Il 2026 dei diritti
«La disabilità non è un superpotere. Basta con gli stereotipi woke». Parla Emanuel Cosmin Stoica
L'autore del libro autobiografico "Scomodo come la verità" racconta la sua vita con la Sma e avverte sull'ipocrisia di certi proclami inclusivi: «Se non si accetta la verità, non è inclusione: è propaganda».
Emanuel Cosmin Stoica, disability manager di 26 anni, affetto da Sma (Atrofia muscolare spinale di tipo 2), autore del libro autobiografico Scomodo come la verità, che ha presentato anche ad Atreju, racconta la sua esperienza di vita ed esprime la sua gioia per aver recentemente acquisito la cittadinanza italiana.
Cosa rappresenta per te la disabilità?
«La disabilità, per me, non è un’identità da esibire né una narrazione da vendere. È una condizione reale, totale, che attraversa ogni aspetto della vita: il corpo, il tempo, le relazioni, la libertà. Non è una medaglia, non è una colpa, non è un superpotere. È un limite oggettivo che esiste, che pesa, e che va riconosciuto senza ipocrisie. La disabilità ti costringe a guardare il mondo senza filtri: capisci subito se una società è inclusiva per davvero o solo a parole. Perché quando non puoi fare un gradino, prendere un autobus, entrare in un ufficio pubblico, non ti consola nessun manifesto. La disabilità non ti rende automaticamente più buono, né più saggio. Ti rende più consapevole. E spesso più solo. Ed è proprio da quella solitudine che nasce la mia voce pubblica: non per chiedere compassione, ma per pretendere verità».
Credi che la nuova cultura inclusiva e woke abbia portato una visione migliore o più stereotipata della disabilità?
«Ha prodotto una visione più stereotipata, più falsa, più comoda per chi non vive la disabilità. Il mondo woke ha bisogno di simboli, non di persone. E il disabile diventa così una figura bidimensionale: o eroe motivazionale che “ce l’ha fatta nonostante tutto”, o eterno fragile da proteggere come un bambino. In entrambi i casi, non siamo mai adulti, mai complessi, mai scomodi. Non possiamo essere arrabbiati, sessuali, politici, contraddittori. Se osi uscire dal copione, vieni attaccato proprio da chi dice di difenderti. Questa cultura non ascolta i disabili: li usa. Parla di inclusione, ma non tollera il dissenso. E una inclusione che non accetta la verità, anche quando disturba, non è inclusione: è propaganda».
Gli attacchi social che hai subìto dipendono da ignoranza o da una mancanza di sensibilità?
«Dipendono da ignoranza, mancanza di sensibilità e, soprattutto, da codardia. I social hanno sdoganato la violenza verbale mascherandola da opinione. Chi attacca spesso non conosce la disabilità, ma non vuole neanche conoscerla: preferisce giudicare, ridicolizzare, colpire. Io credo che molti attacchi nascano dal fastidio. Do fastidio perché non mi comporto come “dovrei”. Perché non chiedo scusa per esistere. Perché non ringrazio per le briciole. Essere disabile e non riconoscente, non allineato, non silenzioso è ancora oggi inaccettabile per molti. E allora colpiscono. Ma io resto. E parlo».
Legge 104, legge sul “Dopo di noi” e “Progetto di vita”. Cosa serve davvero per migliorare la vita dei disabili?
«Serve smettere di pensare che basti una legge per risolvere un’esistenza. La 104, il “Dopo di noi”, il “Progetto di vita” sono strumenti importanti, ma oggi sono spesso gusci vuoti, applicati male, tardi o per finta. Quello che manca è la continuità. Manca una presa in carico reale, dalla nascita alla vecchiaia. Mancano servizi funzionanti, assistenza garantita, famiglie sostenute davvero e non lasciate sole fino allo sfinimento. Il progetto di vita non può essere una parola elegante per nascondere l’assenza dello Stato. Serve lavoro vero, non tirocini finti. Serve autonomia possibile, non raccontata. Serve dignità quotidiana, non convegni. La disabilità non si risolve con l’empatia: si affronta con responsabilità».
Cosa significa per te essere diventato italiano?
«Diventare italiano per me non è stato un passaggio burocratico, ma un momento fondativo della mia vita. L’Italia mi ha dato molto più di quanto spesso si riconosca: mi ha dato cure, diritti, protezione, possibilità. Mi ha dato una seconda casa quando il futuro era fragile e incerto. Di questo sono profondamente riconoscente. Il giorno del giuramento è stato uno dei più belli della mia vita. Un momento solenne, che porto dentro con orgoglio. Pronunciare quelle parole significava dire: io appartengo, io rispetto, io mi assumo una responsabilità. Viene subito dopo un altro giorno fondamentale: la proposta di matrimonio alla mia futura moglie, Anita. Famiglia e Patria. Le due colonne. Essere italiano, per me, significa anche questo: sapere di aver ricevuto tanto e desiderare, un giorno, di poter restituire. Anche solo in minima parte. Con il lavoro, con l’impegno civile, con la voce, con la testimonianza quotidiana. Io non ho mai preteso un’Italia perfetta. Mi basta un’Italia che riconosca chi la ama. E io, questo Paese, lo amo abbastanza da volerlo servire».