Iran, pizzo sull'orrore
Macabro mercato dei corpi a Teheran: ecco il tariffario del regime per riavere i cadaveri delle vittime della repressione
Non c’è limite all’abiezione quando il fanatismo religioso si fa Stato. Le notizie che giungono da Teheran non raccontano solo di una repressione feroce, ma di un sadismo burocratico che offende la dignità umana fin dentro la tomba. È il “mercato dei corpi”: un tariffario del dolore (e dell’orrore) che obbliga le famiglie dei manifestanti uccisi a pagare per riavere le salme dei propri cari. Una pratica che la Repubblica Islamica porta avanti dal 1979 e che oggi, sotto i colpi di una rivolta che non si placa, assume contorni ancora più macabri di cui dà conto oggi La Stampa. Un’abitudine comune nei regimi autoritari e che appartiene alla tradizione locale…
Sì, perché come riporta il sito del Tgcom24 tra gli altri, in Iran, «anche morire ammazzati ha un costo. Alle famiglie dei manifestanti uccisi viene, come detto, richiesto un “pizzo” per poter riavere indietro la salma del proprio caro. Una somma di denaro da pagare per ogni proiettile che le forze del regime hanno dovuto utilizzare per togliere la vita alla persona». Non solo. Perché le cifre richieste «sono tutt’altro che abbordabili. Soprattutto nel periodo di forte crisi economica che sta vivendo il Paese. Il reddito medio di un lavoratore è inferiore a 100 euro mensili. E a chi ha perso un parente viene richiesto il pagamento di cifre che vanno dai 4.000 agli 8.000 euro».
Iran, se il regime mette il “pizzo” anche sulla morte: soldi per riavere i corpi
Proprio così: secondo le denunce raccolte da analisti e attivisti, il regime di Khamenei chiede il conto della morte: tra i 4.000 e gli 8.000 euro per ogni corpo restituito. Una cifra folle in un Paese dove il reddito medio è inferiore ai 100 euro mensili. Si paga la “tassa sui proiettili” usati dai sicari del regime per stroncare vite giovani e coraggiose. Chi non ha i soldi vede il proprio caro finire in una fossa comune. O peggio, trasformato in uno strumento di propaganda: le autorità arrivano a sequestrare i cadaveri. Restituendoli solo dietro la firma di false dichiarazioni in cui si attesta che il defunto era un miliziano Basij ucciso dai “terroristi”. Un’estorsione che è, allo stesso tempo, pecuniaria e morale.
La denuncia: stanno rubando i cadaveri?
Ma non è ancora tutto. Perché il sadismo del regime non si limita alla tassa di pagamento da versare per riavere i corpi. La Repubblica Islamica, secondo quanto trapela al momento infatti, arriverebbe anche a rubare – o a prendere in ostaggio – le salme. «In Kurdistan e nel Kermanshah stanno rubando i cadaveri. Le famiglie che sono riuscite ad arrivare agli obitori o negli ospedali prima delle autorità e hanno ottenuto le spoglie dei loro cari, li nascondono in casa, li mettono sotto ghiaccio. O li seppelliscono in giardino, per non farseli portare via», afferma Azam Bahrami, attivista iraniana per i diritti umani che da molti anni vive come rifugiata politica.
Non solo. Perché secondo Dabdan – un gruppo di monitoraggio dei diritti umani – le autorità di diverse città del Paese starebbero chiedendo alle famiglie di firmare false dichiarazioni e registrare i propri morti come miliziani Basij, uccisi dai manifestanti. Un’attestazione falsa che riscriverebbe la storia di chi è, in realtà, stato ucciso, e utile a gonfiare i numeri delle vittime delle forze di sicurezza e la versione ufficiale dei “terroristi”.
Inferno Iran, il pugno di ferro di Teheran
E come se ancora non bastasse, in questo clima di terrore, la voce della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, risuona gelida e anacronistica. Nel celebrare l’Eid al-Mab’ath, Khamenei ha ordinato di “spezzare la schiena ai sediziosi”, liquidando le proteste come una creazione dell’America. Per il regime, chi scende in piazza non è un cittadino che chiede libertà, ma un agente straniero da annientare. È la solita retorica del “nemico esterno” usata per giustificare il sangue versato nelle strade, mentre il dominio teocratico vacilla sotto il peso della propria crudeltà.
Iran, non c’è prezzo all’orrore: la fermezza di Giorgia Meloni
Resta il fatto che, davanti a tale barbarie (economica e intimistica), l’Italia non resta a guardare. E non si limita ai sorrisi di circostanza della vecchia diplomazia. Da Tokyo, la premier Giorgia Meloni ha tracciato una linea netta e coraggiosa, ribadendo la solidarietà dell’Italia a chi manifesta per i propri diritti. «Non credo che manifestare si possa pagare con la vita», ha scandito il Presidente del Consiglio. Condannando senza appello la repressione e le uccisioni. E ancora: «Penso che dobbiamo lavorare per una de-escalation. È quello che l’Italia continua a fare. Ne ho parlato anche con il Sultano dell’Oman, che ha avuto con noi un ruolo molto importante nelle negoziazioni».
Meloni: «Lavorare per una de-escalation. Solidarietà ai manifestanti»
Chiosando in calce: «Voglio ribadire la mia solidarietà al popolo iraniano e a chi manifesta legittimamente per i propri diritti e per un futuro migliore. Non credo che manifestare per i propri diritti si possa pagare con la vita. Condanniamo la repressione e le uccisioni da parte del regime iraniano. E chiediamo all’Iran di garantire l’incolumità dei cittadini che vogliono manifestare. Ma stiamo lavorando per una de-escalation e per tornare a negoziati che possano risolvere in particolare il dossier nucleare», ha ribadito la premier Giorgia Meloni, parlando con i giornalisti presso l’ambasciata d’Italia a Tokyo.
E figuriamoci quindi, viene da dire, se si può dare un prezzo alle spoglie… La posizione italiana è chiara: lavorare per la de-escalation e i negoziati, ma senza mai voltare lo sguardo dall’altra parte di fronte al massacro di un popolo che vuole solo un futuro migliore. O quanto meno: un futuro possibile…