Il volto della meglio gioventù
“Erano lì per farci fuori”: ecco chi è l’agente brutalmente aggredito a martellate al corteo di Askatasuna
Un marito, un padre, un coraggioso servitore dello Stato e il volto della “meglio gioventù”: ecco chi è l’agente aggredito a martellate a Torino durante il corteo di Askatasuna. E un linciaggio premeditato quello che ha subito. Di più, lo denuncia la stessa premier: «Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Non ci sono altre parole per descrivere quanto subito da Alessandro Calista, l’agente del Reparto Mobile di Padova rimasto isolato durante l’assalto delle tute nere in corso Regina Margherita. 29 anni, originario di Pescara, l’agente è sposato e ha un bambino piccolo che lo aspetta a casa. Sabato, a Torino, ha rischiato di non tornarci… Ecco chi è il volto della “meglio gioventù” che l’Italia ha visto finire nel mirino della follia anarchica a Torino. E quali sono state le sue prime parole dal letto dell’ospedale.
Torino: ecco chi è l’agente brutalmente aggredito a martellate durante il corteo di Torino
Alessandro non è un “bersaglio”, come lo hanno considerato i circa dieci incappucciati che lo hanno accerchiato. È un uomo che sabato è partito dal Veneto per garantire la sicurezza di una città ferita dalle pretese di illegalità di Askatasuna, e che è stato brutalmente aggredito da vigliacchi in tute nere, protetti dall’anonimato del passamontagna, che si sono accaniti su di lui mentre era a terra, solo, privo di scudo e casco.
Un marito, un padre, un coraggioso servitore dello Stato
Calci alla testa, pugni e, infine, tre martellate alla schiena mentre cercava disperatamente di rialzarsi. Un’aggressione che Pasquale Griesi (Fsp Polizia) non esita a definire terroristica: «Cercavano il morto». Del resto, anche una chiave inglese, caduta a terra durante il pestaggio, conferma che l’arsenale dei manifestanti non era fatto per protestare. Ma per colpire a morte.
Il bollettino dell’Azienda Zero è spaventoso: 103 feriti, un numero che dà la misura di una battaglia campale. Di questi, 29 sono uomini in divisa. Ma il caso di Alessandro è il simbolo della ferocia dei “miliziani” di Askatasuna. Accerchiato da una decina di incappucciati, è stato scaraventato a terra e colpito con una violenza inaudita. Per questo oggi, mentre chi dall’opposizione, pur condannando le violenze, insiste a discutere sul “diritto al dissenso” e a operare distinguo tra manifestazioni e guerriglia, e a settorializzare anatomicamente tra manifestanti e attivisti, violenti e militanti, laddove in piazza ieri a Torino si è scatenata una ferocia inaudita.
«Ho fatto solo il mio dovere»
Eppure, dal letto dell’ospedale Molinette, ricoverato con ferite alle costole e al polpaccio, la voce dell’agente pestato dagli antagonisti arriva flebile, ma ferma. Non c’è odio nelle sue parole, ma la dignità di un servitore dello Stato. «Tranquilli, sto bene, ho fatto solo il mio dovere», ha ripetuto al Ministro Piantedosi e al Capo della Polizia Pisani. Poi prosegue: «Adesso non posso parlare, mi stanno ancora medicando», racconta dal reparto dove è ricoverato con altri cinque colleghi: tutti parte degli oltre mille agenti inviati a Torino per gestire il corteo in risposta allo sgombero di Askatasuna. E chiamati ad affrontare la mattanza…
Alessandro, Lorenzo, e tutti gli altri uomini in divisa, allora, rappresentano – e in queste ore più che mai – l’orgoglio di chi, nonostante i dolori e le bende, chiede allo Stato non vendetta, ma protezione. Perché, come sottolineato dal ministro Zangrillo, Alessandro e i suoi colleghi vivono il paradosso di una lotta impari: da una parte martelli e tubi-mortaio. Dall’altra il rischio di essere messi alla gogna per ogni movimento del manganello.
La visita di Giorgia Meloni agli agenti feriti
Come del resto sottolineato dalla premier Giorgia Meloni giusto questa mattina, dopo la visita agli agenti feriti alle Molinette di Torino: «Se i poliziotti avessero reagito agli aggressori sarebbero già iscritti nel registro degli indagati, e probabilmente ci sarebbe qualche misura cautelare a loro carico. Ma se non riusciamo a difendere chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto».
La promessa solenne della premier
Concludendo emblematicamente con un annuncio che suona come una promessa solenne: «Per quanto riguarda il Governo, ho convocato una riunione per domattina per parlare delle minacce all’ordine pubblico di questi giorni e per valutare le nuove norme del decreto sicurezza. Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa Nazione».