Il sondaggio del Secolo
Omicidio Quentin, il verdetto dei lettori: oltre il 70% accusa la sinistra sul clima d’odio politico
Solo il 2% parla di responsabilità trasversale mentre il 26% invoca più sicurezza: numeri che certificano una frattura politica profonda e una distanza abissale tra chi denuncia un clima ideologico e chi minimizza
Oltre sette su dieci dei nostri lettori ritengono che la sinistra italiana debba assumersi una responsabilità maggiore nel contenere l’intolleranza verso l’avversario politico. È questo il dato centrale emerso dal sondaggio dedicato all’omicidio di Quentin Deranque. Una percentuale netta, che supera di gran lunga sia chi considera il problema “generale” della politica(2,6%), sia il 26,5% che individua nella sicurezza il nodo principale. Non è una reazione emotiva. È un giudizio politico su ciò che sta accadendo in Europa e sul clima che attraversa anche l’Italia.
La sinistra ha fatto finta di non vedere
La morte di Quentin a Lione non è stata una rissa casuale. È avvenuta in un contesto universitario in cui, da anni, si è consolidata un’egemonia ideologica ben definita: atenei trasformati in tribune di militanza radicale, conferenze politicamente sbilanciate, presenza sistematica di esponenti della sinistra più radicale e sostanziale esclusione di altre sensibilità. In questo clima, l’avversario non è più interlocutore, ma nemico morale. Il nodo non è la libertà accademica. Il nodo è l’asimmetria culturale divenuta sistema.

Per anni il potere francese, in mano a Monsieur le Président Emmanuel Macron, ha minimizzato. Quando una ministra tentò di avviare un’indagine sull’islamo-gauchisme nelle università, fu rapidamente sconfessata. Quando esponenti radicali trasformavano le facoltà in palcoscenici politici permanenti, non vi fu alcuna reazione strutturale. Solo dopo il sangue si è deciso di vietare riunioni politiche negli atenei: una misura tardiva, che appare più come gestione dell’emergenza che come reale presa di coscienza.
La rimozione del problema
A ciò si aggiunge un elemento politico significativo. Di fronte alle parole di solidarietà di Giorgia Meloni e alla denuncia di un clima di odio ideologico che attraversa diverse democrazie europee, Macron ha reagito invitando implicitamente a “restare a casa propria”. È un riflesso difensivo che rivela una difficoltà più profonda: si polemizza con chi solleva il tema, invece di interrogarsi sulle cause che lo hanno prodotto. Invece di affrontare la radicalizzazione, si individua un interlocutore esterno come bersaglio polemico.
La questione, tuttavia, non è diplomatica. È culturale e politica.
L’estrema sinistra e la delegittimazione dell’avversario
Una parte dell’estrema sinistra europea vive la politica non come confronto, ma come missione morale assoluta. Non esistono avversari, ma eretici. Non esiste dissenso, ma deviazione. In questa logica, neutralizzare l’altro può diventare un atto ritenuto legittimo.
La storia francese, dalla Rivoluzione al Novecento, mostra come la radicalizzazione ideologica possa trasformarsi in giustificazione della violenza quando l’avversario viene privato della sua legittimità. La dinamica è sempre la stessa: chi non aderisce alla visione dominante non è semplicemente in errore, ma rappresenta un ostacolo morale da rimuovere. Questo schema non è confinato alla Francia.
Il riflesso italiano
Anche in Italia assistiamo a una polarizzazione crescente: manifestazioni degenerate in scontri, campagne di delegittimazione permanente, narrazioni che descrivono il governo come moralmente illegittimo prima ancora che politicamente contestabile. Il linguaggio pubblico si è irrigidito fino a trasformare il confronto in scontro identitario.
Il sondaggio fotografa una percezione diffusa: esiste una responsabilità specifica di chi, rivendicando una superiorità etica e culturale, alimenta una rappresentazione dell’avversario come minaccia esistenziale. Non significa negare che la tensione sia generale. Non significa ignorare l’importanza decisiva della sicurezza. Significa però riconoscere che chi pretende di incarnare il “bene” democratico ha un dovere maggiore di vigilanza sulle proprie parole e sulle proprie aree più radicali.
Il rischio sociale
Se per anni si costruisce un immaginario in cui l’altro rappresenta un pericolo per la democrazia in sé, non ci si può sorprendere se frange militanti interpretano lo scontro come una lotta totale.
Il 70,9% dei lettori non chiede censura. Chiede responsabilità. Chiede che la politica torni a riconoscere il principio fondamentale della democrazia: l’avversario è legittimo per definizione. Quando questo presupposto viene meno, il conflitto non resta confinato nei palazzi o nei talk show. Sedimenta nella società e può degenerare.
La lezione del caso Quentin è una soltanto: la demonizzazione sistematica non è senza conseguenze. Se la politica si trasforma in catechismo ideologico, il rischio non è solo elettorale. È civile.