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Giorgia, figlia del popolo e di se stessa

Il libro

Giorgia, figlia del popolo e di se stessa

Bocchino mette tutte le sue abilità nel narrare la fiaba pop di una ragazza, senza ascendenze nel potere costituito e nelle aristocrazie sociali e culturali della Capitale, che diventa premier di una grande democrazia stabilizzata occidentale

Politica - di Carmelo Briguglio - 23 Febbraio 2026 alle 09:11

C’è tutto nell’ultimo libro di Italo Bocchino, “Giorgia figlia del popolo” (Solferino, 2026): tutto ciò che il comunicatore più esposto della “destra meloniana”, confesso di un’appartenenza, prima perduta e poi riacciuffata, possa descrivere per fare del suo mondo un racconto politico, un piccolo “epos” di realtà e di miraggi nel quale attirare il pubblico. Lo storytelling di abitatore esperto della “rive droite”, di conoscitore sperimentato che riferisce eventi apicali, mischiati a “marginalia” sconosciuti, è la prima panìa del libro; le cui pagine, confezionate con i dispositivi dell’affezione e del “nòstos àlgos”, sanno prendersi sia il lettore che di quella storia è partecipe, come ogni estraneo al romanzo sentimentale della destra.

La fiaba pop di una premier estranea alle aristocrazie sociali

Bocchino mette tutte le sue abilità nel narrare la fiaba pop di una ragazza, senza ascendenze nel potere costituito e nelle aristocrazie sociali e culturali della Capitale, che diventa premier di una grande democrazia stabilizzata occidentale, qual è l’Italia: racconta le radici, la family, i luoghi, il cammino, le difficoltà, le vette, le affinità elettive, i caratteri, la personalità, il “destino” di una figlia “del popolo”: cioè delle classi non elevate, oggetto di gradimento diffuso nei ceti medio-bassi; ma nello stesso tempo di figlia “di un popolo”, quello degli italiani di destra e delle sue “forme-partito”. 

Il brand Meloni si è affermato sulla scena mondiale

Ma “Giorgia” – si può dire – è anche figlia del “popolo globale” a cui è segnalata e proposta dai più importanti player mediatici e magazine di “politics” e “foreign affairs” come modello trendly; a livello internazionale “il simbolo è lei, con la sua figura prima ancora che con i suoi programmi”, scrive Bocchino per spiegare l’affermazione del “brand Meloni” sulla scena mondiale. Lui lo fa anche disvelando dettagli di avvenimenti noti e fatti sconosciuti di vita pubblica e privata della leader-premier: la versatilità aneddotica fa guadagnare scorrevolezza al libro, ne riscalda le pagine anche a beneficio del pubblico nudo di “politique politicienne”.

Una leader “figlia di se stessa” al servizio dell’interesse nazionale

E fa giungere a un’ulteriore “filiazione”: Meloni – a me pare – è soprattutto “figlia di se stessa”, di suoi remoti geni che la “agiscono” a superarsi, a sudare sui dossier, a ricercare l’interesse nazionale nella realpolitik, fino a diventarne serva e padrona, anche nei contesti contemporanei più complessi; il che “costa” e incide nella sfera personale, come il libro fa percepire o immaginare. C’è poi un obiettivo scoperto dell’autore: “risarcire” la classe dirigente meloniana, screditata per anni da attacchi fuori misura, provenienti dalle opposizioni e dai “contras”della comunicazione interna. A parte il ruolo di Ignazio La Russa, padre nobile senza il quale Fdi non sarebbe neppure nato, il Bocchino “politico” ha così colorato, anche mitizzato, il pianetino della destra giovanile divenuta adulta, oggi onerata da non lievi responsabilità.

Il “mito” e i doveri del partito del primo ministro

Questa parte del volume, gode – o soffre – di un’ idealizzazione “omerica”, di rievocazioni poetizzanti rispetto a episodi reali che nell’oralità di protagonisti e testimoni sono rappresentati quasi come gesta eroiche. In realtà, celano una maturità in progress che la classe dirigente del partito del primo ministro, la quale occupa rilevanti postazioni nel governo, in parlamento e in Europa, ha il dovere di consolidare ogni giorno, a prezzo di sbagli, di cadute, di gaffe; di traguardi da superare con sacrificio, con uno sforzo incessante di cultura politica, di apertura all’”altro da sé” e alla critica intelligente proveniente dallo stesso campo conservatore; nella consapevolezza che l’eterno e l’autosufficienza in politica non esistono, che si vive nella finitezza delle ciclicità e gli errori non sono mai un dramma: come l’autore sa, sono il “cuore sacro” di ogni generazione politica; e di tutte le leadership.

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di Carmelo Briguglio - 23 Febbraio 2026