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Giacomo Mancini

Verso il referendum

Giacomo Mancini, il grande meridionalista (perseguitato dai giudici) che voleva la separazione delle carriere

L'ex segretario nazionale del Psi dovette subire l'onda di una gogna per accuse infamanti rivelatesi infondate e false

Politica - di Mario Campanella - 21 Febbraio 2026 alle 18:31

Giacomo Mancini è stato uno degli uomini politici più importanti della Prima Repubblica. Segretario nazionale del Psi, più volte ministro, sul punto di andare al Quirinale il 1978, la sua storia personale si collega alla questione giustizia. Garantista convinto, fu vittima di un clamoroso errore giudiziario negli anni 90.

Una grande vita politica

Figlio di Pietro Mancini, primo deputato socialista della Calabria e ministro nel post-fascismo, cosentino, Mancini fu eletto deputato il 1948. Rimase in carica sino al 1992. Nel 1964 diventò ministro della sanità, introducendo l’obbligatorietà del vaccino Sabin contro la poliomelite. Fu poi un indimenticato ministro dei lavori pubblici, artefice della realizzazione dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, della legge di tutela dei patrimoni urbanistici dopo il disastro di Agrigento. Nel 1970 fu eletto segretario nazionale del Psi. Ministro del Mezzogiorno il 1975, fu tra i papabili per il Quirinale il 1978, prima di rompere con Bettino Craxi. Il figlio Pietro è stato sindaco di Cosenza, il nipote Giacomo junior deputato e assessore regionale.

L’odissea giudiziaria

Il 1993, quando non era più deputato, Mancini visse una vera e propria odissea giudiziaria. Alcuni pentiti lo accusarono di essere collegato alla ‘ndrangheta, di avere preso voti dalle cosche, addirittura di essere stato sodale di attentati svolti in Calabria. Lui che aveva combattuto la mafia senza retorica, difendendo invece la popolazione della sua terra. Ma l’accanimento giudiziario prosegui con l’accusa, anche questa falsa, del boss pentito di Cosenza, Franco Pino, di favori elettorali. Una sofferenza enorme.

L’elezione a sindaco, la sospensione e la condanna

Capace di reagire alle accuse che si tramutarono in una richiesta di arresto, Mancini si alleò con una lista civica di ispirazione di destra, formata da Arnaldo Golletti, e vinse a sorpresa le elezioni a sindaco del dicembre 1993. Uno scatto di reni straordinario che non gli risparmiò, un anno dopo, il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso. Accompagnato dall’amata moglie, Vittoria Vocaturo, si recava sempre alle udienze a Reggio Calabria.

Risultato: sospensione da sindaco, per ben due anni e mezzo, condanna di primo grado a cinque anni e assoluzione in appello a maggio del 1997. Cinque mesi dopo rivinse le elezioni comunali e guidò la città fino alla sua morte, avvenuta l’8 aprile 2002.

Il sostegno a Forza Italia e alla separazione delle carriere

Alle elezioni politiche del 1996 Giacomo Mancini, che aveva accusato pezzi dell’allora Pds di guidare il complotto nei suoi confronti, appoggiò Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo, candidati con Forza Italia in Calabria. Il leone socialista, amico personale di Giuliano Vassalli, sostenne già all’epoca la necessità di separare le funzioni tra il Pm e il giudice. Per Mancini, la riforma del codice di procedura penale, voluta proprio dal suo compagno di partito, sarebbe stata realizzata allorquando si fosse compiuta la separazione dei poteri. L’uomo che Giorgio Napolitano, alla sua morte, aveva definito, “il più grande meridionalista del dopoguerra”, che era amato da Sciascia e Scalfari, che aveva assunto posizioni di estremo coraggio garantista anche durante gli anni di piombo, che aveva denunciato il peso della mafia nella sua terra, aveva dovuto subire anche l’onda di un’accusa infame. Come se le parole di pentiti senza onore (il famoso Pino Scriva) valessero più della sua grandezza.

 

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di Mario Campanella - 21 Febbraio 2026