Alle strette
Un Rubio all’Avana, perché no? Trump mette Cuba alle strette: niente petrolio venezuelano, trema l’ultima isola comunista
Dopo il crollo del sostegno venezuelano, gli Stati Uniti usano l’energia come leva: senza le forniture sovvenzionate, Cuba rischia blackout diffusi, paralisi industriale e nuove ondate migratorie
Donald Trump ha scelto la via più diretta. «Accettate un accordo o sarà troppo tardi», ha scritto su Truth Social, chiarendo subito cosa significhi il “troppo tardi”: «NON CI SARÀ PIÙ PETROLIO O DENARO DIRETTO A CUBA – ZERO!». Non è solo una provocazione. È un messaggio strategico indirizzato a un regime già in apnea, colpito nel suo punto vitale: l’energia.
Il nodo energetico
Cuba vive da anni in equilibrio precario grazie al petrolio venezuelano sovvenzionato, un flusso che copriva circa metà del fabbisogno mancante dell’isola. Quel cordone ombelicale si è spezzato nel momento in cui le forze statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro. Con Caracas senza il suo dittatore, L’Avana resta esposta, senza riserve, senza alternative rapide, senza margini. Trump lo sa e affonda il colpo: «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di PETROLIO e DENARO dal Venezuela. In cambio, Cuba forniva “servizi di sicurezza”… MA ORA NON PIÙ!».
La risposta dell’Avana
Così è arrivala anche la reazione del presidente comunista Miguel Díaz-Canel: «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa dobbiamo fare», ha dichiarato, promettendo di difendere l’isola «fino all’ultima goccia di sangue». Parole da fortezza assediata, rivolte più alla memoria ideologica che alla realtà quotidiana dei cubani. Perché sull’isola oggi manca tutto: carburante, elettricità, cibo. I blackout scandiscono le giornate, le file ai distributori sono gestite da un’app governativa, le pensioni valgono pochi dollari. La retorica resiste, la società no.
Rubio prossimo leader dell’Avana
Trump, intanto, alza ulteriormente la posta. Rilancia il pensiero – presentato come battuta, ma non troppo – di Marco Rubio alla guida di Cuba: «Mi sembra un’ottima idea!». Rubio non è un nome casuale. Figlio di esuli cubani, nemico dichiarato del castrismo, interprete di una linea senza ambiguità: la fine del regime comunista. Dopo la caduta di Maduro ha avvertito: «Se vivessi all’Avana e facessi parte del governo, sarei preoccupato».
La Dottrina Donroe
Washington, ufficialmente, continua a negare l’imminenza di un intervento armato. Trump stesso aveva già detto: «Un intervento militare non servirà, Cuba sta crollando da sola». Ma la pressione è visibile. Due navi d’assalto anfibio, la USS Iwo Jima e la USS San Antonio, sono state riposizionate a nord dell’isola. Segnali. Avvertimenti. La Dottrina Donroe – l’idea di ripulire il continente dall’influenza russa e cinese – entra ora nella sua fase caraibica.
Sanzioni e riallineamenti
Qualunque accordo, se mai ci sarà, passerà da concessioni politiche reali e da un riallineamento geopolitico. Mosca e Pechino sono il vero bersaglio strategico. Le sanzioni restano l’arma preferita: bastoni, non carote. Diversamente da quanto accadde con Obama, quando l’apertura sembrava possibile, oggi la Casa Bianca punta sull’esaurimento interno del sistema.
Il Paese reale
Il paradosso è tutto qui. Non sono i marines a spaventare i cubani, ma l’aritmetica della sopravvivenza: turismo dimezzato, un milione di emigrati in cinque anni, ore di buio ogni giorno. La celebrazione rituale della rivoluzione continua, con le bandiere rosse e i pugni alzati, ma il Paese reale chiede altro. Più benzina che sangue. Più riso e meno slogan.