La risposta iraniana
Trump sposta la portaerei Lincoln nel Golfo persico e avverte Teheran: “Venite al tavolo e negoziate”
Si muova la flotta Usa, minacce incrociate e la regione sull’orlo. «Il tempo sta per scadere! Come ho detto all’Iran una volta prima, Fate un accordo», avverte il presidente
“L’Armada sta arrivando. Venite al tavolo e negoziate”, questo, in sintesi, il messaggio di Donald Trump al caro Iran. Non un’esortazione, ma un ultimatum scandito al ritmo della potenza navale. Sullo sfondo, la promessa del presidente Usa a un popolo che da 47 anni sono ostaggio di un regime capace di reprimere senza esitazione per restare al potere.
Trump e la “Big beautiful Armada”
La minaccia americana è diretta. La flotta è già al largo dell’Iran, schierata non come simbolo ma come strumento. La portaerei Abraham Lincoln è entrata nell’area operativa del Centcom, accompagnata da cacciatorpediniere, sottomarini, navi lanciamissili, aerei pronti a colpire. Trump lo descrive senza attenuanti: una forza «disposta e capace di adempiere rapidamente alla sua missione, con velocità e violenza, se necessario».
Il conto alla rovescia
Mentre le basi americane nella regione alzano il livello d’allerta, la Casa Bianca stringe i tempi. O Teheran si siede «presto al tavolo» e accetta un accordo «giusto ed equo» che chiuda la partita del programma nucleare, oppure l’attacco sarà «molto peggiore» di quello di giugno.
La risposta iraniana
L’Iran replica con una sfida speculare. Il ministro degli Esteri della Repubblica degli ayatollah, Abbas Araghchi, conferma contatti e disponibilità al dialogo, ma avverte che le forze armate «sono pronte, con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con forza a qualsiasi aggressione».
Tel Aviv nel mirino
Ancora più duro Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema. Su X scrive che «qualsiasi azione militare americana, a qualsiasi livello, sarà considerata l’inizio di una guerra» e che la risposta sarà «immediata e senza precedenti, diretta all’aggressore, a tutti i suoi sostenitori e al cuore di Tel Aviv».
L’allarme delle capitali arabe
Le cancellerie regionali osservano con inquietudine crescente. Egitto, Turchia, Qatar, Arabia Saudita temono che il Medio Oriente torni a bruciare. Riad e Abu Dhabi, intanto, escludono l’uso del proprio territorio per operazioni offensive.
Le pressioni internazionali
Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, suggerisce di trattare «un dossier alla volta». Fu Chong, ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, avverte che «qualsiasi avventurismo militare non farà altro che spingere la regione in un abisso di imprevedibilità». Bruxelles parla di «gravi ripercussioni sulla stabilità regionale».
“Il tempo sta per scadere!”
«Il tempo sta per scadere! Come ho detto all’Iran una volta prima, FATE UN ACCORDO!», esorta il tycoon. «Non l’hanno fatto, e c’è stata “Operazione Midnight Hammer”, una grande distruzione dell’Iran. Il prossimo attacco sarà molto peggiore! Non fate accadere di nuovo tutto ciò».
Il vuoto dopo Khamenei
Marco Rubio, segretario di Stato americano, guarda ancora più lontano: se Khamenei fosse rimosso, «nessuno sa» davvero chi prenderebbe le redini dell’Iran. È questo il vuoto che rende il clima più incandescente e incerto del solito. Forse, la rivoluzione è dietro l’angolo.