Le mosse di Trump
Venezuela, il paradosso tra ricchezza petrolifera e povertà. La partita delle grande potenzi globali è iniziata
Il Venezuela possiede più petrolio di qualsiasi altro Paese al mondo: oltre 303 miliardi di barili di riserve provate, secondo l’Opec e la compagnia petrolifera statale. Più dell’Arabia Saudita, più della Russia. Eppure questo dato, che dovrebbe garantire prosperità e stabilità, convive con una realtà drammatica fatta di blackout continui, supermercati vuoti e una moneta che perde valore giorno dopo giorno. È il grande paradosso venezuelano: un Paese immensamente ricco nel sottosuolo e profondamente impoverito in superficie. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il Venezuela non è stato dimenticato dal mondo. Al contrario, è sotto osservazione costante.
Venezuela, il paradosso tra ricchezza petrolifera e povertà
Le grandi potenze globali non guardano con distrazione, ma con attenzione strategica. Calcolano tempi, costi e opportunità, cercando di capire quando entrare in gioco e soprattutto cosa portare via. La crisi non ha spento l’interesse internazionale, lo ha soltanto reso più cauto e più cinico. Il petrolio non è l’unica carta in mano a Caracas. Il Paese possiede anche l’ottava riserva di gas naturale più grande del pianeta, oltre 5.700 miliardi di metri cubi, una quantità in grado di alimentare economie industriali per decenni. Oggi il Venezuela produce circa un milione di barili di petrolio al giorno, ma negli anni Novanta ne produceva più di tre milioni. Quella capacità non è sparita: è rimasta bloccata sotto il peso di infrastrutture obsolete, sanzioni, mancanza di tecnologia e investimenti.
Petrolio, gas naturale e oro. La partita globale per il controllo
A rendere il quadro ancora più strategico c’è la straordinaria ricchezza mineraria. Secondo stime ufficiali, il Venezuela possiede oltre 7.000 tonnellate di oro, una delle più grandi riserve non sfruttate al mondo. A questo si aggiungono ferro, rame, nichel, bauxite e soprattutto coltan, un minerale fondamentale per smartphone, veicoli elettrici e sistemi militari avanzati. In un mondo sempre più dipendente da tecnologie sofisticate, il valore di queste risorse cresce di anno in anno. Nel 2024 il Venezuela ha incassato circa 17,5 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio. Una cifra che può sembrare significativa, ma che rappresenta solo una piccola parte del valore reale di ciò che il Paese possiede. Il problema non è l’assenza di ricchezza, ma l’impossibilità di trasformarla in sviluppo: infrastrutture distrutte, corruzione endemica, isolamento finanziario e assenza di capitali stranieri continuano a bloccare ogni rilancio. Ed è qui che la questione diventa globale. Chi riuscirà a sbloccare questa ricchezza (e soprattutto a stabilire chi governa e con quali alleanze) acquisirà un potere enorme. L’Europa ha bisogno di energia, l’Asia ha bisogno di forniture sicure e gli Stati Uniti non vogliono che Cina o Russia rafforzino ulteriormente il loro controllo sulle materie prime critiche. Il Venezuela, in questo scenario, può spostare gli equilibri. Ignorarlo significa lasciare spazio ad altri. Intervenire significa entrare in un campo minato geopolitico. Ma una cosa è certa: non si tratta più solo di petrolio, gas o oro. Si tratta di controllo, influenza e potere. E quella partita, nel silenzio generale, è già in corso.