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Quentin è solo l’utima vittima: così l’antifascismo diffonde violenza in tutto l’Occidente

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Quentin è solo l’utima vittima: così l’antifascismo diffonde violenza in tutto l’Occidente

Politica - di Gabriele Caramelli - 14 Febbraio 2026 alle 17:27

Il caso del 23enne francese Quentin, attivista di destra pestato e ridotto in stato di «morte cerebrale» nella serata di giovedì, a Lione, è l’ennesima dimostrazione del livello di violenza cui possono arrivare gli antifascisti. La sua unica colpa è stata quella di esporsi per difendere le ragazze del Collettivo identitario Nemesis, che stavano contestando pacificamente una conferenza all’università di Studi politici, organizzata dall’eurodeputata di estrema sinistra Rima Hassan. Le ragazze sono state attaccate da un gruppo di antifascisti, che hanno buttato a terra Quentin, riempiendolo di calci e provocandogli lesioni gravissime. Dopo l’aggressione, hanno denunciato di aver riconosciuto tra i picchiatori «Jacques Elie Favrot, collaboratore del deputato di La France Insoumise Raphael Arnault e membro della Jeune Garde antifasciste (Giovane guardia antifascista ndr).

Marine Le Pen, fondatrice del Rassemblement National e parlamentare francese, ha chiesto di designare le organizzazioni di estrema sinistra come “terroristiche”. Una decisione che è già stata applicata dagli Stati Uniti e dall’Ungheria.

Quentin, l’ultima vittima di una lunga scia di sangue

Non è la prima volta che gli antagonisti agiscono con lo scopo di massacrare chi la pensa diversamente da loro. Basti pensare all’omicidio di Charlie Kirk, il noto attivista conservatore colpito a morte da un colpo d’arma da fuoco mentre parlava all’università dello Utah il 10 settembre 2025. Per il suo assassinio è stato indagato Tyler Robinson, un 22enne con idee estremiste.

Sui colpi sparati verso il fondatore di Turning point c’era una scritta inequivocabile: “Bella ciao”. Un altro episodio che dimostra come la sinistra radicale non abbia alcuna intenzione di interloquire con il proprio rivale politico, preferendo l’uso della violenza a quello della parola e la delegittimazione attraverso l’etichetta di “fascista” al metodo del confronto democratico.

L’odio rosso e i martelli in Italia e in Europa

Se c’è una cosa che gli antifascisti militanti non sanno accettare, quella è la sconfitta. E la mente ci riporta agli innumerevoli scontri che si sono verificati a Torino tra estrema sinistra e forze dell’ordine, dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’ultimo caso di violenza cieca da parte degli antagonisti, nel capoluogo piemontese, risale al 31 gennaio, quando un gruppo di contestatori con il volto coperto ha colpito un poliziotto con calci e martellate. Un «tentato omicidio», lo ha definito Giorgia Meloni.

I martelli per colpire il “nemico” di turno si erano già visti a Budapest, in Ungheria, tre anni fa. A dicembre 2023 un gruppo di antifascisti aggredì brutalmente, anche a colpi di martello, quelli che riteneva essere “fascisti” che avevano preso parte a una manifestazione nazionalista. Da poco è arrivata la condanna del tribunale ungherese per tre esponenti della sinistra radicale, coinvolti negli scontri. La pena più alta è stata comminata al transgender Maja T., che dovrà scontare 8 anni di carcere, mentre per gli altri due antifascisti, Gabri e Anna, è stata stabilita una reclusione pari a 7 anni e due mesi. All’epoca, poco dopo l’assalto, è stata arrestata anche l’attuale eurodeputata italiana di Avs, Ilaria Salis. Dopo essere stata candidata ed eletta al Parlamento Ue, però, è stata scarcerata ed è riuscita a evitare il processo.

Censura per chi la pensa diversamente: anche questa è violenza

L’uso della forza e della brutalità fisica non è l’unica arma degli antifascisti per provare a zittire chi la pensa diversamente. Lo dimostra il vizio frequente della sinistra di invocare censure. Fra i casi recenti, quello che ha fatto più rumore è stato nei confronti della casa editrice Passaggio al bosco alla fiera di “Più libri, più liberi” di Roma, a dicembre 2025. Il primo comunicato è stato dell’ex deputato del Pd Emanuele Fiano, che ha chiesto «agli organizzatori e ai patrocinatori» se fosse proprio necessaria la presenza degli editori di «fede neofascista e neonazista». Evidentemente non aveva letto il catalogo, visto che tra i libri venduti dalla casa editrice ce n’è anche uno del rivoluzionario comunista Carlos Marighella.

Al tentativo di imbavagliare Passaggio al bosco si sono uniti poi i soliti intellettuali e alcuni editori, con tanto di manifestazione interna alla Nuvola al grido di “Fuori i fascisti dalla fiera” e sulle note dell’immancabile “Bella ciao”. Oltre alla censura, c’è chi ha scelto esercitare la tattica del vittimismo, come il fumettista Zerocalcare, che ha deciso di non partecipare alla fiera. Nonostante ciò, i suoi articoli erano presenti e sono stati acquistati da diverse persone. Insomma, il problema principale dell’antifascismo militante è la violenza fisica, ma anche il tentativo di costruire un “pensiero unico” non è da sottovalutare.

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di Gabriele Caramelli - 14 Febbraio 2026