la miseria. La sua è un’esplosione di vita, non una rinuncia. È la scoperta che l’amore è più grande del possesso e che solo chi non trattiene può davvero amare».

Studiando San Francesco, Attilio Mordini parlò di “povertà regale”: è un paradosso sostenibile?

«Da giovane Francesco sognava di diventare principe. Poi scopre che la vera nobiltà è la gentilezza del cuore: saper distinguere tra amare e possedere. Questa è la regalità cristiana: governare sé stessi nel segno dell’amore, non del dominio».

Un altro tratto decisivo è l’amicizia: Francesco non è mai solo.

«Esatto. Non si può ridurre Francesco a una figurina isolata. Ci sono Chiara, Bernardo, Leone. È un gruppo di amici: giovani affascinati da uno che era più lieto degli altri, certamente più estremo. Senza amicizia non c’è cristianesimo, perché il cristianesimo è sì un fatto personale, ma non individualistico. È un innamoramento – quello per Cristo – da vivere con gli altri, nella fraternità».

Ricostruisce piccole chiese con le proprie mani, contribuendo contemporaneamente a rinnovare la Chiesa universale: in che senso Francesco va considerato un riformatore?

«Come ogni grande fondatore carismatico, ridà forza alla Chiesa riportando alla luce ciò che rischiava di essere dimenticato: radicalità evangelica, letizia, fraternità. E lo fa in piena obbedienza al Papa. Sapeva che senza l’autorità della Chiesa la sua esperienza sarebbe rimasta un rivolo destinato a perdersi. È radicale, estremo, ma non estremista. La sua fedeltà ecclesiale rende feconda la riforma».

I medievali lo chiamavano alter Christus. È un’espressione ancora comprensibile oggi?

«Francesco è un uomo profondamente commosso da Cristo, dall’Incarnazione. È colpito dal fatto che l’Altissimo si sia fatto bambino, si sia fatto piccolo. Senza questa commozione non si capisce nulla di lui. Possiamo isolare temi come l’ecologia o la pace, ma senza quell’incontro si perde il cuore della sua vicenda».

Nel suo libro la parola “letizia” è centrale. Che cosa significa oggi?

«Il cristianesimo non promette una felicità da consumare. Lo fanno le ideologie, che promettono la felicità ma producono ansia. Francesco parla invece di letizia: una gioia possibile anche dentro le circostanze più dure».

In che senso?

«In questi giorni è morta una mia giovane amica. Nei momenti del trapasso, attorno a lei c’erano amici che cantavano. Possiamo dire che è stata feconda fino alla fine. È morta dentro un’amicizia. Questa è la letizia: una vita che attraversa dolore e morte senza perdere fecondità, perché vissuta nella comunione. La vita lieta non è superficialità: è una profondità che resiste alla sofferenza».

Che cosa resterà dell’Anno speciale dopo il 2026?

«Resteranno opere e segni concreti: iniziative culturali, opere d’arte, studi, progetti sociali. Segni che custodiranno la memoria di Francesco nel tempo».

Solo questo?

«Spero soprattutto che resti la simpatia popolare per la sua figura. L’attrattiva di un uomo innamorato di Cristo che continua a inquietare e a interrogare tutti. Questa è l’eredità più viva di Francesco».

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