Il saggio
Le “due Rivoluzioni” di Carlo Talarico: che rapporto ci fu tra fascismo e i moti del 1789? Una fu l’evoluzione dell’altra…
Quali rapporti ci furono tra fascismo e Rivoluzione francese? Il saggio di Carlo Talarico, che ebbe più edizioni durante il Ventennio, ora riedito da Oaks Editrice, azzarda l’ipotesi che l’una non fu affatto l’antitesi dell’altra, bensì una sua evoluzione. Il 1789 segnò la fine dell’Antico regime, proclamando l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge; eguaglianza che nel 1922 venne confermata, aggiungendo quella dell’uomo anche davanti al lavoro, come dovere e gioia creatrice.
Per gentile concessione dell’editore di “Le due rivoluzioni. Fascismo e Rivoluzione francese” (Oaks Editrice, pp. 320, Euro 28,00) pubblichiamo uno stralcio dalla prefazione di Mario Bozzi Sentieri.
Per comprendere il senso dell’opera di Carlo Talarico è necessario muoversi entro gli argini di quella che Giuseppe Parlato ha definito La sinistra fascista, in continuità con l’esperienza del Sindacalismo rivoluzionario ed il fiumanesimo, avendo al centro La Carta del Carnaro, riconosciuta per la sua validità originaria, a cui il fascismo delle origini fu debitore.
Talarico – citato dallo stesso Parlato – appartiene a questa “scuola di pensiero” (della quale hanno fatto parte – tra gli altri – Giuseppe Bottai, Bruno Spampanato, Oddone Fantini, Edoardo Malusardi, Tullio Cianetti) che accolse la costituzione fiumana tra i fondamenti della “socialità fascista”, in ragione del fatto – come nota lo stesso Talarico – che nella Carta dannunziana “per la prima volta si affermano costituzionalmente e con classica genialità i diritti e il valore del cittadino produttore”.
Il fiumanesimo quale “lievito potente” per la nascita ed il successo del fascismo – secondo la definizione di Tullio Cianetti – non esaurisce però la complessità dottrinaria del fascismo, anche in rapporto alla Rivoluzione francese, cuore dell’analisi di Talarico.
Non a caso Renzo De Felice sottolinea la “radice giacobina” del fascismo, riconoscendosi nelle analisi di Jacob Talmon , il quale sostiene che la Rivoluzione francese, in particolare la sua fase giacobina, ha introdotto un tipo di “democrazia totalitaria” anticipatrice del fascismo: “Per quel che riguarda il fascismo italiano – puntualizza De Felice – sono pienamente d’accordo col discorso di Talmon; ma non lo sarei più, se si estendesse al nazismo. Anch’io vedo nel fascismo una manifestazione di quel totalitarismo di sinistra di cui parla Talmon. Il nazismo, invece, si riallaccia a un totalitarismo di destra e si rifà quindi a tutt’altro discorso, che è quello di Mosse, della nazionalizzazione delle masse. Il discorso di Talmon è estremamente stimolante, è una delle chiavi per capire le origini del fascismo”. (…)
Talarico pone al centro della sua ampia riflessione su Le due Rivoluzioni il tema, cruciale per la “sinistra fascista”, dell’immissione delle masse nella nazione. “Questa tesi – nota Parlato in La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato – divenne il punto di contatto fra le molte analisi della sinistra fascista in merito al processo risorgimentale: la si ritrovò in autori vicini al mondo culturale del sindacato che avevano prestato attenzione al problema sociale e a quello delle masse nella valutazione del Risorgimento”.
E’ il caso di Talarico, sindacalista di base, culturalmente vicino al fiumanesimo sociale (ben rappresentato da Edoardo Malusardi, operaio di orientamenti anarchici, interventista, segretario della Camera del lavoro di Fiume durante la Reggenza, poi dirigente fascista e sindacalista), membro della Giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Fascista dei Postelegrafonici, durante gli Anni Trenta Capo divisione della Divisione IV (locali ed economato) del Ministero delle Comunicazioni.
Talarico, espressione di un sindacalismo insieme teorico e pratico, secondo gli orientamenti soreliani, svolge un’opera “didascalica”, impegnandosi a stabilire – senza prevenzioni ideologiche – i rapporti positivi e negativi fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione delle Camicie Nere, sulla base di una ricca letteratura – da lui ampiamente citata – nella quale spiccano i nomi di Giuseppe Chiarelli, Oddone Fantini, Giuseppe Maranini, Angelo Oliviero Olivetti, Sergio Panunzio, Italo Mario Sacco.
“E’ un vasto quadro – scrive in premessa al libro Le due Rivoluzioni Augusto De Marsanich (sindacalista rivoluzionario, interventista, presidente, tra il 1929 ed il 1933, della Confederazione fascista dei lavoratori del commercio, direttore de Il Lavoro fascista, deputato dal 1929 al 1943) – nel quale l’idea politica che dominò l’Ottocento e quella che ha già dato il suo stile e il suo nome al Novecento sono messe a raffronto con sicura chiarezza di pensiero, attraverso la documentata disanima degli elementi morali ed economici che caratterizzarono e dominarono, e nelle cosiddette grandi democrazie dell’occidente tuttora dominano, la vita dello Stato moderno in presenza della questione sociale”.
Stato nuovo, rispetto all’Ancien Regime, lo Stato di diritto, frutto della Rivoluzione dell’89, mostra i suoi limiti e le sue contraddizioni, a partire dal principio filosofico dell’uguaglianza, teorizzato da Rousseau nel Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini (Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes) pubblicato in Francia nel 1755. Talarico riconosce a questo principio un grande valore spirituale di portata universale, per la sua capacità di innalzare le sorti dell’umanità a mete più alte, fino a permeare del suo idealismo la coscienza giuridica e morale del XIX e del XX secolo. Nel contempo però non può non denunciare i limiti dell’individualismo che sta alla base di questa visione, formalmente egalitaria nei principi, in realtà generatrice – nota Talarico – di una nuova conflittualità sociale, determinata dalla dissociazione dei fattori (capitale e lavoro) della produzione, con il conseguente contrasto degli opposti interessi.
Su questa base l’uguaglianza non è “di fatto” quanto “virtuale”, nella misura in cui – scrive Talarico – “tutti, per citare un esempio, hanno dalla legge il riconoscimento di un eguale diritto di proprietà ossia tutti possono diventare proprietari, ma fino a quando non diventeranno tali per azione propria, non possono attendersi dalla legge nulla in loro favore”. Si tratta in definitiva – nota l’autore de Le due Rivoluzioni – di una “illusione”, che non tardò a produrre dirompenti effetti sociali, con il proletariato costretto a provvedere da sé stesso alla difesa dei propri interessi a fronte di un sistema giuridico solo apparentemente egualitario, in realtà antidemocratico, con la funzione dello Stato ridotta a reprimere soltanto le lesioni palesi ai diritti individuali, lasciando senza sanzione tutte le altre violazioni della giustizia, che l’autorità sociale non riesce a costringere in norme positive concrete.
Talarico analizza nel dettaglio “la disuguaglianza nel diritto” (dai diritti reali al diritto delle obbligazioni, dal contratto di lavoro al diritto di famiglia, alla giustizia) che è alla base della critica solidaristica finalizzata a dimostrare che, nonostante la proclamazione dei diritti “di libertà e di eguaglianza”, essi rimangono, nel sistema liberal-borghese, misconosciuti, alimentando la “questione sociale”, determinata dall’abolizione delle corporazioni.