Il libro
Uomo e Tecnica, gli allarmismi eccessivi di Galimberti fra incanto, disincanto e terrore: una lettura critica
L’ultimo, per ora, libro di Umberto Galimberti (“L’etica del viandante”, Feltrinelli) è, come gli altri, di grande fascino e di sicura presa sui suoi numerosi “fedeli”, lettori o partecipanti agli incontri che ama fare. Contiene però anche una serie di affermazioni, sostenute con assoluta sicurezza, com’è nello stile di questo filosofo-antropologo-psicologo, che, a mio parere, si prestano a qualche osservazione critica. Non è mia intenzione innescare una polemica sul piano della dialettica filosofica, sarebbe una lotta impari…. Ma da “persona” che desidera confrontare le proprie opinioni, in questo caso addirittura il proprio “credo” esistenziale, con quelle di un pensatore del suo livello, vorrei esprimere alcune perplessità, forse condivise anche da altri. E che spero possano essere utili per meglio comprendere la portata delle riflessioni contenute nel volume.
Gli allarmismi di Galimberti
Il linguaggio di Galimberti è quanto mai raffinato, ed è in buona parte la ragione della presa sui “fedeli” cui mi riferivo all’inizio. E’ difficile sottrarsi alla suggestione di immagini potenti. Ma proprio il loro fascino impedisce, in un certo senso, la messa in discussione di alcune conclusioni che appaiono – ed è questo il motivo principale del mio intervento – eccessivamente allarmistiche. Mi riferisco in particolare al ruolo che Galimberti attribuisce alla “Tecnica” che, in pratica, avrebbe già assunto una sorta di potere assoluto, asservendo a sé l’ “Umano”. E’ una tesi sostenuta anche da un altro eminente pensatore al quale spesso l’autore rimanda, uno dei suoi maestri, Emanuele Severino.
Galimberti contrappone un’epoca in cui la tecnica era ancora un mezzo al servizio dei fini che l’uomo intendeva raggiungere, a quella attuale. E soprattutto a quella futura, in cui la tecnica diventa essa stessa fine, e l’uomo non è più libero di scegliere le mete da raggiungere; ma è costretto, dalla potenza della tecnica, a perseguire tutti i fini che sono resi possibili da quella stessa, immensa, incontrollabile potenza. Parla perciò di un “incanto del mondo antico”, cui è seguito il “disincanto della modernità”, per approdare infine all’attuale situazione storica che, con Günther Anders (che pure Galimberti cita un paio di volte) definirei l’ultima possibile, nel senso che non potrà più cambiare il fatto che l’uomo dispone ormai del potere di distruggere il suo stesso mondo.
“L’incanto del mondo antico”
Mi sorprende che un cultore della “grecità”, un appassionato frequentatore dei classici dai quali discende il nostro modo di pensare, usi un’espressione come “incanto del mondo antico”. E’ la concezione ipotizzata nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura” di Johann Ioachim Winckelmann: “La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza”. Quella “edle Einfalt und stille Grösse”, coniata dallo storico dell’arte e archeologo tedesco nel 1885, ha condizionato per decenni non solo la fruizione dei capolavori dell’antichità, ma il modo stesso di guardare al mondo antico. Tuttora facciamo fatica a convincerci che il “candore” dei ruderi di quella civiltà arrivati fino a noi, che ci danno l’idea di una purezza assoluta, quasi di uno stato di grazia originario, sia in effetti un “falso”.
Il Partenone, come gli altri templi, da Segesta a Selinunte ad Agrigento, erano coloratissimi, dipinti con tinte accese, al limite della dissonanza cromatica, sul tipo degli affreschi pompeiani sulle pareti delle case patrizie, la cui immagine ci restituisce uno spaccato più realistico della vita che vi si svolgeva dentro. E anche del loro “mondo di visione”. Dov’era l’incanto in quel mondo, feroce, permanentemente in guerra (salvo la parentesi delle Olimpiadi), dove si facevano anche sacrifici umani? Il mondo delle antropofaghe Baccanti, divoratrici di Penteo, o dell’infanticida Medea o dell’Orestiade, era un mondo pieno d’incanto?
Il ruolo della Tecnica
Per Galimberti, in quel mondo, come ancora in quello della modernità, aperto dal “metodo scientifico” (a partire cioè da Cartesio per svilupparsi pienamente con l’Illuminismo e arrivare poi fino agli inizi del XX secolo), la tecnica era asservita ai fini che l’uomo voleva raggiungere, e non vi era ancora la sproporzione fra il potere dei mezzi e la capacità, etica, psicologica, dell’uomo di dominarli. E’ a questo proposito che si richiama a quel grande pensatore che è stato Günther Anders, il quale per primo ha sollevato il problema, dopo Hiroshima e Nagasaki, definendo questa “l’ultima epoca della storia”, perché, come ho già detto, ormai nulla potrà cambiare il fatto che l’uomo ha il potere di cancellare, con la vita sul pianeta, la storia stessa. E’ interessante ricordare, a proposito di scelte etiche, che Anders (il vero cognome era Stern) divenne famoso per il carteggio con il pilota Claude Eatherly: uno di coloro che sganciò la bomba su Hiroshima, ricoverato come pazzo perché si sentiva colpevole del gesto, anche se l’aveva compiuto su ordine. L’opposto cioè di quanto pensava Eichmann, il quale si autoassolveva in quanto si era limitato a obbedire, sia pure con particolare diligenza, nel portare a compimento la cosiddetta “soluzione finale”, vale a dire lo sterminio degli ebrei. E, per una strana coincidenza, Anders sposò quell’Hannah Arendt, la filosofa, allieva (nonché amante) di Heidegger, che scrisse il reportage sul processo all’ufficiale nazista, noto col titolo La banalità del male.
Il rapporto fra mezzi e fini
La modernità sarebbe finita con “il crollo della fiducia nella ragione universale”, quando cioè si è scoperta, con “il fenomeno del nazismo e la programmazione della Shoah … la possibilità di pensare il male”. Mentre prima di allora, secondo una felice, ma ingannevole in quanto tautologica, espressione di Benasayag (il filosofo-psicanalista franco-argentino, ex guerrigliero), che Galimberti fa propria, “chi pensa bene pensa il bene”. E’ falso. Si può pensar bene, amare l’arte, esaltarsi e commuoversi per una composizione di Wagner o Mahler e poi uccidere, torturare. Ma torniamo al rapporto fra mezzi e fini: “Mentre nel mondo antico, ma anche nella modernità, ci si prefiggeva un fine a partire dal quale si sceglievano i mezzi; oggi invece dalla maggiore disponibilità dei mezzi dipende la realizzazione dei fini che, a questo punto, non sono più una scelta discrezionale della volontà umana a partire dai quali si va alla ricerca dei mezzi, ma piuttosto i fini sono il prodotto meccanicistico dell’estensione dei mezzi che generano la disponibilità dei fini.”
Siamo sicuri che non ci siano vie di fuga?
La perentorietà (l’apoditticità) dell’affermazione sembra non lasciare alcuna via di fuga… Ma siamo proprio sicuri che sia andata così? Quand’ero ragazzo erano di moda i libri di un divulgatore olandese, Hendrik Willem van Loon (definito da qualcuno “il Piero Angela degli anni Trenta), che mio padre, un medico colto, come tutti quelli della sua generazione, mi… “invitava” a leggere. In uno di essi l’autore sosteneva che il più grande inventore di tutti i tempi era un ometto basso, peloso, che articolava soltanto suoni e non parole, vestito di pelli e armato di una clava, il quale abitava in una caverna. Ebbene, l’uomo di Neanderthal (era di lui che si trattava, allora considerato il nostro progenitore, prima che ulteriori ritrovamenti di fossili abbiano consentito di anticipare di molto l’avvento sulla terra della specie “uomo”) aveva inventato (o meglio scoperto) la ruota, che van Loon considerava, a ragione, il mezzo che permise all’uomo di evolversi rapidamente.
Due invenzioni all’inizio della civiltà
Ebbene: stando alla tesi di Galimberti, che sintetizzo brutalmente, in quel mondo pieno d’incanto, l’uomo avrebbe inventato la ruota perché voleva costruire un carro per il trasporto, che, senza quella, sarebbe stato soltanto un pesante, e quasi inutile, cassone. O non è avvenuto invece che, avendo l’uomo scoperto, per caso, la ruota, un mezzo perciò, questa gli abbia consentito una serie di sviluppi che, in mancanza, sarebbero stati impensabili? Van Loon ipotizzava che al nostro irsuto antenato con clava la brillante idea fosse venuta alla vista di un tronco abbattuto dal fulmine che scivolava rotolando. Un po’ come a Newton la caduta della famosa mela (la seconda, fondamentale, nella storia dell’umanità, dopo quella di Eva…) fece balenare l’ipotesi della gravità universale.
Implicazioni inimmaginabili
Anche il matematico indiano che ha inventato (in questo caso il termine è calzante) lo zero (Brahmagupta, nel V secolo d.C., ma, com’è noto, in Europa fu introdotto solo nel XIII secolo dal nostro Fibonacci) lo ha fatto per semplificare il calcolo e consentire operazioni complesse, non certo per inventare il PC…, ma da una semplice, elementare alternanza di 1 e 0, cioè di pieno e vuoto, resa possibile da quella invenzione, deriva l’infinita potenza degli elaboratori odierni. Già, comunque, i primi matematici e scienziati in possesso dello zero poterono dedurre una serie di implicazioni inimmaginabili prima. Il mezzo, cioè lo zero in quel caso, apriva un ventaglio di possibilità, consentendo di porsi dei fini ulteriori.
Per inciso, è abbastanza singolare che le due fondamentali scoperte o invenzioni che hanno consentito il vertiginoso sviluppo della civiltà siano dei… vuoti, la ruota e lo zero appunto. E in quanto a discrasia fra potenza dei mezzi e capacità di controllo degli stessi, il fuoco, questo dono degli dei (o sottratto agli dei, da Prometeo, punito atrocemente per questo), quando bruciava i campi, costruzioni in legno, intere città, in che misura era controllabile? In assenza, cioè, di acqua abbondante, idranti e pompieri…? E la dinamite? Nobel ha istituito il premio che porta il suo nome, per espiare in parte il peccato di aver inventato un mezzo di distruzione che, in confronto all’atomica o alla bomba all’idrogeno, ha la potenza di un petardo. Eppure quel “petardo”, ha consentito ai bombardieri alleati di distruggere in una notte la bellissima Dresda, causando 30 mila vittime civili.
Il potere di prendere decisioni
Oggi, l’algoritmo, con la sua ineffabile freddezza ed esattezza previsionale, avrebbe esautorato l’uomo del potere di prendere decisioni, delegate ormai alla “Tecnica”. Galimberti non può ignorare il precedente “storico” che smentisce questa catastrofica iattura. Alla fine della guerra di Corea, nel 1951, i potenti calcolatori dell’epoca “decisero” che gli Stati Uniti avrebbero dovuto attaccare, con l’atomica, l’Urss, prima che questa si dotasse a sua volta di analoghi ordigni. Il potente e carismatico (anche molto discusso) generale Mac Arthur, che aveva ricevuto nelle sue mani la resa dei giapponesi, conclusiva della seconda guerra mondiale, si batté strenuamente perché venisse sferrata quella che sarebbe giocoforza diventata la terza guerra mondiale. Il Presidente Truman, invece, cui spettava la “decisione finale”, licenziò Mac Arthur, neutralizzando così la… capacità decisionale del mezzo.
Lo sviluppo delle competenze
Oggi, continua Galimberti, il livello di competenza richiesto per assumere scelte consapevoli è diventato così alto, che queste sono ormai privilegio di pochissimi in tutti i campi, economico, finanziario, scientifico. E’ vero, ma è sempre stato così. Lo sviluppo è avvenuto con la crescita costante, progressiva, delle competenze. Un intellettuale come Abelardo al massimo poteva disporre di qualche centinaio di testi, e uno scienziato come Galileo di un cannocchiale artigianale. Oggi un intellettuale come Galimberti avrà letto decine di migliaia di volumi e un astrofisico dispone di apparati ultrapotenti. Ciò significa che siamo tutti costretti ad adeguare le nostre conoscenze alla complessità dei mezzi di cui disponiamo. E questo non è un male. Gli anziani non sono più in grado di accedere ai servizi pubblici, è vero, ma i loro nipoti utilizzano i cellulari e le più sofisticate applicazioni già a quattro o cinque anni. Questo è l’inarrestabile processo della conoscenza.
Se i filosofi-scienziati presocratici erano in grado di calcolare la dimensione dei pianeti o la loro distanza dalla terra o la circonferenza di questa, con “semplici” operazioni matematiche e intuizioni (ed è sbalorditiva la precisione dei loro risultati, verificata con i mezzi sofisticati di cui oggi si dispone); e Galileo con il solo cannocchiale ha aperto le porte alla “scienza nuova”, oggi un qualsiasi, non necessariamente geniale, astrofisico, utilizzando la potenza di calcolo dei moderni elaboratori e sfruttando la capacità dei telescopi e radioscopi del costo di milioni di dollari, può arrivare a scoperte fino a pochi anni fa possibili soltanto da parte di scienziati dalle menti superiori.
Il problema dell’etica
Ma è quello dell’etica il profilo che più sta a cuore a Galimberti: “la tecnica assume come sua etica che ‘si deve fare tutto ciò che si può fare’, senza per questo dover rispondere, come ci ricorda Emanuele Severino, degli effetti del suo fare”. Mi perdonerà l’autore, ma si tratta di una petizione di principio. Egli parte dall’assunto che la “tecnica” sia in grado di dominare i processi decisionali dell’uomo, suo inventore o scopritore, per concludere che essa è svincolata da qualsiasi norma etica “umana”. Diversa la posizione di Heidegger che Galimberti ascrive al proprio “partito”. Il filosofo esprime infatti una – legittima – preoccupazione, ma nulla più: “Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”. Questo lo scriveva nel ’59, ma tre anni prima, come ho già ricordato, era stato Günther Anders (in L’uomo è antiquato) a lanciare un analogo allarme.
L’etica presuppone una coscienza che la tecnica non possiede
C’è però un’altra obiezione, più radicale, all’assunto di Galimberti (e Severino): vale a dire che non ha alcun senso parlare di “etica” al di fuori della sfera – esclusivamente umana – in cui si pone la necessità di scelte: fra il bene individuale e quello generale, fra la norma astratta e il caso concreto, fra la legge positiva e quella naturale (vedi Antigone). L’etica presuppone una coscienza che la tecnica non possiede e non potrà mai possedere, quale che sia il grado di evoluzione della stessa. Un esempio banale, ma comprensibile a tutti. Io posso chiedere ad Alexa, il marchingegno (pardon, assistente virtuale…) che “governa” il funzionamento degli apparati domestici, di dirmi chi è Galimberti, e immediatamente mi reciterà tutto quello che esiste su internet. Ma non posso chiedergli se Galimberti è un maestro buono o cattivo e, se lo facessi, non saprebbe cosa rispondermi. Se mi rispondesse, in un senso o nell’altro, la scelta non sarebbe sua, del “marchingegno” cioè, ma del programmatore che lo ha istruito: un uomo.
Il controllo della tecnica
Per quanto riguarda la tecnica, si può porre soltanto il problema del suo controllo. L’uomo ha dovuto sempre imparare a dominare ciò che ha creato o scoperto. E ha dovuto sempre scegliere come usare il mezzo, se a fini pacifici o no. Col fuoco ha cominciato a cuocere i cibi, innescando quel processo di sviluppo intuito e descritto felicemente da Levy-Strauss ne “Il crudo e il cotto”, ha potuto disboscare ampi terreni per coltivarli e passare così dal nomadismo alla stanzialità, ha fuso i metalli per costruire utensili o armi, lo ha usato per riscaldarsi, ma anche per incendiare i castelli nemici, e così via. La dinamite è servita per scavare miniere o tunnel sotto le montagne, ma pure, forse soprattutto, per uccidere.
Alleanza uomo-Natura
L’uomo di oggi, scrive giustamente Galimberti, è consapevole ormai di essere una particella del cosmo, galleggiante su un minuscolo pianeta che fra quattro miliardi di anni finirà arso dal sole, che avrà ormai esaurito il suo combustibile nucleare ed esploderà prima di collassare. Per cui l’uomo deve smetterla di distruggere l’ambiente in cui vive e stringere un’alleanza con quella natura di cui è parte. La sua conclusione, anticipata già nel titolo del volume, è che, per salvarci, dobbiamo adottare l’etica del viandante. E’ abbastanza sorprendente il repechage di una figura – e di una concezione dell’esistenza, quella che un tempo si sarebbe definita una Weltanschauung – tipicamente romantica. Il Wanderer, ipostatizzato nell’immaginario collettivo dalla raffigurazione che ne fa Caspar Friedrich nel famoso quadro “Viandante su un mare di nebbia” (della “Kunsthalle” di Amburgo), è colui che non si pone una meta per il suo viaggio, ma è il viaggio stesso la meta. Un viaggio fuori di sé e dentro di sé. Galimberti cita soltanto il Wilhelm Meister di Goethe, non si spinge oltre, a Klopstock, o al Winterreise di Müller (musicato da Schubert), presumo per non “datare” troppo la sua teoria, ma non c’è dubbio che la matrice sia quella, il più puro romanticismo, auspicante un’alleanza, un patto fra uomo e natura. Del tutto condivisibile.
Il vero problema è la natura umana
Mi sembra però che manchi un passaggio. Se comunque fra quattro miliardi di anni la vita sul pianeta cesserà, questa alleanza servirà soltanto a evitare di anticipare la fine, ma non muterà di un millesimo la posizione dell’uomo “mortale” (thnetos come lo definivano i greci), mortale individualmente e come specie perciò. E’ incontestabile che lo sviluppo incontrollato e l’utilizzo smodato delle risorse del pianeta ci abbia condotto sull’orlo del baratro, ma non è un processo inarrestabile. E l’uomo, coadiuvato dalla “tecnica”, che gli consente di fare previsioni accurate e attendibili, sta assumendo delle decisioni per salvare il pianeta. Il problema, il vero problema, non di oggi, ma di sempre, è la natura umana. Votata, vocata, alla distruzione e perciò all’autodistruzione. Chi crede in un dio creatore, “primo motore”, quindi anche ultimo, deve credere anche nel suo opposto, banalmente Dio e Satana, che si sfidano perennemente per il dominio sull’anima del poveruomo.
E la lotta fra la ragione e la tecnica è solo un… sottoprodotto di quella battaglia primaria. Non esiste l’uomo buono, che sia il “buon selvaggio” o l’Idiota dostoevskyano. Soltanto l’uomo è capace di efferatezze, sconosciute agli animali, e non ha senso parlare di ferocia “disumana” o “inumana” o “bestiale” per comportamenti che sono elettivamente ed esclusivamente umani. Soltanto l’uomo tortura, gode nel veder soffrire. I “feroci” animali uccidono rapidamente per non sprecare inutilmente energie, e solo per nutrirsi o difendersi. Tranne il gatto, che si “diverte” a vedere gli occhi impauriti del topolino fra le sue unghie. Ma sono millenni che il gatto frequenta l’uomo… Come mai gli animalisti, sempre molto attivi, non chiedono il bando dal linguaggio universale dell’uso del termine “bestiale” per definire comportamenti che sono appannaggio esclusivo dell’homo cosiddetto sapiens?
Due “dimanticanze” di Galimberti
Vi sono due “assenze”, nel libro, a mio avviso abbastanza sorprendenti. La prima è quella di Wittgenstein, che Galimberti non cita mai. L’autore del “Tractatus logico-philosophicus” ha squarciato parecchi veli di Maya che offuscavano la vista e che a un autore che contesta i vari idealismi, da Platone a Hegel, dovrebbe interessare parecchio. Il rischio di cadere nella “metafisica” è sempre in agguato. L’Assoluto… si maschera nei modi più ingegnosi e impensati, e Wittgenstein è un efficace antidoto. Come lo è anche per evitare gli eccessi della filosofia “oracolare” di Nietzsche o di Heidegger che Galimberti sembra prediligere. L’autore fa riferimento, dei neopositivisti, solo a Carnap, e proprio per contestare, utilizzando le sue argomentazioni, un testo di Heidegger (Che cos’è la metafisica?) “’un vortice di domande poste illogicamente’ rispetto alle domande che si pone ‘la sobria scienza’”.
Ma la “dimenticanza” più vistosa è un’altra: Galimberti ricorda Teilhard de Chardin soltanto una volta e marginalmente. Eppure il pensiero del gesuita paleontologo, che cercò di coniugare l’evoluzionismo con la creazione, la scienza cioè con la fede, individuando il culmine dell’evoluzione non più in modificazioni fisiche (che cosa? altri occhi? altre mani?) ma nella crescita intellettuale e spirituale fino ad arrivare a una sorta di sovra-uomo, è molto affine a quello di Nietzsche, a cui Galimberti si rifà continuamente. Il suo pensiero, estremamente originale e audace, pur rimanendo, come è stato riconosciuto solo di recente (da papa Benedetto XVI), nei limiti dell’ortodossia cattolica, è ancora osteggiato. Il suo tentativo di liberare l’uomo dal senso di colpa, dal peccato originale, desta tuttora sospetti. Secondo la Scrittura, all’origine della conoscenza c’è il peccato, la trasgressione, la disubbidienza a Dio. Da ciò una pervicace, a volte larvata, altre esplicita, diffidenza della Chiesa nei confronti della conoscenza (Galileo e non solo).
Unità Uomo-Cosmo
Vale la pena ricordare alcune intuizioni e concezioni del gesuita francese, assai vicine a quelle finali del saggio di Galimberti. L’Inno alla Materia, degli anni in cui prestava servizio come barelliere nell’esercito francese durante la prima guerra mondiale, introduce già quel concetto di unità fra l’uomo e il cosmo che troverà poi compiutezza nelle opere più mature: Benedetta sii Tu, universale Materia / Durata senza fine, Etere senza sponde / triplice abisso delle stelle, degli atomi / e delle generazioni, / Tu che accadendo e dissolvendo / le nostre anguste misure / ci riveli le dimensioni di Dio. Fu durante il soggiorno in Cina, dal ’26 al ’46, prima in esilio per ordine dei superiori, poi obbligato a rimanervi dallo scoppio della seconda guerra mondiale, che elaborò il concetto di “ciclone mistico” prodotto dall’insieme delle tre grandi filosofie orientali, quella indiana, quella cinese e la giapponese.
L’uomo-Dio
Della prima, il “desiderio di unità, l’attaccamento alla Terra, il senso dell’equilibrio con il cosmo”; della seconda “il sentimento umano della compassione e del collettivo”; della terza “il valore della socializzazione”. Il punto finale della sua riflessione è quella “Legge di complessità e coscienza” per cui si ha “un’evoluzione simultanea della materia e dello spirito verso il Punto Omega” che consente di avere piena fiducia nel progresso, nell’in-avanti, nell’in-alto, perciò in ultima analisi in Dio. Paradossalmente, in un mondo dominato dal potere della Tecnica (come ritengono che sia quello attuale e vieppiù quello futuro, Galimberti e Severino), perciò totalmente a-religioso, l’alternativa al dio cristiano, musulmano, buddista, indù, quale che sia, è soltanto l’uomo-dio. Vale a dire l’oltre-uomo di Heidegger (la traduzione da lui proposta dell’Ubermensch, il Superuomo, nicciano) o il sovra-uomo di Teilhard.
Scelte non delegabili alla Tecnica
Se l’uomo ha impiegato circa 55 milioni di anni a diventare quello che è, il sapiens, da quando cioè sono apparsi i primati e via via, attraverso varie fasi, australopiteco, habilis, etc., fino appunto al sapiens, e se negli ultimi duecento anni ha creato o scoperto più cose di quanto non sia riuscito a fare nei 55 milioni precedenti, ha davanti quattro miliardi di anni, un arco temporale immenso, durante i quali o può distruggersi da sé, evento quanto mai probabile, data l’irrefrenabile pulsione di morte che lo caratterizza, o può realmente diventare quell’oltre-sovra-uomo auspicato. Sta soltanto a lui la scelta di una via o dell’altra, scelta etica, “umana, solo umana” (parafrasando Nietzsche), non delegabile ad alcuna “Tecnica”.