L'intervista
«Il Pd aveva il mito di Kennedy. Il campo largo è anni luce indietro». Parla Marattin
Il segretario del Partito Liberaldemocratico spiega al Secolo perché è convintamente per il Sì al referendum, parla delle incoerenze della sinistra e lancia una frecciata a Renzi: «Gli sarò sempre grato, ma non lo riconosco più»
Mentre il campo largo appare sempre più incapace di trovare una direzione e darsi una leadership, una parte dell’opposizione sembra avere idee chiarissime su temi fondamentali come giustizia e politica estera: è il Partito Liberaldemocratico fondato nel giugno scorso da Luigi Marattin, economista, deputato alla sua seconda legislatura, con una lunghissima militanza alle spalle tra Ds e Pd e, dal 2019, Italia Viva, di cui è stato uno dei massimi esponenti.
Onorevole, lei ha lasciato Italia Viva nel settembre 2024 in dissenso con l’apertura di Matteo Renzi a possibili accordi con Pd e Movimento 5 Stelle, scelta che aveva dichiarato di non condividere nel metodo e nel merito. A un anno e mezzo di distanza, l’immobilismo del cosiddetto campo largo, incapace di darsi una direzione unitaria sui temi fondamentali, sembra dimostrare che la sua valutazione fosse corretta.
«In queste cose non esiste giusto o sbagliato, ma solo cose in cui credi o non credi. Io nel 2019 maturai la convinzione che le idee liberali e riformatrici che ho sempre sostenuto – dalla riduzione della spesa pubblica alla promozione di mercato e concorrenza, dal nucleare all’efficientamento della pubblica amministrazione, dal binomio “pari opportunità + meritocrazia” all’ampliamento delle libertà individuali, passando per la difesa senza se e senza ma dell’Occidente – non potessero più trovare diritto di cittadinanza nel centrosinistra, per come esso era diventato. E lo credo ancora: ecco perché quando Italia Viva, il partito in cui militavo, ha deciso invece di fare marcia indietro e tornare nel centrosinistra, ho scelto di non seguirli. Perché uno dei miei più grandi difetti è non riuscire proprio a fare le cose in cui non credo, anche qualora fossero convenienti».
Sulla riforma della giustizia Pd e M5S hanno assunto una posizione ideologica che a tratti sconfessa apertamente le loro storiche posizioni. Il merito è stato messo da parte, ciò che conta, come confermano le clamorose dichiarazioni di Goffredo Bettini, è tentare di dare una spallata al governo Meloni. Il Partito Liberaldemocratico ha compiuto una scelta di campo molto precisa e coerente che risponde a tutt’altre logiche.
«Io sono in Parlamento in questa legislatura perché nel settembre 2022 fui eletto con il Terzo Polo, una formazione liberaldemocratica il cui programma conteneva la separazione delle carriere dei magistrati. E anche se la Costituzione, giustamente, non prevede il vincolo di mandato, diciamo che sono contento di essere rimasto coerente con il voto popolare che mi ha mandato in Parlamento. Il Partito che guido poi crede talmente tanto in questa battaglia dall’aver promosso un proprio comitato, Giustizia Sì, presieduto dal nostro responsabile Giustizia Gianmarco Brenelli ma che vede la partecipazione anche di tanti non iscritti, da Stefano Esposito ad Annamaria Bernardini De Pace. E che sta facendo iniziative tutti i giorni in tutta Italia. Sosteniamo il Sì non per appoggiare o contrastare questo o quel partito o questa o quella maggioranza: ma solo per completare una riforma liberale – quella del passaggio dal sistema penale inquisitorio a quello accusatorio – che questo Paese iniziò nel 1988 e che vide già una prima riforma costituzionale (nel 1999) che passò senza nessun voto contrario».
Questo referendum è un crocevia fondamentale, i cittadini hanno diritto a vedere, finalmente, realizzato il rito accusatorio voluto da Giuliano Vassalli e quel giusto processo sancito dall’articolo 111 della Costituzione. Una vittoria del No renderebbe praticamente impossibile ogni nuovo intervento in materia di giustizia sul medio-lungo periodo, eppure a sinistra molti guardano solo alla necessità contingente di colpire Giorgia Meloni.
«È un vecchio difetto della politica italiana. Nel 2011 la sinistra votò i referendum sui servizi pubblici locali e sul nucleare solo per “abbattere Berlusconi”. Nel 2016 la destra votò contro la riforma costituzionale, che in Parlamento aveva votato, solo per “abbattere Renzi”. È come se in questo Paese, quando chiamiamo il popolo a esprimersi su questioni specifiche, e pure particolarmente rilevanti, i partiti non resistano alla tentazione di caricare il quesito di significati utili ai loro scopi di potere. Oppure è come se considerassero il popolo incapace di concentrarsi su una questione di merito, magari complessa, e ritengano ci sia il bisogno di mobilitarlo contro un “nemico” distorcendo o falsificando il significato del quesito. Entrambe queste possibili spiegazioni mi spaventano molto».
Lei è stato molto duro nei confronti dell’Anm, condannando senza mezzi termini la campagna propagandistica che l’associazione guidata da Cesare Parodi sta portando avanti da mesi, intrisa di mistificazioni e allarmismi assolutamente infondati. È quello che ci si aspetterebbe da tutti i veri liberali, eppure in pochi, a sinistra, hanno il coraggio di sfidare, a viso aperto, quello che ormai è noto come “il sistema”. Perché questo timore reverenziale nei confronti di giudici e Pm?
«Nella Prima Repubblica l’arma giudiziaria era “spuntata”, perché la classe politica di governo era schermata: nel Paese di frontiera della Guerra Fredda, e con in casa il più grande partito comunista d’Occidente, abbattere la classe di governo con l’arma giudiziaria significava lasciare via libera al “nemico”. Ma dopo il crollo del Muro, venuto meno quel contesto geopolitico, ci si è accorti – tragicamente – che l’utilizzo dello strumento giudiziario, magari in connubio con parte del sistema dell’informazione, era il modo più sicuro e veloce di troncare carriere o esperienze politiche. È lì che si è rotto qualcosa nel rapporto tra i poteri dello Stato. E non abbiamo fatto molti passi avanti, purtroppo».
Matteo Renzi ha dichiarato che prenderà posizione sul referendum sette giorni prima del voto. Come interpreta questa scelta?
«Il Matteo Renzi che conoscevo io, e che ho seguito con passione e lealtà e a cui sarò sempre grato, combatteva come un leone per questa grande battaglia liberale. Ora quello che da qualche tempo ha preso il suo posto e si spaccia per lui fa a quanto pare scelte diverse».
Il passaggio referendario a un anno dalla fine della legislatura appare decisivo per gli equilibri di maggioranza e opposizione. Quali sono, secondo lei, gli scenari che si prefigurano a seconda del risultato?
«Non credo ci siano effetti, in nessuno dei due casi. Più o meno un anno dopo il referendum si voterà per le elezioni politiche, in ogni caso».
Anche in politica internazionale, le posizioni del campo largo sono piuttosto fumose e ambigue. Al netto della strenua opposizione al presunto oscurantismo delle destre, su temi come la questione israelo-palestinese nessuno è stato in grado di dettare una linea chiara che non inseguisse gli umori della piazza. Le polemiche interne al Pd sul disegno di legge Delrio in materia di antisemitismo sarebbero state impensabili solo qualche mese fa, eppure dicono molto sullo stato della sinistra oggi.
«Il Pd di Veltroni aveva il mito di Robert Kennedy; persino la sinistra degli Anni Novanta, con D’Alema a Palazzo Chigi, appoggiò e partecipò all’intervento Nato in Jugoslavia, e aveva una fiera tradizione di difesa di Israele. Il campo largo di oggi è anni luce indietro anche rispetto a quelle esperienze. È uno dei motivi per cui, come ho detto, già sei anni fa abbandonai quello schieramento. Onestà intellettuale vuole però che anche nel centrodestra ci siano gravi contraddizioni, che non esplodono solo perché altrimenti cadrebbe il governo: penso ovviamente alle posizioni della Lega in politica estera e in particolare sull’Ucraina. Per questo noi del Partito Liberaldemocratico diciamo che vogliamo presentarci alle elezioni con una posizione chiara di politica estera, e non solo: dicendo di essere senza se e senza ma a favore dell’Occidente e senza il timore che un alleato ti smentisca il giorno dopo».
Il Partito Liberaldemocratico ha annunciato l’istituzione di una scuola di formazione politica con l’ambizione di ridare centralità alle competenze oltre gli slogan. L’epoca buia di “onestà-onestà” e “uno vale uno” è definitivamente tramontata?
«Per noi non è mai iniziata. Noi non faremo una scuola di formazione “pop”, come quelle che vede in alcuni partiti. Che sono più eventi o ritrovi. Noi faremo più di 100 ore di lezione lungo diversi mesi, con alcuni tra i migliori accademici italiani che insegneranno economia, diritto, storia, filosofia, storia del pensiero politico. Ma anche come si leggono i bilanci pubblici o i bandi di gara, come si raccolgono fondi, come si usano i social e l’intelligenza artificiale, come si parla in pubblico, real policy game. E ci saranno gli esami, con promossi e bocciati.
Nelle prime ore abbiamo ricevuto già il doppio delle domande rispetto ai posti disponibili. Dimostreremo che, anche su questo, tra populismo e elitarismo, c’è una terza via: una politica fatta di persone competenti che tuttavia si rendono conto che non si finisce mai di imparare. E che il liberalismo riformatore può essere una grande sfida popolare, non solo patrimonio di pochi “eletti”».