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Marco Minniti: “Voterò Sì al referendum”

Minniti: «Voterò Sì al referendum. La riforma rende l’Italia più sicura e libera i magistrati dalle correnti»

Il presidente della Fondazione Med-Or ed ex ministro Pd smonta uno per uno gli allarmi della sinistra: «Non c'è un disegno per sottomettere o delegittimare i magistrati, al contrario la riforma ha un effetto liberatorio»

Politica - di Luciana Delli Colli - 17 Gennaio 2026 alle 13:26

Un «passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura». È il giudizio che Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, già ministro dell’Interno nel governo Gentiloni, dà della riforma della Giustizia. «Permetterà di rompere il potere del correntismo. Per questo voterò sì al referendum sulla giustizia», chiarisce Minniti, un’altra autorevole voce della sinistra che smentisce la narrazione dell’opposizione.

Minniti per il Sì al referendum: «La riforma rende l’Italia più sicura e moderna»

In un’intervista al Foglio, Minniti ricorda che la riforma Nordio completa il percorso incardinato da Giuliano Vassalli, che prevedeva anche «la separazione delle carriere, troppe volte rimandata perché interessi politici soggettivi hanno prevalso». «Non solo non vedo la separazione delle carriere come una minaccia, ma al contrario penso sia un passaggio importante per rendere il sistema giudiziario più efficiente», chiarisce Minniti, smontando uno dei cavalli di battaglia del fronte del no e aggiungendo che vi ravvisa anche «una spinta europeista». «La riforma – spiega – avvicina la nostra giustizia ai valori e ai princìpi di fondo dell’Europa, alle garanzie di tutela dell’individuo. In un contesto internazionale come quello attuale avere un riferimento comunitario è un elemento di forza, non di debolezza».

Una minaccia alla democrazia? Al contrario, la rafforza

Per Minniti, inoltre, «bisogna sempre tenere a mente che tra sistema giudiziario e politiche di sicurezza c’è un rapporto molto stretto.
Una moderna idea di sicurezza si fonda su due pilastri». «Il primo è la certezza della pena, l’altro è il controllo del territorio», sottolinea nel colloquio con Ruggiero Montenegro, che firma l’intervista. L’ex apprezzato ministro dell’Interno svolge quindi un ragionamento che smonta anche l’idea secondo cui la riforma sarebbe una minaccia per i meccanismi democratici. Succede l’esatto opposto, perché «non dimentichiamoci che senza sicurezza non esiste la democrazia, contrapporre questi due aspetti è un drammatico errore». E cala in un contesto concreto la sua riflessione: «Per controllare una piazza avere una pattuglia è un presupposto necessario, ma non basta. Servono anche altri strumenti, a partire dall’illuminazione. E occorre avere una visione d’insieme. La riforma, che rende più veloce ed efficiente la giustizia, risponde a questa prospettiva. Sarà più facile punire i colpevoli».

La necessità di scardinare le correnti, che sono diventate «macchine di potere»

«Separare le carriere di pm e giudici consente di dare ai cittadini il senso di un percorso giudiziario che diventa il più imparziale possibile, ricordando che in questi anni proprio l’imparzialità della magistratura è stata fortemente messa in discussione», aggiunge, spiegando che forse si potevano trovare anche forme altre rispetto al sorteggio del Csm, ma il tema centrale è che «è fondamentale che si agisca per rompere il meccanismo delle correnti». «È normale che i giudici possano avere visioni e sensibilità diverse, nell’idea di Paese e a livello di culture giuridiche», ma «non c’è alcun dubbio che le correnti siano diventate un’altra cosa, non più luogo di dibattito ma macchine di potere».

Una riforma che consente di ricostruire la fiducia dei cittadini nei magistrati

«Rompere questa dinamica può avere un effetto liberatorio, a vantaggio prima di tutto degli stessi magistrati, che potranno finalmente essere premiati per il loro lavoro e non per logiche di appartenenza», ragiona Minniti, sottolineando che questo consentirà anche di «ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e giudici, fondamentale nell’esercizio della giustizia». E questo «costituirà alla fine un rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, che la riforma non mette in discussione». «Non c’è, a mio avviso, nessun progetto che punta a delegittimare i magistrati, né a sottometterli a un potere. In ogni caso gli italiani non lo accetterebbero».

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di Luciana Delli Colli - 17 Gennaio 2026