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Il “made in Italy” vince anche sul nucleare, ma a beneficio degli stranieri. Ora il tema torna il Parlamento

In arrivo nuove regole

Il “made in Italy” vince anche sul nucleare, ma a beneficio degli stranieri. Ora il tema torna il Parlamento

Economia - di Marzia Mazzoni - 29 Gennaio 2026 alle 18:03

Lo scorso martedì, alla Camera dei Deputati, le Commissioni Ambiente e Attività Produttive hanno audito sindacati, associazioni, centri di ricerca e imprese sul disegno di legge C. 2669 — la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile.
È un passaggio che merita attenzione. Dopo i referendum del 1987 e del 2011, è la prima volta che il Parlamento italiano affronta la materia in modo organico, con l’obiettivo dichiarato di definire un quadro normativo per la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale.
Il DDL non costruisce centrali: è una legge delega che traccia il perimetro entro cui il Governo dovrà legiferare nei prossimi mesi. Prevede un Programma nazionale, l’istituzione di un’Autorità indipendente per la sicurezza nucleare, la disciplina per i reattori modulari di nuova generazione (SMR e AMR) e per la fusione. È, in altre parole, il primo passo concreto verso una possibile riapertura.

Il paradosso italiano sul nucleare e il Parlamento che riapre il dossier

C’è però un fatto che il dibattito pubblico tende a ignorare: l’Italia ha chiuso le proprie centrali, ma non ha mai smesso di costruire componenti per il nucleare.
Mentre la politica discuteva se il nucleare fosse o meno nel futuro del Paese, un pezzo di industria italiana continuava a lavorare per i principali programmi nucleari al mondo. L’Italia è uno dei principali membri del consorzio europeo per la fusione, con 20 soggetti — tra università, istituti di ricerca e industrie — coordinati da ENEA. Aziende come Ansaldo Nucleare, Walter Tosto e Belleli Energy forniscono componenti critici per ITER, SPARC, DTT e JT-60SA. A Frascati, l’ENEA sta costruendo il DTT (Divertor Tokamak Test), un impianto da oltre 600 milioni di euro previsto dalla Road Map europea per la fusione.
E non si tratta solo di fusione. Sul fronte della fissione avanzata, Newcleo sta sviluppando reattori modulari raffreddati a piombo con il supporto di partner industriali italiani. Nel giugno 2025, l’Italia ha aderito all’Alleanza per il Nucleare Europeo, il gruppo di 14 Stati membri che sostiene il rilancio dell’energia atomica nel continente. In parallelo, Leonardo, Enel e Ansaldo Energia hanno costituito Nuclitalia per studiare le opportunità di mercato nel nuovo nucleare.

Una filiera da non disperdere

I numeri europei parlano chiaro: si stimano investimenti per 100 miliardi di euro l’anno e un milione di posti di lavoro nel settore nucleare. In questo scenario, l’Italia ha un vantaggio competitivo che rischia di non sfruttare: una filiera manifatturiera già qualificata, con certificazioni internazionali (ASME, F4E), esperienza su progetti complessi e capacità ingegneristiche riconosciute.
Il punto, però, è che queste competenze oggi lavorano quasi esclusivamente per l’estero. I componenti escono dagli stabilimenti italiani e finiscono in Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone. L’Italia esporta know-how nucleare, ma non lo utilizza sul proprio territorio.
Il DDL C. 2669 potrebbe cambiare questa situazione, a patto che i decreti attuativi siano all’altezza. Servono tempi certi, un’Agenzia di sicurezza con risorse adeguate, meccanismi di qualificazione che valorizzino le competenze già acquisite dalle imprese italiane invece di ripartire da zero con certificazioni nazionali ex novo.

Una questione di coerenza

Chi lavora nella transizione energetica sa che la decarbonizzazione non si fa con una sola tecnologia. Le rinnovabili sono essenziali, ma non sufficienti a garantire la stabilità del sistema elettrico e a soddisfare la domanda crescente di energia — soprattutto quella dell’industria pesante e dei data center, sempre più affamati di elettricità programmabile.
Nel 2022, la fissione nucleare è stata la seconda fonte di energia elettrica carbon free al mondo, superata solo dall’idroelettrico. Il nucleare non è un’alternativa alle rinnovabili: è un complemento. Lo dice la tassonomia europea, che lo ha incluso tra le fonti sostenibili. Lo dicono i Paesi — una ventina — che alla COP28 di Dubai hanno sottoscritto l’impegno a triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050.
L’Italia ora deve decidere se vuole essere parte di questo scenario o limitarsi a guardarlo da fuori, continuando a esportare competenze che altri utilizzeranno. L’audizione di martedì è stata un segnale. Le imprese della filiera hanno portato la propria voce in Parlamento. Ora tocca al legislatore dimostrare che quella voce è stata ascoltata.

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di Marzia Mazzoni - 29 Gennaio 2026