L'intervento
Io, magistrato, racconto perché c’è una lobby che dice no al referendum
Politica - di Annalisa Imparato* - 4 Febbraio 2026 alle 10:06
Nel prossimo referendum sulla giustizia, una delle note dolenti per i magistrati, o meglio per l’establishment della magistratura, è rappresentato dal sorteggio. Un meccanismo apparentemente tecnico, quasi neutro, che invece tocca un nervo scoperto del sistema giudiziario italiano: il rapporto di fiducia – o meglio di sfiducia – all’interno della stessa magistratura.
Il sorteggio per ridurre il peso delle correnti
Il sorteggio riguarda in particolare le modalità di accesso agli organi di autogoverno, a partire dal Consiglio superiore della magistratura. L’idea è semplice: ridurre il peso delle correnti e delle dinamiche associative introducendo una selezione casuale dei candidati, anziché lasciarla interamente al gioco delle elezioni interne. Proprio questa semplicità, però, è ciò che rende il sorteggio così inviso a gran parte dei magistrati.
L’ostilità legata alla perdita di potere
Ufficialmente, le critiche si concentrano su argomenti noti, il sorteggio non garantirebbe competenza, rischierebbe di premiare il caso anziché il merito, indebolirebbe la rappresentatività. Ma sotto questa superficie tecnica si muove una ragione più profonda e meno dichiarata: la mancanza di fiducia reciproca tra magistrati, o meglio la mancanza di fiducia per gli eletti, perché questi ultimi non essendoci più le linee di potere, ossia le correnti, non darebbero più retta a nessuno.
Se un magistrato è idoneo a giudicare su una strage perché non lo è per il Csm?
Il sorteggio, infatti, parte da un presupposto radicale, che tutti i magistrati siano ugualmente idonei a ricoprire incarichi di responsabilità e che il problema non sia la qualità delle persone, ma il sistema che le seleziona. Come possono asserire i magistrati che colleghi che sono chiamati a pronunciarsi su omicidi, stragi e affini, non abbiano le caratteristiche per studiare dei semplici incartamenti al Csm? Delle due l’una. O ci spiegate come abbiano fatto a vincere un concorso così difficile o mentite dicendo che non siano in grado.
Un meccanismo che destabilizza i “mammasantissimi”
Il timore è che, lasciando spazio al caso, possano emergere figure non “affidabili”, non allineate, o semplicemente non controllabili dalle reti consolidate di relazioni interne. In altre parole, se domattina il sorteggio entrasse in essere, molti mammasantissimi, che al pari del medico della mutua girano con codazzi di ambiziosi colleghi e motivate e sgargianti colleghe per i corridoi delle Procure, cosa farebbero dal giorno dopo?!
Come si costruiscono oggi le carriere
Perché – guardate – le dinamiche sono queste, perché le carriere, ad oggi, si costruiscono per quanti convegni vai a fare in giro per l’Italia o a quante cene di correnti partecipi. La cosa che mi lascia basita è che la generazione dei magistrati che attualmente siede al comando, avrebbe in molte circostanze anche combattuto una parte del sistema politico, quella parte di sistema non positivo intendiamoci, eppure, inspiegabilmente, ne ha assorbito e fatte sue le dinamiche sbagliate. Ma dovrebbe esistere una distinzione, facciamo attenzione.
Le lobby contro il sorteggio
I politici sono eletti e rispondono ad un congresso, ad un capo, i magistrati vincono un concorso e non si è mai visto che i vincitori di un concorso, per progredire in carriera, debbano avere la tessera di partito. Dunque, in realtà i magistrati normali, ovviamente, non sono contro il sorteggio, ma le lobby dei potenti della magistratura sono contrari, perché il sorteggio sottrae potere di scelta a chi, fino a oggi, ha potuto esercitarlo.
Un paradosso evidente
Il paradosso è evidente: una riforma pensata per limitare le distorsioni del correntismo; quindi, per porre un argine alla mancanza di trasparenza, è osteggiata da chi, per funzioni, dovrebbe perseguire le distorsioni dei sistemi. Questo atteggiamento alimenta una percezione già diffusa nell’opinione pubblica, quella di una magistratura che fatica ad accettare controlli esterni o cambiamenti strutturali, l’unica Istituzione che non accetta di essere riformata, quando, in realtà, sono state riformate tutte le Istituzioni. Camere incluse con il taglio dei Parlamentari.
Un giudizio sul grado di autoreferenzialità del sistema giudiziario
Il referendum, allora, non è solo un voto su una tecnica di selezione, ma un giudizio politico e culturale sul grado di autoreferenzialità del sistema giudiziario, che nonostante abbia visto tanti e tanti errori, non accetta di essere trattato -inspiegabilmente – alla pari degli altri. Consideriamo che è una stagione importante comunque di riforme, perché per molti aspetti il nostro ordinamento, in un mondo che cambia, è fermo a 70 anni addietro. Difatti, non a caso, si inizia a parlare anche di riforma del premierato, dunque anche di future valutazioni che potrebbero involvere la figura del presidente della Repubblica.
La vera posta in gioco del referendum sulla giustizia
Accettare il sorteggio significherebbe riconoscere che il problema non sono “gli altri”, ma il modello stesso di gestione del potere, rifiutarlo, invece, rischia di confermare un sospetto scomodo, che i magistrati, prima ancora che dei cittadini, non si fidino dei propri colleghi. Da qui la domanda, perché dovrebbero fidarsi allora i cittadini di noi magistrati? Forse questa, più di ogni altra, è la vera posta in gioco del referendum sulla giustizia.
*Pubblico ministero a Bari
di Annalisa Imparato* - 4 Febbraio 2026