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La campagna del No si è trasformata nella fiera della superstizione (e della paranoia)

L'editoriale

La campagna del No si è trasformata nella fiera della superstizione (e della paranoia)

Sul referendum il fronte del "no" ha abbandonato ormai il dato di realtà (la Costituzione, il giusto processo, la riforma Vassalli richiedono – ad esempio – la separazione del percorso fra pm e giudice) ed è pronto a sacrificare la sua stessa storia e quel che è rimasto della cultura riformista per la la logica tribale del vale tutto

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 15 Febbraio 2026 alle 07:36

La campagna per il “no” al referendum sulla riforma Nordio sta svelando, antagonista su antagonista, l’abisso in cui si specchiano ormai le élite progressiste. L’ultima delle serie, la volgare boutade del procuratore di Napoli Nicola Gratteri – il voto dei “sì” appannaggio di massoni, faccendieri e…indagati (lapsus rivelatore: per Gratteri, con tutta evidenza, essere semplicemente indagato è un’onta) –, rappresenta la pietra tombale sulla qualità del dibattito da parte degli oppositori del doppio Csm, del sorteggio e dell’Alta corte di disciplina.

Quello del procuratore-star non è stato un incidente di percorso né una scivolata dalla logica: al contrario, il diretto interessato ha rivendicato tutto. In parte si tratta del vecchio “suprematismo etico”, aggiornato al crollo dialettico di questo coté d’opposizione. Dall’altra, però, si tratta di un fatto assolutamente inedito, in linea con la cifra e la strategia dei maggiori frontman del “no”: trascinare la discussione sulla sfida referendaria dal testo della riforma dritti-dritti al girone dei paranoici e dei superstiziosi.

Tanti gli esempi di questa deriva. Di «spettro Minneapolis» (ossia di un fantomatico “via libera” alle forze dell’ordine a sparare sui contestatori) ha stra-parlato, del resto, il segretario generale dell’Anm Mariuotti nel caso la riforma dovesse essere confermata; di spirito guida «piduista» ha tuonato a proposito delle intenzioni del Guardasigilli il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro; c’è chi ha evocato, a proposito, le “trame nere” che si intersecano con la strage di Bologna mentre conduttori e giornali di scuola giustizialista hanno rievocato persino interviste “fantasma (e falsissime)” di Giovanni Falcone pur di trovare qualche nume tutelare a difesa del correntismo e dello status quo.

Non sta certo facendo meglio la sinistra politica, che ha smarrito – da un bel po’ – la “complessità” conservando solo la spocchia. Grottesca, anche per la caratura dei personaggi costretti a un clamoroso autodafé nei confronti della “Repubblica giudiziaria”, la retromarcia dei «vorrei ma non posso»: coloro – a partire da Goffredo Bettini e, su altri lidi, Mario Monti – schierati da sempre per il “sì” che sosterranno il “no” con l’unico obiettivo di colpire il governo Meloni. Visione corta, presentismo, logica da clan. Di fatto tutte quelle caratteristiche in negativo che per anni la sinistra e i terzismi di ogni sorta hanno strumentalmente rinfacciato alla destra.

Sul referendum il fronte del “no” ha abbandonato ormai il dato di realtà (la Costituzione, il giusto processo, la riforma Vassalli richiedono – ad esempio – la separazione del percorso fra pm e giudice) ed è pronto a sacrificare la sua stessa storia e quel che è rimasto della cultura riformista per la la logica tribale del vale tutto. Così si sta muovendo contro la riforma Nordio quella che si autocertifica come “l’Italia migliore”: agitando talismani invece che codici, evocando incubi invece che antitesi. Si illudono così di scacciare i demoni della destra. Inconsapevoli di spalancare le proprie porte allo spirito più pericoloso: quello della disperazione.

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di Antonio Rapisarda - 15 Febbraio 2026