Il 2026 della giustizia
«I legami tra toghe e politica sono a sinistra. Sulla riforma la buttano in cagnara perché non hanno argomenti». Parla Sallusti
Il giornalista, portavoce del comitato "Sì riforma", fa nomi e cognomi e spiega nel merito perché cambiare la giustizia è necessario: il "sistema Palamara" è «ancora assolutamente in piedi, efficace ed efficiente»
Giornalista professionista dal 1981, direttore de Il Giornale e di Libero, Alessandro Sallusti racconta da oltre 40 anni l’Italia, dai fasti degli anni Ottanta, passando per la caduta della Prima Repubblica, Tangentopoli, la discesa in campo di Silvio Berlusconi e quel 2011 in cui tutto cambiò, a colpi di spread. Autore, con l’ex magistrato Luca Palamara, di Il Sistema, libro intervista che nel 2021 scoperchiò il vaso di Pandora, raccontando il verminaio in cui si era trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura, oggi è portavoce del comitato Sì Riforma, presieduto dall’ex vicepresidente della Corte Costituzionale ed ex componente del Csm Nicolò Zanon, a sostegno della riforma Nordio.
Il 2026, appena cominciato, si preannuncia cruciale la politica italiana: manca poco più di un anno alla fine della legislatura, la campagna elettorale per le politiche del 2027 è già iniziata ma prima c’è da affrontare per lo snodo fondamentale del referendum sulla giustizia. Trasformare il voto della prossima primavera in una chiamata alle armi contro Giorgia Meloni è l’unico modo che il fronte del no ha per tentare di vincere?
«Questo è senza dubbio l’intento delle opposizioni che, peraltro, smentiscono se stesse: la separazione delle carriere era nel programma del Partito democratico e sul tema anche il Movimento 5 stelle in passato aveva dato pareri più che positivi. Il tentativo è di buttarla in politica, scappando dai temi della riforma. Se restiamo sul merito, quello che ritengo essere il più autorevole giurista italiano, Augusto Barbera, che è stato deputato del Pci e presidente della Corte Costituzionale, in un’intervista al Corriere ha ampiamente spiegato perché è giusto votare sì. Alle opposizioni, a cui mancano gli argomenti, serve buttarla in cagnara, sostenendo anche delle cose che non sono affatto previste dalla riforma, come il pericolo assoggettamento del Pm al potere dell’esecutivo: se nel testo fosse scritta una cosa simile, io sarei il primo a votare contro. L’espediente di ipotizzare simili scenari apocalittici lascia il tempo che trova, è debolissimo e contraddittorio: lo stesso Gratteri sostiene che questa riforma faccia nascere un super Pm. Allora delle due l’una: o il Pm diventa servo del governo o è un super Pm. Le due cose, ovviamente non possono stare insieme».
L’Associazione nazionale magistrati, che ha costituito un comitato per il no, lavora contro la riforma da mesi e si rivolge agli italiani autoattribuendosi il ruolo di custode della Costituzione e della democrazia e paventando rischi per l’equilibrio dei poteri e la tenuta democratica del Paese.
«Io sono un liberare, per me il Pm può esprimersi come qualunque altro cittadino. Ma quando esce dal suo alveo di competenze specifiche e si mette a dare giudizi politici o a ipotizzare teoremi, il suo parere vale quanto quello del mio portinaio. Gratteri può avere le opinioni che vuole ma, mentre se si parla di lotta alla mafia o al narcotraffico certamente ne sa più di me e quindi il suo parere deve valere più del mio, quando parla di scenari politici è un signore qualunque, non ha nessuna autorevolezza superiore a quella di chiunque altro. Questo tema del rapporto tra magistratura e politica, a cui loro si appellano per sostenere le ragioni del no e per sfuggire dai temi veri della riforma, esiste già oggi – come abbiamo raccontato nel libro intervista a Luca Palamara – e il problema è proprio questo: come spezzare questo legame. La prova di quello che dico è nei fatti. Basta guardare, ad esempio, alla figura del Procuratore nazionale antimafia: si tratta, probabilmente, del più importante tra i Pm. Bene, gli ultimi quattro magistrati ad aver ricoperto questo ruolo sono tutti legati alla sinistra. Quello attuale, Giovanni Melillo, è stato capo di gabinetto del ministro Orlando, quello precedente, Federico Cafiero De Raho, è attualmente senatore del Movimento 5 stelle, quello ancora prima, Franco Roberti, è stato eurodeputato del Pd e Piero Grasso è stato parlamentare di sinistra e presidente del Senato. Il Pm più importante d’Italia, il giorno dopo aver cessato il proprio mandato, è stato sistematicamente eletto con la sinistra e i magistrati hanno il coraggio di parlare di una volontà di questo governo di assoggettare i Pm alla politica? I Pubblici ministeri sono già assoggettati alla politica. Persino Di Pietro, l’eroe di Tangentopoli, oggi favorevole al sì, un attimo dopo aver lasciato la procura di Milano è andato a fare il senatore del Pds e lo stesso dicasi per D’Ambrosio. Il legame tra politica e certa magistratura è nei fatti. Lo stesso Gratteri, che non fa parte di nessuna corrente, quando fu chiamato da Renzi a fare il ministro della Giustizia non rifiutò, anche se poi Napolitano si oppose».
Lei che lettura dà della riforma?
«Questa riforma non risolverà tutti i mali della giustizia, non impedirà tutti gli errori a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni ma se immaginiamo la giustizia come una casa da ristrutturare, occorre guardare prima alle fondamenta, altrimenti ogni altro intervento si rivelerà inutile perché verrà travolto dal crollo di un edificio fatiscente. Una volta sistemate le fondamenta, si può pensare alla manutenzione ordinaria. E la riforma della giustizia è esattamente questo: una manutenzione straordinaria di cui il sistema ha urgentemente bisogno. Certo, ci vorranno anni perché la riforma venga messa a terra e se ne possano cogliere i frutti ma, senza questa riforma, aspetteremo un tempo infinito senza che qualcosa accada. Assumere magistrati e personale serve, sì, ma nella misura in cui il sistema giustizia viene messo in sicurezza dalle fondamenta. Chi dice che la separazione delle carriere non serve perché solo pochi magistrati cambiano funzione ogni anno non centra il punto: come ha spiegato chiaramente Palamara, il problema è che oggi abbiamo un unico Csm in cui avviene un sistematico scambio di favori tra giudici e pubblici ministeri, gli uni eletti con i voti degli altri. Un cortocircuito evidente che dimostra come la vera necessità sia separare i Csm in modo che i Pm si occupino dei Pm e i giudici dei giudici. Solo così il giudice potrà essere davvero terzo e imparziale».
Separazione delle carriere, sorteggio del Csm, istituzione dell’Alta corte disciplinare: sono questi i tre pilastri della riforma. Cosa teme di più la magistratura?
«Sicuramente il sorteggio che ammazza le correnti: anche su questo punto l’obiezione che il sorteggio non garantirebbe la nomina dei più competenti è infondata. Il sorteggio intanto sarà ponderato e avverrà tra soggetti titolati e vincitori di un concorso. In ogni caso, se un magistrato è abbastanza competente per comminare l’ergastolo a un cittadino, a maggior ragione sarà in grado di decidere le nomine dei suoi pari. Sostenere il contrario significa ammettere che ci sono dei giudici e dei Pm che non sono in grado di fare il loro mestiere. Al netto di questo, è ovvio che poi sarà una legge ordinaria a regolare il sorteggio, stabilendo i titoli minimi richiesti e il perimetro entro cui scegliere i magistrati da sorteggiare. Peraltro, non è nemmeno così vero che la magistratura sia compattamente contraria alla riforma: nel 2022 l’Anm organizzò un evento, una sorta di autoanalisi collettiva dopo la vicenda Palamara, a margine del quale fu sottoposto ai magistrati un questionario. Alla domanda sulla separazione delle carriere, il 44% dei votanti si disse favorevole. Anche se molti non lo dicono apertamente, quasi la metà dei magistrati è favorevole alla separazione delle carriere, quindi chi sostiene che la magistratura sia un monolite appiattito sulle posizioni dell’Anm mente. Anche molti magistrati in servizio, tra cui il Procuratore di Parma, si sono apertamente dichiarati favorevoli alla riforma».
Come si spiega, di fronte a vicende come quella di Palamara, lo strapotere mediatico di alcuni magistrati, quelli più esposti politicamente e mediaticamente, considerati da molti cittadini grandi custodi della morale? Vengono in mente non solo Gratteri, con le sue inchieste che spesso si sciolgono come neve al sole con centinaia di innocenti che subiscono ingiuste detenzioni, ma anche i casi Scarpinato e De Raho con le note vicende che li hanno interessati in Commissione Antimafia…
«Si tratta di una questione banalmente numerica, di un rapporto di forza: quando l’80% dei giornali e dell’informazione sta da quella parte, l’opinione pubblica è portata a credere alla narrazione del magistrato eroe integerrimo che proviene da questa informazione spudoratamente partigiana. Palamara lo racconta molto bene: il potere giudiziario ha bisogno che i giornali assecondino la sua narrazione e che la politica offra loro una sponda che, storicamente, gli viene fornita dalla sinistra. D’altro canto, a destra non si sa fare propaganda: la propaganda è una scienza che presume un’organizzazione, un network, la capacità di non arretrare nemmeno davanti a una verità conclamata. In questo la sinistra è maestra: anni e anni di propaganda hanno portato a questo stato di cose. Io non parlo per slogan, parlo di cose che ho vissuto: sono l’autore dello scoop con cui il Corriere della Sera raccontò dell’avviso di garanzia a Berlusconi nel 1994. Solo tempo dopo realizzai che quell’avviso di garanzia mi era arrivato dalla Procura di Milano, mentre Berlusconi presiedeva il suo primo vertice internazionale a Napoli, proprio per fargli ancora più male. Guarda caso, quando venne fuori il “compagno G”, Primo Greganti, cassiere del Pds, tutti si misero d’accordo per minimizzare la cosa. Quando, andando avanti, ho realizzato che financo il Corriere della Sera stava diventando l’house organ di quel tipo di magistratura, io ho lasciato e credo di essere stato il primo giornalista della storia ad andare via dal Corriere spontaneamente. Per me non era più accettabile che i maggiori quotidiani italiani decidessero, tutte le sere, chi avrebbero dovuto colpire il giorno dopo.
La sua vicenda personale, con la condanna per diffamazione nel 2012 senza sospensione condizionale della pena e il conseguente arresto, ha inciso nella decisione di spendersi in prima persona a sostegno del sì alla riforma della giustizia?
«È stata fondamentale. Io sono uno dei tanti italiani arrestati e risarciti per ingiusta detenzione e sono stato arrestato perché dirigevo il giornale di Berlusconi ed ero in prima linea nel denunciare quello di cui stiamo parlando. Ho vissuto sulla mia pelle sia la nascita del sistema quando ero inconsapevolmente al fianco delle procure – allora ci credevamo tutti Bob Woodward – e poi ho vissuto sulla mia pelle l’uso politico della giustizia quando si è arrivati ad entrare nella sede di un giornale per arrestarne il direttore. Io sono stato arrestato alla mia scrivania del giornale e alla fine non era vero niente».
Nella narrazione dominante, chi ritenendosi diffamato denuncia un giornalista di sinistra diventa all’istante un nemico della democrazia. Sigfrido Ranucci, annunciando la remissione della querela a suo carico da parte del presidente della Regione Campania Roberto Fico, si è recentemente autodefinito cane da guardia della democrazia.
«Loro non sono il cane da guardia della democrazia, cosa che andrebbe benissimo. Loro sono il cane da guardia del sistema che inquina la democrazia, sono due cose diverse. Ranucci avrà fatto centinaia di puntate di Report: non ne ricordo una in cui abbia fatto da cane da guardia contro l’abuso di potere dei magistrati, sull’arresto illegittimo di Sallusti, sulla persecuzione nei confronti un politico di centrodestra o sugli scheletri nell’armadio che abbondano a sinistra. Perché certe cose ci sono a sinistra come ci sono a destra. Loro sono il cane da guardia di quel sistema e si spacciano per cani da guardia della democrazia perché sovrappongono il sistema alla democrazia. Perché quando io dirigevo il giornale di Berlusconi dovevo essere considerato servo di Berlusconi mentre Ezio Mauro non era un servo di De Benedetti? O siamo tutti e due servi o siamo tutti e due uomini liberi che hanno scelto da che parte stare nella narrazione del Paese. Si sono impossessati della democrazia: “La democrazia siamo noi e chiunque è al di fuori di questo perimetro è un fascista servo di Berlusconi, leccaculo della Meloni…”. Nonostante questo, gli italiani peraltro continuano a smentirli ogni volta che vanno alle urne.
“Un sistema vinto sta per essere sostituito da un altro sistema”: questa frase pronunciata da Palamara nel 2021 si scontra con la narrazione dell’Anm, secondo la quale, dopo l’epurazione dell’ex capo dell’Anm e consigliere del Csm, il correntismo sarebbe solo un lontano ricordo e il Csm un trionfo di trasparenza e meritocrazia. Insomma, in questo racconto la riforma non serve perché la magistratura avrebbe dimostrato, facendo fuori Palamara, di avere gli anticorpi contro le distorsioni del sistema correntizio.
«Il 13 gennaio esce per Rizzoli Il sistema colpisce ancora, in cui proprio con Luca Palamara – che è fuori dalla magistratura ma è ancora dentro a tutti i suoi meccanismi – dimostriamo per tabulas come quel sistema sia ancora assolutamente in piedi, efficace ed efficiente. Ci vogliono far credere che, cacciato Palamara e spostati tre membri del Csm, tutto sia andato a posto. In questo secondo libro si racconta come non sia vero nulla. Solo per fare un esempio, vorrei che mi spiegassero come mai il Pm di Milano Fabio De Pasquale, condannato due volte per avere truccato un processo, sia ancora al suo posto. La risposta che mi danno è che si sta aspettando la sentenza definitiva ma allora perché per cacciare Palamara è bastato l’avviso di garanzia, che peraltro si è rivelato totalmente infondato?».