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Referendum, pesante mazzata per il “No”: respinto il ridicolo ricorso per far slittare il voto

Alle urne 22 e 23 marzo

Referendum, pesante mazzata per il “No”: respinto il ridicolo ricorso per far slittare il voto

Politica - di Lucio Meo - 28 Gennaio 2026 alle 18:56

Il tentativo di “golpetto” giudiziario per far saltare la data del referendum, allungare i tempi e “buttarla in caciara” è fallito. Il ricorso, del resto, era pretestuoso, quasi ridicolo, secondo giuristi esperti. E in effetti il Tar del Lazio ha confermato la data del 22 e 23 marzo prossimi per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, ritenendo infondato il ricorso presentato contro il decreto che aveva indetto la consultazione per quelle due giornate.

Referendum sulla giustizia, la data del 22 3 del 23 marzo resta

Dietro i ricorrenti – i 15 promotori di una raccolta firme su un quesito referendario parzialmente diverso da quello ammesso dall’Ufficio centrale per il referendum – c’era tutto il mondo della sinistra, politica, giudiziaria e intellettuale, che cerca in tutti i modi di fare campagna per il “No”, con fake, accostamenti ai fatti di Minneapolis, inquinamento dei pozzi della comunicazioni o uso di testimonial che di giustizia sanno poco o nulla. I “quindici” chiedevano la sospensione e l’annullamento del decreto presidenziale per completare la raccolta delle firme e sottoporre il proprio quesito al giudizio di legittimità ma sono stati asfaltati dal Tar.

L’organo di valutazione amministrativa si è pronunciato nel senso dell’infondatezza nel ricorso rilevando che la disciplina applicabile sia principalmente finalizzata a permettere che la legge di riforma costituzionale, approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta dei propri componenti, sia sottoposta, in tempi certi, all’approvazione da parte della volontà popolare, da quale tra i soggetti a cui l’articolo 138 della Costituzione attribuisce l’iniziativa referendaria (almeno un quinto dei membri di una delle Camere o cinque consigli regionali o cinquecentomila elettori) abbia avanzato per primo la richiesta di referendum.

“Con soddisfazione il Tar ha dichiarato infondate le pretese dei ricorrenti, evidenziando che l’articolo 138 della Costituzione tutela unicamente l’attivazione della consultazione referendaria e che il testo del quesito non è nella disponibilità dei promotori, ma è direttamente fissato dalla legge”, dice Antonino La Lumia, presidente Comitato per il sì Art.111. “Il nostro perimetro sia sempre la tutela degli interessi dei cittadini e l’informazione chiara e trasparente” chiosa La Lumia. “I giudici del Tar hanno confermato la bontà delle tesi del ‘Comitato Si alla riforma della giustizia – art. 111’ secondo cui la Costituzione non prevede né tutela un ‘diritto al quesito’ ma, piuttosto, un ‘diritto al referendum’ da svolgersi nei tempi certi predeterminati dalla legge” aggiunge Pierfilippo Giuggioli, coordinatore del Comitato.

La soddisfazione del ministro Nordio

Soddisfatto anche il ministro Nordio. “La motivazione è di una chiarezza adamantina: trattandosi di un referendum confermativo, una volta che si sia determinata una condizione per il suo svolgimento, in questo caso la richiesta parlamentare, le altre, come le cinquecentomila firme, sono inammissibili perché superflue, come avevamo detto sin dall’inizio. Si è trattato di un espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, commenta la sentenza del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso del comitato promotore della raccolta firme per il referendum.

 Sul fronte politico, la reazione di FdI è immediata. “Esprimo soddisfazione per la decisione del Tar, che ha respinto il ricorso per rinviare il voto sul referendum del 22 e 23 marzo. La Costituzione parla chiaro, i soggetti che possono richiedere il referendum confermativo sono tre, una quota di parlamentari, 5 consigli regionali o 500 mila elettori. Una volta che uno di questi tre lo ha chiesto, diventa del tutto superflua la richiesta degli altri due. Viene così archiviata anche questa manovra dilatoria il cui obiettivo era forse anche quello di accedere al finanziamento pubblico previsto per il comitato promotore (1 € a firma)”, dichiara il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, senatore Alberto Balboni.

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di Lucio Meo - 28 Gennaio 2026