Il libro
La “Vecchia Milano” di Marco Ramperti, “cinquanta capitoli di ricordi rintracciati”
Prima di Scerbanenco, Bianciardi e Pinketts, c'è l’uomo che suonò a festa alla messa in scena del funerale di Mussolini e che per Ezra Pound era l'unico italiano degno di essere tradotto in quei tempi
È il 21 novembre 1919, le elezioni politiche sono passate da cinque giorni e Mussolini insieme al suo manipolo di uomini ha raccolto un tonfo clamoroso. Eclatante nonostante la sua candidatura unita a quella del direttore d’orchestra Arturo Toscanini e a quella del padre del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti.
Il Fascismo è nato il 23 marzo di quell’anno, ma il futuro Duce vede piegate le sue mire politiche. Pensa addirittura di lasciare ogni cosa e di dedicarsi al violino. L’Avanti!, il giornale di cui è stato direttore, decide di accanirsi. Annuncia «d’averlo scoperto fradicio nel naviglio ed ha attribuito l’infortunio a suicidio; ma in verità con quest’ipotesi è fatto troppo onore alla carogna. Non crede che se Mussolini alle prime avvisaglie elettorali si fosse puntato una pistola alla tempia sarebbe almeno morto con dignità? Ed ora infradicio, senza neppure quella estrema audacia di un bel gesto ch’ebbe Nerone fattosi pugnalare da un ardito del suo tempo».
Una penna che è lama e che scava fino all’osso. A ritrarre l’uomo di Predappio così è Marco Ramperti. Sgomberiamo il campo, ma prima di raccontarvi la parabola del giornalista nato a Novara nel 1882 – milanese nel midollo dove morirà nel 1967 – bisogna ricordare che l’autore dei Cantos, Ezra Pound, lo definì «l’unico scrittore italiano di questi tempi degno di essere tradotto all’estero». Volete di più? Camillo Pellizzi lo dipinse come uno dei «giornalisti più interessanti del tempo nostro». I biglietti da visita, manco fossimo in American Psyco, non finiscono qui eppure questi due fanno da soli curriculum.
Eravamo rimasti a quelle righe contro il capo del Fascismo, righe che proseguirono fino a incontrare proprio lo stesso cammino di quella rivoluzione tramutatasi in partito della Nazione. Perché Ramperti divenne intellettuale e articolista affermato, ma soprattutto fascista. Tanto da aderire alla Repubblica sociale italiana e, all’indomani del 25 aprile 1945, passare più di un anno di prigionia. 15 mesi al fresco, la sua biografia ripubblicata nel 2022 da Oaks, è lo spaccato dell’Italia emersa dal sangue fratricida. Diventerà anche uno dei primi autori ucronici di queste latitudini scrivendo Benito I imperatore. Romanzo di fantapolitica in cui con lo sgancio dell’atomica fu Mussolini ad avere la meglio sul nemico. Quanta vita, quante storie nascoste nell’armadio della letteratura dei vinti, ma poi vinti da cosa?
Induna, casa editrice di Sesto San Giovanni, lo scorso anno ha riavviato la macchina della memoria facendo tornare sugli scaffali delle librerie Vecchia Milano. Cinquanta capitoli di ricordi rintracciati. Un libro che cresce con Ramperti tra le vie baciate dalla “Madunina”, un testo di ricordi immersi nella realtà della città madre di ogni cambiamento. Nelle sue osterie oggi diventate altro. Eppure è dell’altro che ci nutriamo per sopravvivere sotto questi palazzoni.
Ci sono i cocktail in onore del pittore Guttuso dove «interviene tutta l’aristocrazia». Certo per Valeri, un tempo, nessuno si scomodava, «ma Valeri, pur avendo talento, non era comunista. Non c’era quindi motivo, da parte delle gentildonne, d’occuparsi di lui». C’è casa Ricordi, istituzione musicale meneghina, e la rivista Gazzetta Musicale con la quale il padre collaborava. Scorgiamo la Rinascente e il giocattolo Molla Buni, un ricordo del ciclismo eroico di inizio ‘900, e i siciliani che sbarcati a Milano diventano milanesissimi. Dal 1910 arriva il racconto della «prima esibizione di pugilato in Italia».
Un caleidoscopio di colori, di rumori, di visioni, di parole e di gesti rincorrono il ritmo delle pagine. Disordinato nel suo ordine è il racconto della città che diventa metropoli, anzi la metropoli. La casa della famiglia benestante lasciata a vent’anni perché bisognava fare come Mario il protagonista del «più bel libro di Victor Hugo». E poi torniamo all’Avanti! quando venne assaltato sempre nel ‘19, il primissimo assalto, in via San Damiano. Gli spari delle pistole creano il fuggi fuggi generale. Una persona però rimane lì ed è l’ignorato eroe Colombo, El Colomb, che rimase al suo posto. «Muto, fiero, a braccia conserte; la pipa spenta in un angolo della bocca. Però anche Marinetti era un generoso. E ordinò che non gli fosse torto un capello».
Il critico teatrale Simoni appare sul finale del volume. Racconta l’arte del critico che elogia sempre. Giudizi che piovono come rose. Una volta salta la visione dell’esordio di Eleonora Duse nello spettacolo Così sia, di Gallarati-Scotti, perché «proprio quella sera, Bosisio s’incontrava con Frattini per il titolo dei welters». E quindi vai di elogi. E quindi vai di risposta della Duse, su carta celestina, in cui scrive che «nessuno l’aveva mai capita come l’avevo capita io».
Il libro trova il crepuscolo pensando al peso dei morti. «Già, è vero: i morti pesano». Tanto «che a portare una bara si mettono in quattro», perché nell’età anziana che sopraggiunge l’inchiostro tocca uomini e donne che già avevano lasciato il mondo quando l’autore era ancora in vita. Eppure Ramperti toglie il capo dalla zavorra dei defunti e trova ristoro nella leggerezza dei ricordi. «Leggeri come delle ombre. Leggeri come dei sogni». Prima di Scerbanenco, prima della Milano di Bianciardi e di quella lastricata di schiaffi e birre medie di Pinketts c’è quella dell’uomo che suonò a festa alla messa in scena del funerale di Mussolini. Una levità lievissima di scrittura passata attraverso il fuoco della Rsi e giunta bruciacchiata, ma intonsa nell’animo, fino a noi.