Energia e potere
Venezuela e Iran: due crisi separate o un’unica strategia sulla Cina? Da Caracas a Teheran tutte le strade portano a Pechino. Ecco perché
Negli ultimi mesi, due eventi che sembrano separati, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e la crescente pressione sull’Iran, potrebbero essere in realtà parti integranti di una strategia più ampia. L’azione su Caracas segnala una volontà di ridefinire equilibri politici e di influenza nella regione, mentre la pressione non riguarda solo Teheran come capitale, ma l’intero sistema iraniano e la tenuta dell’attuale governo. Una strategia che non sembra rivolta solo a Venezuela e Iran presi singolarmente, ma che punta direttamente alla sicurezza energetica della Cina e alla sua dipendenza dall’estero.
Venezuela e Iran: due crisi separate o un’unica strategia che punta alla Cina?
La Cina è oggi il più grande importatore di petrolio al mondo. Nel 2024 ha superato gli 11 milioni di barili al giorno di greggio importato, coprendo oltre il 70% del proprio fabbisogno energetico con forniture estere. Questa dipendenza rende Pechino estremamente sensibile a ogni cambiamento nei flussi globali di petrolio. In questo contesto, il Venezuela ha rappresentato per anni una fonte strategica. Prima del recente intervento statunitense, la Cina importava tra i 300.000 e i 470.000 barili al giorno di petrolio venezuelano, pari a circa il 4-5% delle sue importazioni totali. Non si trattava solo di quantità. Ma di qualità strategica: greggio pesante, a basso costo, flessibile e in larga parte fuori dal controllo occidentale, ideale per le raffinerie indipendenti cinesi.
Da Caracas a Pechino, passando per Teheran
Oggi però gli Stati Uniti stanno reindirizzando le esportazioni venezuelane e controllando i flussi finanziari legati a quel petrolio. Questo non colpisce solo Caracas, già indebolita da anni di crisi economica, ma elimina una valvola di sicurezza fondamentale per Pechino. Per la Cina significa perdere una fonte alternativa utile per compensare sanzioni, shock di prezzo e instabilità in altre regioni.
La strategia per arginare lo strapotere energetico della Cina
Dopo la cattura di Nicolás Maduro, ha iniziato a emergere una crescente fase di destabilizzazione interna in Iran, accompagnata da un’intensificazione della pressione esterna. L’Iran è uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e in alcuni periodi ha coperto fino al 13% delle sue importazioni di greggio. Anche qui, nonostante le sanzioni, Pechino ha continuato a comprare petrolio iraniano approfittando di sconti e accordi indiretti. Indebolire l’Iran significa quindi colpire un altro pilastro della strategia energetica cinese.
A questo punto entra in gioco un elemento geografico cruciale: lo Stretto di Hormuz. Si tratta di uno stretto corridoio marittimo largo poche decine di chilometri, situato tra l’Iran a nord e l’Oman a sud, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Attraverso questo passaggio transita circa il 20–25% del petrolio mondiale esportato via mare. Ancora più rilevante, tra il 40 e il 45% del petrolio importato dalla Cina passa proprio da Hormuz, proveniente da paesi come Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar, rendendo questo stretto una delle arterie energetiche più sensibili del pianeta.
Il ruolo emblematico dello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz si trova a ridosso dell’Iran ed è storicamente sotto l’influenza delle sue capacità militari, convenzionali ed ibride: l’Iran, infatti, ha dimostrato più volte di poter minacciare o disturbare il traffico marittimo in caso di escalation. Tuttavia, la vera questione non è se l’Iran sceglierebbe di chiuderlo, ma se una destabilizzazione dall’esterno possa creare le condizioni per un controllo di fatto dello stretto da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Vista in questo modo, il Venezuela appare come una polizza assicurativa. Se un conflitto o una crisi in Iran rendesse instabile l’area del Golfo e lo Stretto di Hormuz, Washington avrebbe già garantito l’approvvigionamento energetico per sé stessa. La Cina, invece, perderebbe prima il petrolio venezuelano e poi rischierebbe un colpo potenzialmente letale alla sua arteria energetica più critica.
Le possibili alternative di Pechino
Pechino può cercare alternative in Russia o Brasile, ma nessuna di queste può sostituire rapidamente i volumi del Golfo. Le rotte del Sud-Est asiatico presentano a loro volta vulnerabilità geopolitiche. La domanda finale, quindi, è inevitabile: l’Iran è davvero il fine ultimo di questa strategia? Oppure il gioco più ampio consiste nel ridurre drasticamente la flessibilità energetica della Cina, assicurando allo stesso tempo l’approvvigionamento degli Stati Uniti, prima che la pressione raggiunga il suo picco? In un mondo in cui l’energia è potere, controllare fonti e rotte significa controllare gli equilibri globali. E quello che sta accadendo oggi in Venezuela ed in Iran potrebbe essere molto più coordinato di quanto non sembri a prima vista.