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Il prof militante e la pretesa della sinistra di trattare la scuola come uno spazio riservato

Il commento

Il prof militante e la pretesa della sinistra di trattare la scuola come uno spazio riservato

Gli esiti del questionario di Azione Studentesca ne sono la conferma. La domanda, dunque, è inevitabile: dove finisce la libertà di espressione e dove comincia l’etica professionale?

Politica - di Giulio Bonet - 2 Febbraio 2026 alle 16:17

La polemica esplosa attorno ai volantini di Azione Studentesca e alla reazione di molti docenti, affrettatisi a dichiararsi di sinistra (quasi permanesse ancora il dubbio), non è un episodio isolato né un semplice caso di “sensibilità antifascista”. È l’ennesima conferma di un problema strutturale che da anni riguarda la scuola italiana: l’egemonia culturale della sinistra e la sua pretesa di trattare l’istruzione come uno spazio ideologico riservato. Emblematico è il caso di un professore del liceo classico Eugenio Montale di San Donà di Piave, già noto per prese di posizione politiche esplicite su temi che richiederebbero, al contrario, imparzialità e neutralità. Nei mesi scorsi il suo nome era emerso infatti per la pubblicazione, sul giornalino scolastico dell’istituto di cui era direttore responsabile, di un articolo sul conflitto a Gaza in cui il 7 ottobre veniva derubricato a semplice “incursione”, senza alcuna condanna di Hamas, e il governo italiano accusato di complicità nel genocidio. Una narrazione unilaterale, ideologicamente orientata, proposta come informazione all’interno di una scuola pubblica.

Cosa dimostra il questionario di Azione Studentesca

A rafforzare le perplessità contribuì anche una fotografia scattata durante una gita scolastica a Berlino, presso Checkpoint Charlie, luogo simbolo della tragedia del Muro e della repressione della DDR. In quel contesto, il docente appariva con il pugno chiuso e lo sguardo fiero. Un messaggio politico inequivocabile veicolato in un ambito che avrebbe dovuto restare esclusivamente educativo. Oggi lo stesso professore torna sotto i riflettori guidando le manifestazioni contro Beatrice Venezi e gestendo pagine politiche sui social, confermando un modello ormai diffuso, ossia quello dell’insegnante-militante, convinto che la propria appartenenza politica non rappresenti un limite, ma un valore aggiunto. Una sorta di patente di legittimità morale.

Un docente non deve essere un’attivista

Di fronte a simili episodi, il nodo non è la libertà d’espressione, spesso invocata in modo strumentale, bensì l’etica professionale. Un docente non è un attivista e la scuola non è una
sezione di partito. Come sarebbe inaccettabile un magistrato che rivendichi apertamente la propria appartenenza politica, allo stesso modo è legittimo interrogarsi sull’imparzialità di chi,
nel ruolo di educatore, espone senza filtri la propria visione ideologica, consapevole d’essere un modello ed un punto di riferimento per studenti ancora in una delicata fase di
formazione. Il problema non è solo l’indottrinamento esplicito, ma il clima che ne deriva: studenti con idee diverse, o che non hanno ancora maturato una posizione politica, possono sentirsi giudicati, condizionati o semplicemente non liberi di esprimersi. E gli esiti del questionario di Azione Studentesca ne sono la conferma. La terzietà del corpo docente non dev’essere un’opzione, ma una garanzia minima di libertà. Eppure, per la sinistra, la neutralità sembra essere sempre un dovere altrui.

Una scuola schierata non educa. Recluta

La scuola non è un’arena politica. Non lo è per la destra e non lo è per la sinistra. Appartiene alla cultura, che per sua natura non può essere proprietà privata di un’ideologia. E il proprio
orientamento politico non può essere un titolo di merito professionale. Non esistono casi analoghi, nella storia recente, di insegnanti che si dichiarino pubblicamente di destra o di centro, tanto meno vantando tale appartenenza come valore aggiunto. Questa asimmetria ha prodotto una vera e propria casta culturale, difesa da chi vede un pericolo per la democrazia ogni volta che qualcuno chiede semplicemente rispetto della terzietà. La domanda, dunque, è inevitabile: dove finisce la libertà di espressione e dove comincia l’etica professionale? E soprattutto, quanto ancora si intende tollerare che la scuola pubblica venga usata come terreno di militanza politica, mentre gli studenti, quelli davvero senza voce, vengono sacrificati sull’altare dell’ideologia? Perché una scuola schierata non educa. Recluta.

 

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di Giulio Bonet - 2 Febbraio 2026