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Dalla Guerra Fredda a Milano-Cortina: il racconto geopolitico delle Olimpiadi. Perché dietro ogni medaglia c’è molto di più

Una lunga storia

Dalla Guerra Fredda a Milano-Cortina: il racconto geopolitico delle Olimpiadi. Perché dietro ogni medaglia c’è molto di più

Pensare di separare le competizioni internazionali dalla politica è un esercizio teorico che non regge alla prova dei fatti: la geopolitica dello sport è soft power e le Nazioni lo sanno benissimo

Politica - di Guglielmo Pannullo - 22 Febbraio 2026 alle 07:00

Milano e Cortina: la metropoli produttiva e la montagna verticale, i picchi della finanza e le crude vette delle Dolomiti, la modernità e la tradizione. Già in questa coppia c’è un racconto geopolitico e metafisico, prima ancora che sportivo. Lo sport, del resto, non è mai stato solo sport. Pensare di separarlo dalla politica è un esercizio teorico che non regge alla prova dei fatti. Le competizioni internazionali sono da sempre arene simboliche, surrogati di altre battaglie, in cui si misura la forza di una comunità, la sua capacità organizzativa, il suo prestigio, la sua propensione all’agone. Non è un caso che il Comitato Olimpico Internazionale sia composto da rappresentanze nazionali e che ai Giochi si gareggi per bandiere e inni. Per identità. L’atleta vince, certo, ma a salire sul podio è una nazione.

La lezione del Novecento

Nel Novecento lo si è visto con chiarezza cristallina. I Giochi delle Olimpiadi di Berlino 1936 furono un gigantesco palcoscenico di affermazione per la Germania. Le Olimpiadi di Mosca 1980 e quelle di Los Angeles 1984 divennero il termometro della Guerra fredda, tra boicottaggi e contro-boicottaggi. E prima ancora, le Olimpiadi di Roma 1960 segnarono l’affermazione definitivo dell’Italia nel consesso delle grandi Nazioni occidentali: un Paese che si affermava e lo mostrava al mondo attraverso lo sport e le infrastrutture.

La geopolitica dello sport è soft power

La geopolitica dello sport è soft power. Non la potenza delle armi, ma quella delle immagini, delle medaglie, delle cerimonie di apertura che veicolano messaggi. Vogliamo parlare della differenza delle aperture delle Olimpiadi francesi e di quelle italiane? Suvvia. La potenza dei vincitori. Di coloro che si cingono il capo con la simbolica e Sacra Corona di Alloro, più che con l’oro. Si tratta di prestigio, di reputazione. O, se vogliamo essere un po’ classici, auctoritas.

La storia dei preservativi Usa extralarge

La competizione, tuttavia, sovente scivola nella guerra psicologica, non solo in ambito sportivo. Durante la Guerra fredda circolò la storia – mai del tutto provata – di un piano della Cia per paracadutare preservativi extra-large etichettati come «medium» o «small» nei Paesi del blocco sovietico, per insinuare un senso di inferiorità nei maschi comunisti e di attrazione verso l’uomo occidentale per le figlie della Madre Russia e dei territori da essa controllati. Un’operazione grottesca, forse mai realizzata, attribuita a strutture come l’Office of Policy Coordination. Sembra una barzelletta, e forse in parte lo è. Ma dice qualcosa di serio: anche l’autostima collettiva è un terreno di scontro. Anche la percezione conta. Le “PsyOp” sono state, e sono ancora, prese molto seriamente.

L’effetto a catena dei successi sportivi

In fondo lo sport funziona in modo simile, ma in maniera nobile. Quando un atleta italiano conquista un oro olimpico, non vince solo lui. Si produce un effetto a catena: aumenta il numero dei ragazzi che si avvicinano a quella disciplina, cresce l’investimento pubblico e privato, si rafforza l’identità condivisa, crescono le infrastrutture, Netflix produce documentari, la Tv gira dei servizi, se ne parla, ci si entusiasma. È accaduto nel nuoto, nell’atletica, nel calcio, nell’apnea, nello sci, e ora persino nel “nuovo” curling. Accadrà ancora, probabilmente, dopo Milano-Cortina.

Lo sport come rito collettivo della Nazione

C’è inoltre una dimensione profonda, antropologica, quasi metafisica. Lo sport è rito. Migliaia, milioni di persone che non si conosceranno mai, ma che nello stesso istante cantano un inno davanti alla stessa bandiera. È un’esperienza potentissima e non artificiale, ma reale e costruita su simboli condivisi. Chi al bar non ha parlato di Sinner o della “Valanga rosa” con sconosciuti, o per lo meno sentito farlo? Noi italiani abbiamo una peculiarità unica: siamo un popolo nato e cresciuto intorno ai campanili e ai campanilismi, con identità differenti non da regione a regione, da città a città o da quartiere a quartiere, ma da strada a strada, e non è un difetto. L’Italia turrita, con la corona di torri, rappresenta proprio questo: un’unità fatta di molte identità locali, talvolta minuscole. Ogni torre è una città, una comunità, una storia. Nello sport questa pluralità si vede benissimo: il derby, la rivalità regionale, il tifo viscerale. Eppure, quando gioca la nazionale, quelle torri si riconoscono in una sola bandiera. È una sintesi che pochi altri Paesi riescono a vivere con la stessa intensità.

Da “Rocky IV” a “Forrest Gump”: la geopolitica dello sport al cinema

Anche il cinema ha raccontato questa “guerra” simbolica. In Rocky IV, il ring diventa il teatro dello scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Non è solo boxe, non è mai solo sport. È ideologia, è sistema, è modello di società, stile di vita, valori. E in Forrest Gump, un ragazzo semplice dotato solo di metodo, disciplina e un po’ di “limiti”, batte campioni cinesi di ping pong in piena stagione di diplomazia sportiva tra Washington e Pechino. Milano-Cortina 2026 si inserisce in questo solco.

Il “messaggio politico” di Milano-Cortina

L’Italia non è una superpotenza militare né demografica. È un Paese geograficamente limitato, con una popolazione inferiore a quella di molti giganti globali. Eppure, nello sport, riesce sistematicamente a stare ai vertici. È una costante che colpisce e dalla quale si evince che ovunque ci impegniamo con metodo, talento e disciplina, arriviamo a competere per il podio. Ad essere il podio. Dallo sci alpino al fondo, dalla scherma al ciclismo, dal tennis al biathlon.

Ospitare i Giochi significa anche mostrare un modello di sviluppo. Infrastrutture sostenibili e ben fatte, valorizzazione delle montagne, connessione tra aree urbane e territori periferici. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, il bene della Polis. È come dire al mondo: questa è l’Italia di oggi, capace di organizzare, di accogliere, di innovare senza perdere la propria anima. Anzi, dando lezioni di stile.
Naturalmente, la dimensione economica non è secondaria. Lo sport genera filiere, occupazione, turismo, indotto. Ma ridurlo a questo sarebbe miope. Il vero capitale è simbolico e identitario. È la fiducia che si crea. È la ragazza che, vedendo un oro olimpico nello slalom, vedendo Brignone o Wierer decide di iscriversi allo sci club del suo paese. È la Comunità che si ritrova davanti a uno schermo e, per qualche ora, si sente parte di qualcosa di più grande.

Le medaglie olimpiche: non un atto contro qualcuno, ma un’affermazione di sé

La differenza tra un piano di guerra psicologica fatto di etichette ingannevoli e una medaglia conquistata sul campo, forse, sta tutta qui: nel primo caso si cerca di umiliare l’avversario; nel secondo si afferma sé stessi. Milano-Cortina è e sarà questo. Non un atto contro qualcuno, ma un atto per noi stessi. Per rafforzare quell’identità plurale e orgogliosa che, come le torri dell’Italia turrita, ci tiene insieme anche quando sembriamo divisi.

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di Guglielmo Pannullo - 22 Febbraio 2026