Il Giorno del Ricordo
Dalla fuga dalle foibe all’accoglienza in Sicilia: Termini Imerese celebra l’abbraccio fraterno agli esuli istriani
Da Pola, Fiume e Zara verso la Sicilia per scappare dalle persecuzioni degli jugoslavi agli ordini di Tito. «La città di Termini Imerese ricorda gli esuli istriani, fiumani e dalmati, accolti fraternamente in questo luogo durante gli anni tragici del secondo dopoguerra». Non a caso, sull’ex Caserma La Masa è affissa questa lapide, che ci ricorda come la Sicilia sia stata terra d’accoglienza. Lo fu nel secondo dopo guerra, quando le conseguenze dell’esodo giuliano-dalmata si abbatterono su tutto il territorio nazionale. E continua a esserlo oggi, nel Giorno del ricordo, dedicato alle vittime delle foibe sul confine italo-jugoslavo. Una commemorazione in cui non può mancare la testimonianza dell’accoglienza termitana agli esuli che trovarono rifugio in Sicilia.
Foibe, dalla fuga dalla morte all’esodo in Sicilia
Sono trascorsi 78 anni da quando oltre mille esuli istriani, fiumani e dalmati sono arrivati in città. Termini Imerese ha accolto con diffidenza, prima. E con fraterno affetto, poi, gli italiani arrivati dal confine più doloroso d’Italia. Un confine dove nel giro di pochissimo tempo si sono alternate le uniformi verdi degli italiani, quelle nere dei nazisti, e infine quelle azzurre dei titini. Costretta dagli eventi, la quasi totalità degli italiani che viveva in quei territori ha scelto di lasciare tutto per rimanere italiana. Una scelta forte. Dolorosa. E che ha segnato per sempre la vita di quei nostri connazionali.
Un’accoglienza arrivata gradualmente
Hanno lasciato i luoghi natii, gli affetti più cari, il lavoro, le proprietà. E hanno vissuto un esilio mai finito. Una volta giunti a Trieste, la loro destinazione fu uno dei 109 campi profughi presenti nel territorio nazionale. Campi di raccolta profughi aperti su disposizione del Ministero degli Interni, e sotto il controllo delle Prefetture. Strutture spesso fatiscenti. Sicuramente poco accoglienti. Non solo. Gli esuli, oltre alla scarsa vivibilità dei luoghi in cui furono accolti, hanno dovuto spesso fare i conti con la diffidenza dei residenti, che li vedevano come invasori e stranieri fascisti.
L’arrivo a Termini Imerese e la sistemazione nel campo di raccolta profughi La Masa
Circa 250mila uomini, donne e bambini hanno deciso di lasciare Fiume, l’Istria e la Dalmazia. Alcuni di loro sono arrivati a Termini Imerese e furono accolti al campo di raccolta profughi La Masa. Uno stabile senza acqua calda. Senza bagni. E in realtà senza stanze, che furono poi ricavate dal fissaggio di tende grigie legate a fili di ferro che fungevano da pareti. Nessuna intimità, quindi, per loro. Ma solo dura sofferenza.
Foibe e esodo, la differenza tra mondi lontani e l’integrazione
Termini Imerese è un luogo lontano, per tradizione e cultura, alle terre dell’Adriatico orientale. Ma, nel giro di pochi mesi, il processo di integrazione fu compiuto. I termitani hanno mostrato nel giro di poco tempo il lato migliore dei popoli del Mediterraneo. L’accoglienza è stata, in tempi brevissimi, quasi perfetta. Gli esuli fiumani, istriani e dalmati, negli anni, hanno partecipato attivamente alla vita della città, dalla pallacanestro al carnevale. Il campo profughi li ospitò dal 1948 al 1956, anno in cui chiuse definitamente. E a chi scelse di restare fu assegnato un alloggio popolare nella vicina città di Palermo.
Fuga dalle foibe e esodo: chi è rimasto e chi ha scelto di andare via
Ancora oggi due di loro vivono a Termini Imerese: rappresentano quella continuità di rapporto che lega la Sicilia a Fiume, Istria e Dalmazia. Si tratta di Grazietta Drassich, nata a Pinguente, in provincia di Pola, nella valle del fiume Quieto, l’1 settembre 1932. Nella primavera del 1945, appena finita la seconda guerra mondiale, il padre fu prelevato a casa dai partigiani titini, e da allora è sparito per sempre. Soli e senza lavoro, la sua famiglia optò, dopo avere ottenuto il permesso, di andare via. Era il luglio del 1949.
Smistamenti e sistemazioni
La prima destinazione fu il Silos di Trieste. Poi Udine. E poi, con il treno, smistati e inviati in Sicilia. Il 12 agosto 1949 giunse a Termini e, dopo 7 anni di campo profughi, ne uscì nell’estate del 1956. Mise su famiglia e una attività professionale che l’ha accompagnata alla pensione. Oggi, a 93 anni, vive sotto la cura degli affetti familiari in città. Orlando Sicara, invece, di anni ne ha 83 anni: è nato a Fiume il 5 maggio 1943. Rimase orfano di madre il 28 febbraio 1945 a causa dell’esplosione di una bomba. Costretti dai titini ad andare via, si ritrovò con tutta la famiglia, nel settembre 1947 al Silos di Trieste. Smistati a Udine e infine al campo profughi di Novara, dove rimasero fino al 1961.
L’accoglienza dei fiumani in terra siciliana… anche oltre la vita
Nel 1964, grazie a un concorso al ministero di Grazia e Giustizia, fu destinato come usciere alla Pretura di Termini Imerese. Arrivato in città da solo , ha messo su famiglia e continua a viverci serenamente. Anche se ama dire che: non si sente siciliano, ma fiumano. In realtà, poi, sono tre gli esuli rimasti a Termini Imerese. Nel cimitero monumentale di Via Palermo, in contrada Giancaniglia, infatti, riposa il piccolo Nicolò Crivici, detto Pupo, nato a Cherso (isola dell’arcipelago del Quarnero a pochi chilometri di distanza dall’Istria) il 5 maggio 1946.
Fuga da foibe e dolore dell’esodo: il cuore siciliano antidoto a sofferenza e paura
Arrivato in città con la famiglia nell’estate del 1949, e morto a causa di un tragico incidente (è rimasto schiacciato da un’ambulanza della Croce Rossa) il 15 febbraio 1956, a soli 6 anni, all’interno del campo di raccolta profughi diVia Garibaldi, 4. Eppure, anche in quell’occasione i termitani hanno dimostrato grande cuore. Infatti, la famiglia Badalì ha ospitato senza esitazione il corpo di Nicolò per una sua degna sepoltura.