L'intervista
«Il caso Epstein è una bieca manifestazione del pensiero liberal: le vite degli altri nelle mani di un’élite». Parla Paragone
Il giornalista spiega di non essere sorpreso dal fatto che «i cosiddetti progressisti di sinistra siano impigliati» nella rete del finanziere pedofilo, individuando un filo rosso tra neoliberismo, globalizzazione e quello che è stato fatto a queste ragazze
Jeffrey Epstein con la sua morte e il suo vissuto fatto di abusi, di traffico di minori e di una rete di legami che sembra infinita ha mostrato, tra le tante pieghe dell’orrore, il lato oscuro della sinistra liberal. In quei milioni di pagine di file appare la posizione delle élite che negli anni ‘90 hanno imbevuto il mondo con la globalizzazione e i suoi derivati. Una sottile linea rossa che conduce al bandolo della matassa. Con la visione e gli occhi di Gianluigi Paragone, su questa traversia, ci siamo immersi nella piaga Epstein perché come scriveva Ardengo Soffici cos’è il liberalismo se non la volontà di «lasciare a tutti la libertà di sopprimere la nostra».
La sfaccettatura più emblematica di cui ci parla la vicenda Epstein è la massiccia presenza, nei suoi files, di quegli esponenti liberal di sinistra che negli anni ‘90 hanno cercato di convincerci che la società non esisteva, mentre gli individui sì. E che individui…
«Allora, non mi sorprende che gli ambienti liberal e i cosiddetti progressisti di sinistra siano impigliati in questa rete. Anzi, è la dimostrazione ancora una volta di come queste persone siano doppie. Hanno un doppio registro e come nella più spregiudicata declinazione neoliberista le vite degli altri sono nelle mani di pochi. È proprio l’opposto di quello che dovrebbe essere il predicato progressista, perché qui non c’è alcuna idea di progresso. Ci troviamo davanti alla più bieca conservazione di un mondo che vorrebbero cancellare. Quindi, in poche parole, nella piena elaborazione della dottrina neoliberista utilizzano il corpo di queste ragazze per farne, nuovamente, giochi per le stesse élite. Le stesse élite che hanno impoverito chi aveva puntato sulla globalizzazione. Ecco, qui c’è la globalizzazione dei corpi di queste ragazze diventate le nuove schiave sessuali».
Bill Clinton, Jack Lang e il barone Peter Benjamin Mandelson, ovvero uno degli artefici del New Labour di Tony Blair, la rete di contatti messa in piedi da Epstein è un conglomerato globale che unisce parecchi dei puntini che i progressisti hanno usato, negli scorsi decenni, come alfieri del proprio pensiero…
«Per quanto riguarda i personaggi citati è facile riuscire a ripetere che loro sono i campioni di questa scrittura, del resto Tony Blair era il campione della terza via. Quest’ultimo è stato spregiudicato come Bill Clinton anche nell’esportare le guerre. La sinistra ha fatto e fa molto di più di quello che contesta alla destra. La vulgata comune, quella dei padroni del pensiero, dice “dalla destra te lo aspetti, ma dai democratici e progressisti no”. E invece è tutto il contrario. Poi su Clinton ci sono già delle impronte digitali di un pregresso che conosciamo, l’affare Lewinsky e tutto il resto, insomma era decisamente chiacchierato».
Noam Chomsky, uno dei pensatori cardine della visione del mondo della sinistra post ‘45 attraverso la sua riflessione sulla mutevolezza del linguaggio, è al centro di uno scambio massiccio di e-mail col faccendiere statunitense. Nel 2019 il filosofo consigliava a Epstein, davanti al prendere forma dello scandalo giudiziario di cui oggi abbiamo dimensione, di «provare a ignorare» tutto quello che stava succedendo…
«Chomsky è la sorpresa che non dovrebbe sorprendere se quello che ho detto prima ha un senso. Cioè proprio Chomsky, colui che analizzava le asimmetrie e gli squilibri, si ritrova impigliato nei file, ma soprattutto si ritrova impigliato nella pratica neoliberista. Quella che appunto vuole prima impoverire le persone togliendo loro il lavoro e poi i diritti in nome della globalizzazione. E oggi inoltre prova a toglierci anche la dignità. Quindi Chomsky non può giocare la carta del non sapevo, perché se tu frequenti certa gente non puoi non conoscerne la rete».
Esiste una disinvoltura liberal che impone e castiga i costumi altrui per poi dimostrarsi, nel privato, piuttosto discinta?
«A tutto questo aggiungerei Bill Gates. È la stessa moglie a dire “l’ho lasciato perché Epstein rappresentava il male”. Del resto se tu metti in controluce tutti i file e tutte le trame, beh, vedi proprio il mondo demoniaco del controllo. Una volontà di sorvegliare e dominare le vite degli altri».
Always room at the top: c’è sempre un posto al vertice per tutti come dicono gli statunitensi. Cosa ci racconta, nella sfera più recondita, questa vicenda?
«C’è sempre un posto di vertice per tutti, ma per tutti coloro che possono essere ricattati. E questa vicenda lo dimostra appieno. Questa è una storia che esce allo scoperto perché c’è uno scandalo sessuale, per non parlare della presenza di reti relazionali molto solide e molto profonde».
«Un vivissimo senso di colpa, una lotta in ogni momento contro il vizio e, per compensazione, la comparsa di una certa ipocrisia tipicamente puritana». Nel 1976 Giorgio Locchi e Alain de Benoist, nel libro Il male americano, descrivevano così la società a stelle e strisce. In questi cinquant’anni non è cambiato nulla, anzi…
«La domanda contiene in sé già la risposta perché quello che scrivevano mezzo secolo fa Locchi e de Benoist ha un valore, nell’attualità, assoluto».