Carte in tavola
La Russa a tutto campo: “Mai pensato al Colle, difenderei la Carta con la vita”. E pungolando la sinistra: le critiche? “Se fossi stato uno di loro…”
Il Presidente del Senato denuncia il pregiudizio ideologico e il doppiopesismo degli avversari: «È tipico dei dem il ricorso alla delegittimazione personale. Ma io sono super partes nell’esercizio delle mie funzioni. Cercate le mie dichiarazioni, non ne troverete una» che fa altrettanto
«Io sono coetaneo della Repubblica, come lo sono della destra politica italiana nata alla fine del 1946 di cui ho legittimamente ricordato la ricorrenza. E oggi mi riservo il diritto di vedere il passato con occhi miei. Oggi, senza necessità di accomodarmi a qualsiasi ricostruzione storica, dico che sarei pronto a difendere con la vita i valori di libertà espressi dalla prima parte della Costituzione». È questo uno dei passaggi salienti di una intensa intervista a tutto campo che Ignazio La Russa ha rilasciato a Il Giornale in edicola oggi. Un discorsi in cui, tra risposte e considerazioni, ricordi e prospettive sul futuro, il presidente del Senato traccia un bilancio politico e personale che profuma di storia e di futuro.
La Russa a tutto campo: «Mai pensato al Colle, difenderei la Carta con la vita»
La seconda carica dello Stato dialoga con il quotidiano milanese rientrando dalle brevi festività natalizie, e non si limita al protocollo: ma rivendica con la consueta schiettezza il proprio percorso. Il legame indissolubile con la destra italiana. Un rapporto disteso e di stima con il Presidente Mattarella – «le nostre relazioni sono amichevoli e affondano nel periodo in cui eravamo entrambi parlamentari. Nelle fasi di stesura dei sistemi elettorali, siamo andati più volte a cena insieme anche con Tatarella. Il rapporto è sostanzialmente formale, ma quando ci incontriamo è molto amichevole» –. E il ruolo di una leadership, quella di Giorgia Meloni, che definisce senza mezzi termini come quella di un «grande leader».
Il riconoscimento a Giorgia Meloni: «Ha sempre azzeccato le scelte»
Un rapporto, quello con il presidente del Consiglio, che occupa una parte centrale della riflessione a tutto tondo di La Russa. Anche perché dalle sue parole non emerge solo la stima per un alleato, ma il riconoscimento di una stoffa politica superiore. Sottolineando tra l’altro, la lungimiranza (e la visione politica prospettica) di Giorgia Meloni. «Ho subito preconizzato che sarebbe stata una leader e lo è diventata senza bisogno di nessuno. Quando nel 2019 il governo gialloverde ventilò che diventasse ministro degli Esteri io vacillai perché era un incarico importante. Ma ancora prima che l’offerta venisse formalizzata, lei rifiutò subito. E ci disse che per noi di FdI sarebbe stato un momento di crescita stare fuori da quel pastrocchio. Ha sempre avuto la capacità di azzeccare le scelte. Questa è la differenza tra un ottimo politico e un grande leader».
E ancora. Per La Russa, la forza di Giorgia risiede nella capacità di non inseguire l’onda emotiva, come dimostrato nella gestione della crisi in Medio Oriente e nel rapporto strategico con gli Stati Uniti. Di più. Argomentando questo ragionamento precisa e sottolinea anche: «Dicono che la Meloni vuole la riforma per avere “pieni poteri”. Come se per governare avesse bisogno del premierato: sta già governando benissimo senza. Il premierato nasce dalla volontà di fare qualcosa per la Nazione. Un atto d’amore per l’Italia del futuro».
La Russa sul “doppiopesismo” della sinistra: «Se fossi stato uno di loro…»
Ma nell’intervista La Russa non guarda solo a destra. Non per niente uno dei passaggi più taglienti dell’intervista riguarda il trattamento riservatogli da alcuni avversari e da certi media. E sul punto il presidente del Senato non ricorre a giri di parole per denunciare quello che percepisce come un pregiudizio ideologico radicato. «Se io fossi stato di sinistra, avrebbero tutti detto: che bello un presidente del Senato così al di fuori della formalità», osserva con una punta di sarcasmo. E sottolinea anche: «Forse hanno inteso che avessi l’ambizione di fare il presidente della Repubblica e si sono spaventati, ma io questo obiettivo non l’ho mai avuto», spiega il presidente del Senato.
Che poi a stretto giro non manca di ricordare illustri predecessori come Fanfani o i più recenti Grasso, Fini e Casini – tutti politicamente attivi durante il mandato –. Sottolineando come il regolamento di Palazzo Madama imponga l’iscrizione a un gruppo: «E io sono iscritto al gruppo di FdI». La sua idea di imparzialità non coincide con l’asetticità politica, ma con il rispetto dell’interlocutore: «Queste accuse di faziosità non le contrasto neanche più. Cercate le mie dichiarazioni, non ne troverete una che delegittima l’avversario. Io posso contrastare le idee ma non le persone».
«Tipico della sinistra il ricorso alla delegittimazione personale»
Tra l’altro sul punto aggiunge anche: «È tipico della sinistra il ricorso alla delegittimazione personale. Io sono super partes nell’esercizio delle mie funzioni, tento di riuscirci sempre. Tanto che il mio rapporto con i capigruppo al Senato è ottimo. Semmai ho la necessità di ascoltare di più le ragioni dell’opposizione che è numericamente inferiore. Ma non si può confondere il ruolo del presidente della Repubblica con quello del presidente del Senato». Di più. Per la seconda carica dello Stato – che lo spiega chiaramente – il tentativo di delegittimarlo attraverso la critica alla sua esuberanza o alla sua fede calcistica è un riflesso condizionato di chi teme la sua storia.
E alla fine della conversazione giornalistica, guardando a questo inizio 2026, Ignazio La Russa tra bilanci e prospettive si conferma l’architrave di una destra che non rinnega le proprie radici, ma che si sente pienamente legittimata a difendere i valori di libertà della Costituzione. Affrontando sfide referendarie e sulle future riforme con la serenità di chi ha attraversato decenni di storia repubblicana.