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Capotreno ucciso a Bologna, i sospetti, le indagini e l’ombra del dubbio sul crollo del sistema

Delitto. E castigo?

Omicidio del capotreno a Bologna, il killer a piede libero ha ucciso per “motivi abietti”: le possibili aggravanti. E dopo il delitto ancora violenza sui treni: l’ultimo caso

Delitto di Bologna, il killer croato era un "fantasma" già denunciato 7 volte e destinatario di un provvedimento di allontanamento. La Giustizia fallisce e le maglie burocratiche incombono pesantemente, ma la violenza sui treni non si ferma

Cronaca - di Greta Paolucci - 8 Gennaio 2026 alle 13:10

Una morte, quella del capotreno Alessandro Ambrosio, e uno sfregio alla sicurezza che gridano vendetta. Perché l’assassinio del 34enne barbaramente ucciso alla stazione di Bologna, non è solo un fatto di cronaca nera. Ma è anche un drammatico atto d’accusa definitivo contro un sistema che permette a un “fantasma” pericoloso di girare armato per l’Italia, nonostante un curriculum criminale che avrebbe dovuto far scattare le manette anni fa. Marin Jelenic, il 36enne croato fermato a Desenzano del Garda, è insomma il simbolo di un’impunità intollerabile che trasforma le nostre stazioni in zone franche per la violenza.

Capotreno ucciso a Bologna: il killer avrebbe agito per «motivi abietti»

Non per niente le indagini, coordinate dal pm Michele Martorelli, hanno portato alla luce un profilo inquietante del killer croato. Jelenic è accusato di omicidio con due aggravanti pesantissime: l’aver agito per motivi abietti. E l’aver colpito in un’area ferroviaria. Ma ciò che gela il sangue è il passato dell’uomo. Tra il 2023 e il 2025, lo straniero a piede libero nel nostro Paese è stato denunciato ben sette volte per porto abusivo di armi, quasi sempre coltelli. Eppure, per altrettante sette volte, è stato rimesso in strada. Ma procediamo con ordine, e partiamo dagli aggiornamenti delle indagini e dai precedenti che annovera la fedina penale dell’uomo accusato del delitto di Bologna.

Omicidio del capotreno a Bologna, tra violenza, fuga e tracotanza: il killer cercava un telefono

Dunque, secondo gli inquirenti della Squadra Mobile, vittima e carnefice non si conoscevano. Il movente? Banale e agghiacciante: Jelenic cercava ossessivamente un telefono per chiamare la Croazia. Lo aveva chiesto a vari passeggeri e, con ogni probabilità, lo ha chiesto anche ad Alessandro. Al rifiuto del capotreno, la mano del killer è ricorsa tragicamente all’ennesima lama.

Non solo. Dopo il delitto Jelenic si è mosso con la spavalderia di chi si sente intoccabile: ha viaggiato senza biglietto verso Milano (venendo fatto scendere a Fiorenzuola, altra occasione persa per fermarlo). Ha dormito nella sala d’attesa dell’ospedale Niguarda. E come se non bastasse, sembra che stesse per scappare verso l’Austria con un biglietto per Villach in tasca. Solo l’efficacia di indagini lampo ha impedito che sparisse oltre confine.

Il precedente di Udine: sputi e minacce e caos in un centro commerciale

Che Jelenic fosse una bomba a orologeria lo dimostra anche un episodio avvenuto a Udine lo scorso ottobre. Il titolare di un supermercato lo ha riconosciuto dalle foto segnaletiche: il croato aveva devastato il negozio, mangiato cioccolatini spavaldamente e lanciato lattine contro il personale solo perché sorpreso a rubare. «I carabinieri mi chiesero se volevo denunciare, ma mi dissero che tanto non avrebbero potuto fare nulla», racconta sconfortato il commerciante. È questa la resa della giustizia che arma la mano dei criminali?

E nel frattempo il far west sui treni continua: l’aggressione a Fano

Certo è che nemmeno l’arresto a Vercelli nel 2025 per resistenza, oltraggio e droga è servito col senno di poi: la giustizia italiana gli aveva concesso la solita, benevola “pena sospesa”. Il culmine della beffa, poi, è arrivato lo scorso 23 dicembre, quando il Prefetto di Milano ha emesso un ordine di allontanamento dallo Stato nei confronti del croato dopo l’ennesimo controllo con coltello in tasca. Un pezzo di carta che Jelenic ha trattato come carta straccia, continuando a gravitare nei nodi ferroviari di Milano, Pavia e Bologna, fino al tragico incontro con Ambrosio.

E non che si possa pensare che il caso possa fungere da deterrente. Sta di fatto, purtroppo, che come riporta tra gli altri il sito del Tgcom24, mentre l’Italia piange Ambrosio, la violenza sui vagoni non accenna a fermarsi. Alimentata da una percezione di impunità totale per i passeggeri abusivi. Proprio ieri a Fano, nelle Marche, un altro controllore trentenne è stato aggredito da un extracomunitario di circa 20 anni sorpreso senza biglietto. La colluttazione è finita sulla banchina, con l’aggressore che, non soddisfatto, è tornato sui suoi passi per colpire nuovamente il ferroviere prima di dileguarsi.

Capotreno ucciso a Bologna, siamo a un punto di non ritorno?

Certo è che l’omicidio di Bologna marca nel sangue un punto di non ritorno. Non possiamo più permettere che “fogli di via” e denunce a pioggia rimangano semplici formalità burocratiche. Alessandro Ambrosio è morto anche perché un uomo che girava con un coltello fermato a più riprese, era ancora libero di farlo. La sicurezza dei nostri lavoratori e dei cittadini non può più attendere.

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di Greta Paolucci - 8 Gennaio 2026