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Il calvario giudiziario di Mario Mantovani, in cella ingiustamente, assolto con formula piena, ma mai risarcito: ecco perché la sua storia diventa un manifesto per votare sì al referendum sulla Giustizia

Giustizia intermittente

Il calvario di Mantovani, dall’arresto-show all’assoluzione piena, fino al referendum: ecco perché votare “Sì” è un dovere morale

Innocente in cella ma niente risarcimento: il danno e la beffa della magistratura nella storia "esemplare" dell'europarlamentare FdI che oggi assume i contorni di un manifesto della riforma

Politica - di Lorenza Mariani - 16 Febbraio 2026 alle 15:48

C’è un’Italia che non finisce sulle prime pagine dei giornaloni progressisti, se non quando c’è da agitare le manette, e che poi viene colpevolmente dimenticata quando la verità emerge in tutta la sua cristallina innocenza. È l’Italia delle vite spezzate dal teorema giudiziario, dei servitori delle istituzioni trascinati nel fango e poi restituiti alla libertà dopo anni di calvario con un “scusi, abbiamo scherzato”. Il caso di Mario Mantovani, esponente di spicco di Fratelli d’Italia ed europarlamentare, non è solo una vicenda di cronaca giudiziaria finita con un’assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”. Ma, ancor di più forse, il manifesto politico di una Giustizia che ha perso la bussola.

Giustizia, dalla storia di Mario Mantovani in cella da innocente, ieri, al referendum di oggi

Oggi, allora, dalle pagine di Libero, Mantovani ratifica e giustifica quanto appena sostenuto. E, soprattutto, racconta l’inaudito paradosso, vissuto in prima persona, di uno Stato che, dopo averlo ingiustamente detenuto, gli nega persino il risarcimento con motivazioni che sanno di beffa che vanno ad aggiungersi al danno. Una testimonianza, la sua, cruda e drammaticamente toccante, che spiega, meglio di mille convegni o scaramucce politiche, perché la battaglia di Fratelli d’Italia, e il prossimo appuntamento referendario di marzo, rappresentino l’ultima chiamata per uno Stato di diritto degno di questo nome.

L’arresto “spettacolare” e una vita congelata…

Tutto comincia, come ricostruisce il quotidiano citato, la mattina del 13 ottobre 2015 quando le forze dell’ordine bussano alla porta di casa di Mario Mantovani, ad Arconate. Nessun preambolo. E nessun orpello di cortesia diplomatica: le forze dell’ordine sono sull’uscio di casa per prelevare l’allora vice presidente di Regione Lombardia e portarlo in cella, a San Vittore. Le accuse, recitate verbalmente e riportate sulle carte del blitz, parlano di abuso d’ufficio, turbativa d’asta, corruzione e concussione. Un macigno che schiaccierà la vita personale, politica e professionale di Mantovani che resterà in cella per 41, interminabili giorni, tramutati poi in arresto domiciliari dal 23 novembre 2015 al 14 aprile 2016. In totale, spiega Libero, ben «180 giorni».

L’assoluzione con formula piena in appello ma “zero rimborsi”

Ma il tempo della giustizia e dell’espiazione presunta, durerà ben di più: condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi, Mantovani viene assolto in via definitiva in Appello il 14 marzo 2022 (e non ci sarà ricorso in Cassazione) con la formula piena de: «Il fatto non sussiste». Una sentenza che arriva, però, ben sette lunghi anni e cinque mesi dopo l’iniquo fermo che congelerà al sua vita per gli anni a venire. Anni, scrive Libero, in cui «Mantovani si è trovato a “sfidare un destino tragico”, con la forza di chi sa di non aver fatto nulla di male. Una volta che la sentenza di assoluzione passa in giudicato, Mantovani fa ricorso per “ingiusta detenzione”. Un atto dovuto, pensa l’esponente di Fratelli d’Italia nel frattempo eletto a suon di preferenze all’Europarlamento. E invece non è andata proprio così…».

L’enigma della motivazione sul mancato risarcimento e quella frase a giustificarla che…

Già: perché come spiega lo stesso Mantovani nell’intervista, quando è arrivata la sentenza della Corte d’Appello del tribunale di Milano relativa al suo ricorso per ingiusta detenzione, i magistrati l’hanno respinta. Ma, spiega lo stesso e protagonista e vittima delle vicende giudiziarie, «quello che mi ha colpito è la motivazione: in pratica i giudici hanno detto che non devo essere risarcito perché col mio “comportamento menzognero” avrei tratto in inganno il giudice che ha predisposto il mio arresto. E mi hanno pure ingiunto di pagare tremila euro, credo per le spese legali».

Referendum sulla Giustizia, Mantovani: vi spiego perché votare Sì

Il danno e la beffa, come si diceva nell’incipit. E così è stato di fatto. E lo assevera lo stesso Mantovani, asserendo nella sua ricostruzione dei fatti: «Tutto vero. Dopo che mi hanno fatto fare 41 giorni di carcere ingiustamente, hanno avuto il coraggio di sostenere che sarei stato io a trarre in inganno i giudici. Una versione che io contesto con tutta la mia forza. Questa cosa io la trovo irrispettosa non solo per me. Ma anche per la giustizia italiana. Hanno compromesso l’equa riparazione, che è un principio garantito dalla Costituzione».

Il danno e la beffa: detenzione, intercettazioni e alla fine anche l’accusa di «comportamento menzognero»

Ma ciò che più dà da pensare è quanto l’intervistato afferma replicando a una domanda dalle cento pistole del giornalista: «Si è fatto un’idea del perché sia stata emessa una sentenza del genere?». Risposta: «Cane non mangia cane. Così hanno trovato questo escamotage per non sconfessare dei colleghi che hanno sbagliato». Un errore costato – come denuncia sempre Mantovani dalle colonne di Libero – oltre alla detenzione, «quattro anni di intercettazioni senza avvertirmi». L’aver «falsato la trascrizione di un’intercettazione». E alla fine della fiera, «quando finalmente hanno dovuto ammettere la mia totale innocenza», «la storia del comportamento menzognero»… Un’accusa che, tiene a ribadire e sottolineare, Mantovani «respinge con forza al mittente».

Giustizia, Mantovani, non solo referendum: la mia battaglia per tutti gli innocenti in cella “invisibili”

E che oggi, insieme a tutto quanto descritto e argomentato, giustifica il ricorso presentato dall’uomo che ha già «dato mandato agli avvocati di fare ricorso alla Corte europei dei diritti per l’uomo». Non per ottenere un risarcimento economico, come tiene a puntualizzare. Ma «in nome degli invisibili, di quelle mille persone che ogni anno in Italia vengono messe in carcere ingiustamente. Persone che, una volta uscite e riconosciute innocenti, si trovano ad aver perso tutto e a dover ricostruire la loro vita da capo, spesso senza averne le possibilità»…

Perché la separazione delle carriere può essere dirimente e rendere migliore la nostra magistratura

Allora, come si coniuga questa vicenda drammatica con l’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo prossimi per il referendum sulla riforma della Giustizia? Semplice: «Dalle carte del mio processo – spiega ancora Mantovani – è emersa un’interlocuzione tra il pubblico ministero e il Gip (giudice per le indagini preliminari, ndr) nella quale si accordavano su come concludere il mio procedimento. Cioè con il mandato d’arresto. Ecco basta questo per far capire che la separazione delle carriere, prevista nel referendum, servirà eccome a rendere migliore la nostra magistratura. Quindi bisogna andare ai seggi e votare “Sì”».

Una drammatica testimonianza e la luce in fondo al tunnel

Sì, perché la vicenda di Mario Mantovani grida vendetta. Ma soprattutto perché chiede giustizia nel senso più alto del termine. Quando un cittadino viene assolto definitivamente, ma lo Stato trova l’escamotage del “comportamento menzognero” per non ammettere i propri errori e negare l’equa riparazione, siamo di fronte a un sistema che protegge se stesso a scapito della verità.

E sì perché il prossimo 22 e 23 marzo, il voto sui referendum non sarà solo un esercizio democratico, ma un atto di verità. Votare Sì significa impedire che altri “invisibili” finiscano nel tritacarne giudiziario senza tutele. Significa sostenere la linea per una riforma che restituisca dignità alla magistratura e serenità ai cittadini. E sì, perché anche la storia di Mantovani ci insegna che uscire dall’equivoco è un dovere morale prima ancora che giuridico o politico.

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di Lorenza Mariani - 16 Febbraio 2026