Il 2026 della storicizzazione
Un nome, tre anniversari: ricordare Carlo Mazzantini perché la riflessione sui «vinti di ieri» esca dalla bufera
Nel 2025 sono stati i 100 anni dalla nascita, quest'anno ricorrono i venti dalla scomparsa e i 40 dall'uscita di "A cercar la bella morte", in cui raccontò la sua esperienza di "ragazzo di Salò". Uno di quelli di cui parlò Luciano Violante in uno storico discorso di pacificazione dimenticato dalla sinistra
Quanto sono lunghi cent’anni? Quanta vita c’è in un secolo? Quante storie possiamo raccontare nel lasso di tempo che ci separa da una vicenda ineffabile come il fascismo? Le tavole imbandite, le chiacchiere liquorose e il parentado con cui dividere l’ultimo pasto ancora hanno bisogno di momenti di servo distacco. La lettura dei giornali, mentre il camino ci illumina, è prassi doverosa. Sul Foglio di sabato 27 dicembre c’è un lampo. Una foto in bianco e nero. Sono giovani hanno i volti segnati dai vent’anni, c’è una luce nei loro sguardi e un vessillo tra le mani che è quello della Repubblica sociale italiana. I visi contriti di questi tempi aridi vorrebbero portarci altrove, ma Pierluigi Battista, invece, apre la credenza dei ricordi d’Italia. Sì, la credenza perché qui ci sono le parole e i gesti che attanagliano la bocca dello stomaco della gente attorno a noi. «In lode di un capro espiatorio» così è, se vi pare, il ricordo dei cento anni dalla nascita di Carlo Mazzantini, aggiungiamo che quest’anno decoreranno le due decadi dalla sua morte.
Il decennio scorso Pietrangelo Buttafuoco in un accaldato corpo a corpo con Corrado Augias, sui teleschermi di La7 sotto l’egida di Lilli Gruber, raccontava di come «la mia storia è fatta di libri diversi». Ecco. Ci siamo, siamo lì a osservare la punta della penna. Perché in quella narrazione, ammantata di oblio, fuoriescono i caratteri di Mazzantini. Nel 1986, per intercessione di Giordano Bruno Guerri, l’autore romano pubblicò per i tipi di Mondadori A cercar la bella morte. Non solo un romanzo autobiografico, ma una bandiera come quella che dopo il 25 luglio del 1943 sventolava con un buco in mezzo, «dove ci si può guardare attraverso», perché Mussolini era caduto e il Re era fuggito. E l’Italia, agonizzante e riversa al suolo, venne spezzata. Mazzantini a 17 anni, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelse la Rsi militando nella 63ª Legione CC.NN. d’Assalto “Tagliamento” e in quel testo raccontò la scelta di una generazione nata e cresciuta dentro, sotto e intorno al fascismo. Uno di quelli che non scelse la «zona grigia», usando il lessico di Renzo De Felice, ovvero che scelse di non scegliere, ma che si gettò nei 600 giorni di Salò. Un «figlio di stronza» per usare le parole del prima fascista e poi antifascista, con uno schiocco di dita, Elio Vittorini.
Il libro che oggi è un adulto e compie quarant’anni – gli anniversari qui sono innumerevoli – rimanendo ancora lì. Lì mentre il dibattito sgretola la propria capacità di confrontarsi con quello che viene da ieri. Abbiamo visto cos’è successo a “Più libri più liberi” con Passaggio al bosco – casa editrice che ha pubblicato, tra gli numerosi testi del suo catalogo, L’ultima raffica di Antonio Guerin, anch’esso volontario della Rsi – e negli ultimi giorni dopo le parole di Ignazio La Russa pronunciate sulla storia del Movimento Sociale Italiano. Perché l’antifascismo, nella sua fase più acuta di sclerotizzazione, è incapace di affrontare il presente, figuriamoci il passato. E quindi Mazzantini diventa letterato da nascondere nella terza fila della libreria, ben oltre la polvere. Perché, come ci insegna Seneca, «d’ogni guerra, / non il motivo, l’esito si chiede». Nelle pagine di A cercar la bella morte c’è tutto un sentimento che almeno una volta nella vita chi ha dato un volantino, provenendo da destra, fuori da una scuola, chi ha sventolato un tricolore in una piazza, chi ha varcato la porta di una sezione politica ha provato o quantomeno ha creduto di provare. «Sì, siamo noi! Siamo tornati! I monti non ci hanno inghiottito. Noi siamo quelli che tornano sempre: i mai morti!…». Il tempo, forse anche imbevuto di retorica, anzi sicuramente bagnato di verbosità, ci impedisce di dimenticare quei giovani.
«Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri». La voce è di Luciano Violante. Una voce udita dagli italiani il 10 maggio 1996 il giorno del suo insediamento come presidente della Camera. Uno squarcio per cercare di comprendere i motivi di quelle scelte. «Non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò». Mazzantini nel caos di chi ha smesso di ascoltare ci osserva dalla sua dimora celeste fatta di carta.
In un altro libro dello scrittore capitolino, I balilla andarono a Salò, c’è un racconto che è catarsi. Parliamo delle pagine finali del testo. Il ricordo del «sacrificio di 43 miei giovani camerati» che vennero «fucilati il 28 aprile 1945 da una banda di partigiani comunisti di Rovetta, un paesino posto sotto il passo della Presolana, in provincia di Bergamo». Quei soldati, alla notizia della morte di Mussolini, «su pressioni del parroco e di altri maggiorenti del paese si erano arresi al locale Cln e avevano consegnato le armi». Il giorno successivo, però, un comando comunista ruppe i patti e decise di fucilare quei militi. Gli fu fatta scavare la fossa e vennero passati, cinque a cinque, per le armi. «Ognuna di quelle cinquine, cadendo sotto le raffiche, gridava: “Viva l’Italia”». Fu così che «per otto volte, come le donne del paese, che chiuse nelle loro case, terrorizzate tendevano le orecchie a quegli spari e a quelle grida, raccontarono alle madri di quei martiri, quando alcuni anni dopo si recarono lassù a riesumare i resti dei figli, per otto volte, sotto quei monti, nel silenzio agghiacciato di quel giorno, sentirono le voci di quei ragazzi gridare: “Viva l’Italia”».
Qualcuno vorrebbe amputare quei giorni, quei mesi, quegli anni, anzi quei due decenni, come fossero un tumore che uccide senza sosta il pensiero dell’Italia. Eppure la diagnosi è semplicemente errata perché se «anche un cuoco può essere utile in una bufera», come canta Francesco De Gregori nella sua Il cuoco di Salò, figuriamoci quello che può fare uno scrittore. Figuriamoci Mazzantini.