Senza giustizia da 48 anni
Una strage, nessuna verità: Acca Larenzia è una ferita ancora aperta nella coscienza nazionale
In Italia si continua a parlare in modo sguaiato della strage di Acca Larenzia. Ma non ci si interroga su quello che accadde realmente: chi strappò alla vita tre giovani missini e, soprattutto, perché
Una strage, ma nessun colpevole. Il 7 gennaio 1978, un commando armato apre il fuoco contro la sede del Movimento Sociale Italiano nel quartiere Tuscolano, in via Acca Larenzia. Muoiono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, due giovani militanti del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del partito guidato da Giorgio Almirante. Un altro giovane attivista (nonché chitarrista del gruppo prog-rock Janus), Stefano Recchioni, muore alcune ore dopo. Viene colpito da un proiettile alla testa durante gli scontri con le forze dell’ordine esplosi a seguito del duplice omicidio.
Acca Larenzia: una ferita ancora aperta nella coscienza nazionale
In assenza di verità, la ferita di quella notte resta ancora aperta nella coscienza nazionale. Tant’è che il 23 marzo 2018 la deputazione di Fratelli d’Italia ha chiesto l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla violenza politica tra il 1970 e il 1989 (sarà riproposta anche nella legislatura in corso). L’obiettivo è di «fare luce sui tragici fatti di via Acca Larenzia e su tanti altri delitti di quegli anni rimasti senza colpevoli; per cercare di capire come mai le indagini non abbiano portato a nulla, per riaprire uno spiraglio su quelle vicende che possa permettere alle vittime e alle loro famiglie di trovare finalmente un po’ di pace».
La rivendicazione della strage
Torniamo al gennaio 1978 e alle sue ombre, nel tentativo di mettere ordine ai fatti. Qualche giorno dopo la strage, arriva la rivendicazione a firma dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale, sigla dell’area grigia del terrorismo di sinistra. Il proclama, registrato su un nastro fatto pervenire alla stampa, è letto da una voce camuffata. Il contenuto è estremamente violento e rozzo: «Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia, coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei».
E ancora: «Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso: le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi». Purtroppo, non si saprà mai di chi è quella voce assassina.
La giustizia negata
Sulla base delle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Livia Todini, nel 1987 vengono identificati come possibili responsabili del commando cinque militanti dell’ultrasinistra. Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco De Martiis vengono arrestati, mentre Daniela Dolce fugge in Nicaragua per evitare la cattura. Gli imputati saranno assolti dalla Corte d’Assise di Roma il 9 luglio 1990, perché il fatto non sussiste. Prima della sentenza, però, Scrocca muore in carcere.
La quarta vittima: il papà di Ciavatta
Anche in merito alla morte di Stefano Recchioni, terza vittima di Acca Larenzia, non si giungerà ad alcuna verità processuale. L’unica certezza balistica disponibile è che il calibro del proiettile che lo ha raggiunto alla testa non era nella dotazione dell’Arma dei Carabinieri. La strage, però, ci consegna il nome di una quarta vittima collaterale: Giuseppantonio Ciavatta, padre di Francesco, che si toglierà la vita sopraffatto dal dolore.
Il mistero della mitraglietta Skorpion
Nel 1988 un nuovo elemento riporta l’attenzione sulla vicenda. Una mitraglietta Skorpion, rinvenuta in un covo delle Brigate Rosse a Milano, risulta essere stata utilizzata anche negli omicidi dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli. Solo attraverso successive e complesse perizie balistiche emergerà un collegamento con i fatti del 7 gennaio 1978. A ricostruire con rigore questa trama oscura è il lavoro dell’avvocato Valerio Cutonilli, che ha messo ordine nella documentazione disponibile con un’ampia produzione saggistica.
Le rivelazioni di Raimondo Etro
Sui fatti del 7 gennaio 1978 è tornato di recente, con un’intervista pubblicata dal quotidiano Il Tempo (agosto 2015), l’ex brigatista rosso Raimondo Etro, condannato a venti anni e sei mesi di reclusione per il sequestro e la morte di Aldo Moro. Etro ha formulato ipotesi secondo cui «Gallinari, membro dell’esecutivo delle Br proveniente dal Nord, non gradì quanto accaduto nella capitale e ritenne l’eccidio di via Acca Larenzia un’interferenza inopportuna con i ben più ambiziosi piani delle Br. Arrivò furioso. Disse che in quel momento l’obiettivo era la Dc e che le azioni “antifasciste” non avevano senso. Tutti convenimmo che si trattava di un’azione incomprensibile, che avrebbe alzato il livello dello scontro ed esposto l’organizzazione a ritorsioni, mettendo a rischio l’azione di via Fani».
Secondo Etro, la strage del Tuscolano sarebbe stata opera di elementi provenienti da Potere Operaio, in parte confluiti nelle Br e in parte attivi nell’area dell’Autonomia operaia: «Io credo che fu opera di militanti che agirono al di fuori dell’organizzazione, ma con le armi e gli strumenti dell’organizzazione». Ecco la sua ipotesi.
Rompere il “patto del silenzio” per capire cosa accadde davvero
L’intervista a Etro meriterebbe approfondimenti e riscontri; anche per questo è citata diffusamente nel testo che, nel 2018, accompagna la proposta di istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta, con l’aggiunta di una considerazione dei deputati di Fratelli d’Italia: «Una tesi analoga è stata più volte formulata in ambito storiografico, ma non ha mai trovato riscontro in sede giudiziaria. Secondo l’ex brigatista, tale vuoto investigativo sarebbe il frutto di un vero e proprio patto del silenzio rimasto inviolato sino a oggi», si legge. In Italia, però, si continua a parlare in modo sguaiato della Strage di Acca Larenzia. Ma non ci si interroga su quello che accadde realmente quel giorno: chi strappò alla vita tre giovani missini e, soprattutto, perché.
che strano! Abbiamo magistrati e media che da 20 tentano di addossare a Berlusconi e alla destra le stragi di Falcone e Borsellino, che invece, quando erano ancora vivi, accusavano apertamente i colleghi magistrati ed il CSM.