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La riforma della giustizia spiegata bene punto per punto: perché votare Sì è una scelta di civiltà giuridica

Tutte le accuse infondate

La riforma della giustizia spiegata bene punto per punto: perché votare Sì è una scelta di civiltà giuridica

Politica - di Alessandro Mazzone* - 19 Febbraio 2026 alle 10:10

Siamo alle porte di una sfida di straordinaria rilevanza istituzionale. La riforma costituzionale si inserisce nel solco già tracciato dall’introduzione dell’articolo 111 della Costituzione, che ha consacrato nel nostro ordinamento i principi del giusto processo. Non si tratta di una “battaglia ideologica”, ma di un passaggio di civiltà giuridica. Il dibattito, tuttavia, rischia di essere offuscato da una eccessiva politicizzazione. Il confronto dovrebbe concentrarsi sui contenuti tecnici e costituzionali della riforma, evitando personalizzazioni e contrapposizioni sterili. Quando il piano dello scontro prevale su quello dell’analisi, si finisce per allontanare i cittadini dalla comprensione effettiva delle questioni in gioco.

Si è sostenuto che la riforma stravolgerebbe la Costituzione intervenendo su sette articoli. In realtà, le modifiche sostanziali riguardano principalmente gli articoli 104 e 105, che disciplinano il Consiglio Superiore della Magistratura e l’introduzione dell’Alta Corte. Gli ulteriori interventi rappresentano adeguamenti coerenti e consequenziali alla nuova impostazione. Non vi è dunque alcun sovvertimento dell’impianto costituzionale, ma una sua evoluzione mirata e circoscritta.

La separazione delle carriere

Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. È su questo punto che si concentra la discussione più intensa. Secondo i critici, tale scelta potrebbe snaturare il ruolo dell’accusa pubblica senza apportare benefici concreti alle garanzie dell’imputato. Ma in un sistema fondato sulla presunzione di innocenza, il fine del processo non è la condanna a ogni costo, bensì l’accertamento imparziale della verità nel rispetto delle regole. La qualità del giudizio dipende, prima di tutto, dalla terzietà del giudice. Perché questa sia effettiva e non solo formale, è necessario che chi giudica sia collocato in una dimensione distinta rispetto a chi sostiene l’accusa.

La distinzione ordinamentale rafforza la percezione e la sostanza dell’imparzialità, in piena coerenza con i principi sanciti dall’articolo 111 della Costituzione. Un’altra obiezione riguarda la presunta irrilevanza della riforma rispetto ai problemi concreti della giustizia italiana, quali ad esempio la durata dei procedimenti. È vero: la separazione delle carriere non rappresenta una soluzione automatica alla lentezza dei processi. Ma la funzione primaria di una riforma costituzionale non è quella di intervenire sull’organizzazione amministrativa, bensì di garantire coerenza tra l’assetto ordinamentale e i principi fondamentali.

Le accuse infondate alla riforma

Un sistema più chiaro nella distribuzione dei ruoli e delle responsabilità potrà, comunque, favorire una maggiore trasparenza e un più efficace controllo sull’esercizio dell’azione penale. Non è fondata neppure la preoccupazione che la riforma possa compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Al contrario, la distinzione delle carriere rafforza l’indipendenza del giudice e del pubblico ministero sia verso l’esterno — rispetto agli altri poteri dello Stato — sia verso l’interno, evitando possibili condizionamenti derivanti dalla comunanza professionale tra funzione requirente e funzione giudicante. Separare significa chiarire, e chiarire significa rafforzare la fiducia dei cittadini nel sistema.

Analoga finalità persegue la previsione del sorteggio nella selezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, volta a contenere il peso delle correnti e a garantire maggiore equilibrio e trasparenza nelle scelte. In ogni caso, una volta fissati i principi, sarà la legge ordinaria a stabilire le procedure ed il nostro ordinamento ha tutti gli anticorpi per evitare le storture che pretestuosamente vengono paventate. La vera sfida, oggi, non è alimentare contrapposizioni, ma coinvolgere i cittadini in un confronto consapevole. Il referendum costituzionale rappresenta uno degli strumenti più alti di partecipazione democratica: è il momento in cui il corpo elettorale è chiamato a esprimersi direttamente sull’assetto istituzionale del Paese. Le forze civiche, le categorie professionali e le associazioni, in particolare quelle forensi, per tale motivo sono impegnate a fornire un’informazione rigorosa e basata sui testi normativi.

La posta in gioco

Tra i primi Comitati per il Sì vi è quello costituito a Milano nei primi giorni di dicembre dal Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Antonino La Lumia, proprio con l’obiettivo di promuovere un confronto fondato su dati e norme. Parallelamente, l’Organismo Congressuale Forense ha promosso un coordinamento nazionale delle associazioni e dei comitati favorevoli alla riforma, per unire le diverse componenti dell’avvocatura in un’azione informativa comune. La posta in gioco non è una vittoria di parte, ma la qualità del nostro sistema giudiziario. La scelta che i cittadini saranno chiamati a compiere riguarda il modello di processo e l’equilibrio tra le funzioni che presidiano uno dei diritti fondamentali: quello di essere giudicati da un giudice realmente terzo. La vera sfida epocale è convincere coloro i quali condividono le ragioni della riforma (e sono tanti) ad esercitare il loro diritto/dovere – quale corpo elettorale chiamato a decidere dalla Costituzione – a recarsi alle urne e votare per il Sì al Referendum.

*Avv. Alessandro Mazzone. Membro dell’Organismo Congressuale Forense – Segretario Comitato per il Sì – Art. 111

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