Compagni privi di argomenti
Il Pd si ricompatta solo su Trump e i morti del Minnesota per chiedere alla Meloni di “riferire in Parlamento”
Elly ci sei o ci fai? I compagni capitanati da Schlein trasformano ogni fatto americano in una chiamata in causa del governo italiano, dimenticando i disastri dei loro vecchi amici d’Oltreoceano
«Meloni riferisca in Parlamento». È diventata una formula automatica, una specie di intercalare politico. La si può applicare a tutto: a Minneapolis come a Manhattan, all’Ice come alla Groenlandia, a un’operazione militare come a un qualsiasi gesto di The Donald. Basta che l’episodio accada negli Stati Uniti e che alla Casa Bianca sieda un repubblicano: il partito democratico italiano sente il dovere di chiamare in causa Palazzo Chigi, come se fosse una succursale di Washington.
Succede in Minnesota, il Pd chiama Roma
È successo di nuovo con il Minnesota. Minneapolis, un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement finita nel sangue, immagini discusse, accertamenti in corso negli Stati Uniti. Un fatto grave, che riguarda le regole d’ingaggio di una forza federale, la catena di comando americana, il sistema giudiziario Usa. Materia interna, complessa, ancora da chiarire. Ma dal Nazareno la dinamica è già decisa: «Meloni riferisca».
Il disco rotto: “Meloni condanni”
«Un altro cittadino ucciso dalle squadracce dell’Ice, un altro assassinio autorizzato dall’amministrazione Trump. La nostra condanna è totale», dichiara Francesco Boccia. E poi: «chiediamo a Giorgia Meloni di esprimere la ferma condanna del governo italiano nei confronti del presidente americano e della sua amministrazione. Oggi tacere significa scegliere e deve dirci se le affinità ideologiche portano l’Italia a condividerne i metodi». Beatrice Lorenzin rincara: «Mentre negli Usa si uccidono civili disarmati durante operazioni federali e migliaia di cittadini scendono in strada, Meloni propone il Nobel per la pace a Trump. È questo il modello che vogliamo? È questa l’idea di sicurezza, di ordine, di democrazia che dobbiamo importare in Italia?». Sandro Ruotolo chiude: «Il governo italiano tace. Un silenzio assordante».
Trump non è Meloni, Chigi non è la Casa Bianca
Il copione è sempre lo stesso. Trump agisce, il Pd convoca idealmente Meloni. Come se l’Italia dovesse rispondere politicamente di ogni scelta dell’esecutivo americano. Come se l’alleanza atlantica implicasse una subordinazione morale permanente. Gli Stati Uniti sono il principale alleato dell’Italia; Trump è il presidente eletto; Meloni è l’interlocutore naturale per ruolo e per affinità politiche. E quindi? L’alleanza non trasforma il Parlamento italiano in un tribunale delle mosse statunitensi.
Tutti i disastri degli amici della sinistra
Il vero nodo è l’indignazione a corrente alternata. Perché questa foga nasce da una memoria che si accorcia quando non conviene. La stessa sinistra che oggi brandisce il Minnesota come una clava ha santificato per anni Barack Obama, elevandolo a icona etica prima ancora che politica. Eppure il suo bilancio reale racconta altro: Medio Oriente devastato, Siria e Libia collassate, Yemen in guerra, Afghanistan mai davvero pacificato, lo Stato Islamico capace di prosperare nel caos. Ma allora nessuno chiedeva a un premier italiano di “riferire”: si celebrava, si applaudiva, si rimuoveva.
Con Joe Biden la scena si è ripetuta. Stessa retorica, stessi silenzi. L’Ucraina sostenuta a metà, con prudenza paralizzante, armi consegnate tardi e con vincoli soffocanti. Una guerra trattata come una crisi da amministrare, non come un conflitto da risolvere. Il risultato è un conflitto allungato a dismisura, a vantaggio di Mosca, in un Paese che per la famiglia Biden non è solo un fronte di guerra, ma anche il luogo di antichi e imbarazzanti intrecci d’affari.
Il nuovo totem
Intanto, mentre il Pd si agita nei talk-show, la realtà americana smentisce la sceneggiatura. Mamdani, appena eletto e subito trasformato in totem progressista, una volta insediato come sindaco di New York ha fatto ciò che fanno i politici quando smettono di fare propaganda: ha incontrato Trump, ha aperto un canale diretto, ha scelto il pragmatismo. Foto sorridenti, contatti costanti, nessuna scomunica. Ma dal Nazareno non lo si vede: troppo impegnati a urlare «antidemocratico» – come ha fatto la scorsa settimana Debora Serracchiani – dagli studi televisivi di La7.
L’eco che sostituisce l’opposizione
Alla fine resta l’immagine di un partito che non fa opposizione, ma eco. Non parla d’Italia, parla d’America. Non contesta una linea nazionale, ma importa indignazione. Ogni fatto Usa diventa un pretesto, ogni passo di Trump un’occasione per chiedere conto a Meloni. Nel frattempo, il mondo va avanti senza aspettare mozioni, e la realtà – quella vera – continua a non chiedere il permesso al Pd.