Il continente d’oro
Quanto costa la Groenlandia? Per Trump l’affare geopolitico non ha prezzo. Una strategia in corso da oltre un secolo
Un’isola di ghiaccio, un tesoro nel sottosuolo, una partita globale che dura dal 1868. Ma le risorse non contano, per gli Usa è una questione di sicurezza nazionale
Donald Trump lo dice senza troppi giri di parole: l’acquisto della Groenlandia sarebbe «essenzialmente una grande operazione immobiliare». Un’espressione che, detta da un uomo che ha costruito la propria fortuna su cemento, debito e leva politica, non è una boutade ma una chiave di lettura. La Groenlandia, per Trump, non è una cartolina artica né un problema diplomatico: è un asset.
Una continuità americana
Non è nemmeno un’idea nuova. L’interesse americano per l’isola più grande del mondo nasce nel XIX secolo. Nel 1868, subito dopo l’acquisto dell’Alaska dalla Russia, il segretario di Stato William Seward valutò l’ipotesi di acquisire Groenlandia e Islanda per 5,5 milioni di dollari. Non se ne fece nulla. Nel 1946 Harry Truman fece un passo in più: offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro. Risposta secca: no.
Il punto politico, però, resta. Washington ci ha pensato allora, ci ha ripensato durante la Guerra fredda, ci ripensa oggi. Non è una provocazione estemporanea, è una continuità strategica. La Groenlandia sta dove conta. Basta guardare una vecchia mappa di Risiko — gioco nato in Francia, acquistato e rimodellato dalla Parker Brothers negli Stati Uniti nel 1959 — per capire come l’immaginario strategico americano l’abbia sempre collocata: fa parte del Nord America.
L’offerta, la pressione, la minaccia
Trump così rilancia e alza la posta. «Penso che la otterremo. In un modo o nell’altro, la otterremo», ha detto già lo scorso anno al Congresso. E ancora: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale». Anche perché lì si gioca una parte decisiva della nuova competizione tecnologica globale: i cosiddetti “minerali critici”, come cerio e lantano, indispensabili per la filiera degli smartphone, dei droni, dell’Ai e dell’energia nucleare. A questo punto la domanda diventa dunque inevitabile: quanto vale la Groenlandia? E soprattutto: quanto costa?
Il prezzo politico
Le stime variano, ma non sono campate in aria. Nel 1946 Truman mise sul tavolo l’equivalente di 1,6 miliardi di dollari attuali. Un calcolo che tiene conto della crescita del prodotto interno lordo americano fino al 2025 porta quella cifra a circa 12,9 miliardi di dollari, secondo il think tank American Action Forum.
Il sottosuolo
Poi c’è il tema del petrolio e del gas. Le valutazioni degli esperti, confermano che il continente di ghiaccio ne avrebbe a sufficienza per un valore di circa 1.700 miliardi. Tuttavia, oggi bloccati da un divieto di estrazione introdotto nel 2021 per ragioni ambientali. Questo sommato alle terre rare ammonterebbe fino a 4.400 miliardi di dollari.
Qui, però, la realtà frena l’avidità. Estrarre in Groenlandia significa comunque spendere altrettanti miliardi e attendere oltre un decennio prima di vedere un ritorno. Clima estremo, assenza di strade, porti insufficienti, energia scarsa, consenso locale fragile. Oggi il valore dei giacimenti realmente sfruttabili è stimato attorno ai 186 miliardi di dollari. Non poco, ma lontanissimo dalle cifre teoriche.
Non è una questione di soldi
Eppure Trump non ragiona da contabile. «Il costo non è l’elemento più importante. Non è una questione di dollari e centesimi», ha spiegato Alexander Gray, ex funzionario della sua prima amministrazione, contattato da Fortune. «Lo vedo come un tema strategico».
È la stessa logica che guidò l’acquisto delle Isole Vergini nel 1917, comprate dalla Danimarca per ragioni difensive. Allora come oggi, il valore non stava nel rendimento economico, ma nella posizione.
L’Artico come fronte
La Groenlandia è la chiave dell’Artico, un teatro che si scalda quattro volte più velocemente del resto del pianeta e che sta diventando il nuovo fronte tra Stati Uniti, Russia e Cina. Mosca dispone di più basi e più rompighiaccio. Pechino investe e parla di “Via della Seta Polare”. Washington ha già una presenza militare decisiva sull’isola, la base di Pituffik, fondamentale per l’allerta missilistica. Ma Trump punta al controllo politico.
Il conto finale
Applicando un prezzo di 1,38 milioni di dollari per chilometro, il costo totale arriverebbe a 2.760 miliardi di dollari. Circa il 9% del Pil americano e il 7% del debito pubblico. Una cifra enorme, ma non senza precedenti se letta in chiave storica: l’Alaska costò lo 0,09% del Pil dell’epoca, la Louisiana il 3%, la Florida lo 0,68%, le Isole Vergini lo 0,04%.
Chi incassa
Resta un dettaglio tutt’altro che marginale: chi incasserebbe? La Danimarca ha già detto no. E i 56 mila abitanti groenlandesi? Con una cifra simile diventerebbero tutti multimilionari. E forse qualcuno ci sta già pensando.