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Philippe Vardon; la locandina in ricordo di Quentin Deranque

L'intervista

«Mélenchon non condanna l’omicidio di Quentin perché sarebbe come condannare sé stesso». Parla Philippe Vardon

Il deputato regionale francese parla con il Secolo della violenza antifascista nel suo Paese e delle coperture politiche di cui gode. Le parole di Meloni? «Come molti francesi le sono grato, in Italia sapete cos'è la violenza politica. Né Ilaria Salis né Raphaël Arnault sono eroi. Una rivoluzione rossa e il caos non sono vie d'uscita»

Politica - di Gabriele Caramelli - 21 Febbraio 2026 alle 17:48

«Quentin era un francese di 23 anni, un attivista patriottico e cattolico. Collaborava con la sua parrocchia e si occupava dei poveri». A dirlo al Secolo d’Italia è Philippe Vardon, deputato regionale 45enne della Provenza-Alpi-Costa Azzurra e consigliere comunale di Nizza per Identité libértés, partito fondato di Marion Marechal. È anche dirigente generale della formazione politica. «Da anni, proscrizioni, minacce, intimidazioni e aggressioni sono diventate la norma contro gli attivisti di destra, compresi quelli più moderati, in particolare nelle università», aggiunge, sottolineando che il motivo per cui Mélenchon non condanna l’omicidio di Quentin Deranque è che farlo «sarebbe come condannare sé stessi». Quanto alla risposta di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni, che aveva ricordato il giovane ucciso dalla furia antifascista, «la vera intromissione c’è stata senza dubbio quando il governo francese ha spiegato, subito dopo l’elezione di Meloni, che sarebbe stato “vigile” sulla situazione in Italia e sul rispetto dello stato di diritto. Come tanti francesi – spiega Vardon – sono grato a Giorgia Meloni per le sue parole e prendo molto sul serio quando riceviamo un punto di vista sulla violenza politica dall’Italia».

Chi era Quentin Deranque e perché è stato ucciso?

«Quentin era un francese di 23 anni, un attivista patriottico e cattolico. Collaborava con la sua parrocchia e si occupava dei poveri. Aveva persino convertito i suoi genitori alla fede ed era il padrino di suo padre. È stato pestato a morte dagli attivisti “antifa” mentre si trovava a Lione, nei pressi di una manifestazione delle giovani  del collettivo Nemesis, un gruppo che si definisce “femminista e identitario”. Erano semplicemente venute per esporre uno striscione davanti a una conferenza di Rima Hassan, membro del partito La France Insoumise e figura di spicco degli ambienti pro-Pal. Il gruppo a cui apparteneva Quentin, arrivato a Lione per garantire la sicurezza delle giovani donne in caso di disordini, è stato colpito da un agguato e poi aggredito. Separato dal gruppo, Quentin è stato picchiato mentre era a terra da diversi individui. La ferocia e il numero di colpi inflitti sono stati così tanti tali che la giustizia ha emesso l’accusa gravissima di omicidio volontario. Ciò significa, per essere chiari, che questa esplosione di violenza rasenta il desiderio di uccidere». 

In Francia esiste un problema di violenza antifascista?

«Sì. Da anni, proscrizioni, minacce, intimidazioni e aggressioni sono diventate la norma contro gli attivisti di destra, compresi quelli più moderati, in particolare nelle università. Il numero di studenti a cui è stato impedito di proseguire gli studi è incalcolabile, così come gli attacchi contro sindacati studenteschi come il gollista Uni o l’identitario La Cocarde. Gli “antifa” non cercano nemmeno di nascondersi: le loro azioni – le cosiddette “pattuglie antifasciste” – vengono spesso filmate, rivendicate e documentate sui canali Telegram. Le loro gesta vengono mostrate: attacchi generalmente condotti in gran numero, spesso contro bersagli facili. Qualche settimana fa, ad esempio, un giovane è stato picchiato semplicemente perché indossava una bandiera francese sullo zaino. È un gioco facile per questi codardi, perché è una guerra asimmetrica: se gli attivisti di destra si difendono, vengono immediatamente considerati gli aggressori e non immaginiamo nemmeno cosa succederebbe se vincessero. Lo vediamo nella morte di Quentin, le cui immagini sono insopportabili e hanno scioccato tutta la Francia. Ora, molti giornalisti, aiutati dai soliti “esperti di estrema destra” che infestano i nostri laboratori universitari, stanno cercando di distorcere gli eventi per dimostrare che, in ultima analisi, Quentin e i suoi amici, o persino le giovani donne di Némésis, siano colpevoli di aver esposto uno striscione e che abbiano una certa responsabilità. Come ha spiegato bene Marion Maréchal, eurodeputata Ecr e presidente di Identité libertés, questi antifascisti violenti beneficiano di un potente sistema di complicità e sostegno: politico, mediatico, accademico e persino giudiziario».

Perché Melenchon non condanna l’omicidio di Quentin?

«Perché condannarlo significherebbe condannare se stessi! La stragrande maggioranza degli imputati, ora in carcere e accusati per l’omicidio, sono leader o affiliati alla Jeune guarde antifasciste. Questa organizzazione è stata sciolta due anni fa per il suo coinvolgimento in episodi di violenza, ma in realtà ha continuato ad esiste. Peggio ancora, ha persino beneficiato di una “copertura” politica, essendo stata di fatto integrata nel partito di Jean-Luc Mélenchon, La France Insoumise. La stessa sigla che in Europa è alleata con gli italiani di Avs, tanto che siedono nello stesso gruppo al Parlamento europeo. Jean-Luc Mélenchon ha fatto eleggere come deputato Raphaël Arnault, leader dell’associazione antifascista. Ha persino presentato il gruppo come un “alleato” de La France Insoumise (LFI), affermando che contavano su di loro per la loro competenza nella lotta contro i “fascisti”. La Giovane guardia è stata anche applaudita ai comizi, persino nella stessa Assemblea nazionale. Non si può fare a meno di notare una sorta di fascinazione da parte dell’estrema sinistra politica per quest’area che favorisce un approccio più conflittuale. Inoltre, tra i presunti aggressori ci sono gli assistenti parlamentari di Raphaël Arnault. Pensateci: erano dipendenti pagati e stipendiati della nostra democrazia, per continuare a condurre la loro guerriglia»

Cosa ne pensa delle parole che Macron ha rivolto a Meloni, dopo che la premier ha ricordato il giovane ucciso?

«Una leader europea offre il suo sostegno al popolo francese, dimostra la sua amicizia, ed Emmanuel Macron lo considera un’ingerenza? La vera intromissione c’è stata senza dubbio quando il governo francese ha spiegato, subito dopo l’elezione di Meloni, che sarebbe stato “vigile” sulla situazione in Italia e sul rispetto dello Stato di diritto. Come tanti francesi sono grato a Giorgia Meloni per le sue parole e prendo molto sul serio quando riceviamo un punto di vista sulla violenza politica dall’Italia. Dopo aver saputo della morte di Quentin, mi sono venute in mente le parole della canzone “Nel suo nome”, degli “Amici del vento” e il volto di Sergio Ramelli. Nel vostro Paese, più che altrove, la gente capisce cosa significhi questo odio di estrema sinistra, e sa anche in quale spirale può precipitare. Conosco tutto questo e, da leader politico maturo, ho sempre cercato di prevenirlo e di proteggere i nostri giovani. Né Ilaria Salis né Raphaël Arnault sono eroi. Una rivoluzione rossa e il caos non sono vie d’uscita. Ciò che mi aspetto dalle autorità francesi non è questa arroganza, ma che si stabilisca una vera cooperazione a livello europeo per comprendere i legami tra i gruppi violenti su entrambi i versanti delle Alpi e come contrastarli. Questo potrebbe anche iniziare con l’estradizione in Italia, finalmente, dei membri delle Brigate Rosse e di altri che si trovano ancora sul nostro territorio».

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