L'intervista
«L’uscita di Gratteri è da campagna “incarognita”. Gli ultrà del no? Difendono il potere delle correnti». Parla Zanon
Intervista a Nicolò Zanon, presidente del comitato "Sì Riforma": «Il fronte del No ha reclutato persone che credono di difendere la Costituzione, ma che in realtà vengono utilizzate per difendere gli interessi dell'Anm»
Secondo Nicola Gratteri «piduisti, mafiosi e indagati» voteranno sì, mentre le persone perbene voteranno no. Nicolò Zanon, presidente del Comitato “Sì Riforma” e già vicepresidene della Corte costituzionale, perché a suo avviso lei si è arrivati a un tale imbarbarimento della campagna referendaria?
«Il dottor Gratteri ha pronunciato parole “ai limiti dell’eversione”, come ha detto il Presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera (potete ascoltare le sue parole sui canali del nostro comitato SiRiforma). Altri sostenitori del No muovono accuse surreali, come il fatto che la riforma avrebbe un qualche collegamento con la loggia P2, con la mafia o addirittura la strage di Bologna. Conducono una campagna incarognita, che ha creato un clima sgradevole. A tutto questo dobbiamo contrapporre un atteggiamento positivo, fiducioso nel futuro, orientato a illustrare i veri contenuti della riforma e i benefici per i cittadini e le imprese. Va soprattutto detto chiaro che il fronte del No ha reclutato persone che credono di difendere la Costituzione, ma che in realtà vengono utilizzate per difendere il potere dell’Associazione nazionale magistrati, che ha colonizzato il Csm con le sue correnti».
Sempre i sostenitori del No ritengono che la separazione delle carriere avrà come conseguenza l’assoggettamento del pm da parte del governo, ma la riforma non lo prevede. Siamo di fronte a una fake-news oppure esiste il rischio che l’indipendenza della magistratura sia in pericolo?
«È una bufala che fa parte del tentativo di creare allarme e paura. La realtà è in senso esattamente opposto, basterebbe leggere il testo della riforma. Ma smettiamo di correre dietro a queste balle. La separazione è una riforma di civiltà, che ci allineerebbe alle altre grandi democrazie. Da noi, pm e giudice sono colleghi, giocano nella stessa squadra: medesima formazione, stesso concorso e stessa carriera amministrata da un unico CSM. Tutto questo deve finire, perché non solo attenua l’indipendenza dei giudici nei processi, che si trovano di fronte un pm che è loro collega, ma non contribuisce per niente a dare efficienza e capacità a chi deve sostenere l’accusa. Diciamolo con franchezza: quanti delitti sono rimati impuniti perché nessuno ha saputo far bene le indagini? A Garlasco c’era un pm preparato a dirigerle? La separazione servirebbe anche a questo, a formare meglio i pm!».
Perché è necessaria la creazione di un’Alta corte disciplinare?
«Perché, nonostante quel che dicono i sostenitori del No, il magistrato che sbaglia paga raramente e, quando paga, paga poco! Oggi, la sezione disciplinare fa parte del CSM, ed è composta da magistrati, eletti da quegli stessi magistrati che deve giudicare! Ma chi di noi potrebbe mai scegliersi il suo giudice? In più, molto spesso le valutazioni di questa sezione sono influenzate dalle rispettive appartenenze correntizie, sia dei magistrati che siedono nella sezione disciplinare, sia degli incolpati, chiamati a rispondere di fronte alla sezione. Insomma, la comune appartenenza associativa tante volte prevale sulla necessità di un giudizio corretto. Per questo, da tempo si sostiene la necessità di portare la giustizia disciplinare fuori dal CSM, dal circuito elettori-eletti e dal controllo delle correnti. E l’Alta Corte creata dalla riforma è un organo di grande autorevolezza, in cui i componenti provenienti dalla magistratura resteranno comunque in ampia maggioranza. Ma conta il messaggio: gli elettori devono sapere che l’approvazione della riforma consentirà anche una giustizia disciplinare più seria».
L’unificazione delle carriere risale al periodo fascista. Perché i padri costituenti la vollero mantenere in vigore e perché oggi, invece, è così necessario separarle?
«Molti del fronte del No, ostinatamente, continuano ad accostare la separazione delle carriere a un ordinamento di tipo fascista. Peccato sia vero l’esatto contrario. Noi vogliamo separare carriere che furono unificate proprio dal fascismo. Basta leggere la relazione (1941) del ministro guardasigilli Dino Grandi a sua Maestà il Re e Imperatore. In quel testo si teorizza l’unità totale del potere statale, contraria a ogni forma di separazione, anche all’interno della magistratura. È quindi paradossale definire “autoritario” e “fascista” un progetto di riforma che punta a smontare un caposaldo dell’ordinamento giudiziario del 1941. Per fare paragoni storici bisogna conoscere la storia: farebbero bene a studiare. I nostri costituenti si trovarono a maneggiare questa eredità culturale e furono molto cauti nel trattarne. Oggi possiamo abbandonare quella cautela».
Lei alcuni giorni fa ha inviato un esposto all’Agcom per violazione della par condicio durante l’ultima puntata di Report. Era davvero così fazioso quel che è stato detto da Ranucci?
«Il servizio di Report sul referendum costituzionale è stato di una faziosità imbarazzante, zeppo di falsità sui contenuti della riforma. Soprattutto, è stato trasmesso nel bel mezzo del periodo di par condicio, in vigore dal 14 gennaio in vista del voto del 22-23 marzo. La normativa è chiarissima: in base alla legge 28 del 2000, in attesa delle regole più dettagliate, registi e conduttori sono tenuti a non esercitare alcuna forma di influenza e a non fornire, neppure indirettamente, indicazioni o preferenze di voto. In quella trasmissione è accaduto esattamente il contrario. Per questo ho compilato personalmente una segnalazione all’Agcom, denunciando come la trasmissione abbia esercitato un’influenza non indiretta, ma proprio palese e diretta, per screditare la tesi che evidentemente non gradiva. Si è trasformata una trasmissione in onda sulle reti del servizio pubblico in un comizio a senso unico. Di fronte a una violazione così evidente non potevamo restare in silenzio. La par condicio non è un dettaglio burocratico, ma una garanzia fondamentale per la correttezza del confronto democratico».
I sondaggi danno il No in rimonta. C’è da temere a suo avviso?
«Non do eccessivo peso ai sondaggi. E vorrei insistere su un punto: noi non vogliamo “punire” la magistratura, ma consentirle di recuperare, agli occhi dei cittadini, la credibilità che ha perduto in questi anni. Lo ripeto: vorrei che tutte le persone, i gruppi, le associazioni che credono di fare una battaglia a difesa della Costituzione si rendessero conto che in realtà stanno difendendo l’enorme potere dell’Associazione nazionale magistrati. Se invece anche loro volessero liberare la magistratura dalle correnti e rendere tutti i magistrati italiani più liberi e più autonomi, devono votare Sì».