La riflessione
Ho perso mio padre che amava la vita: il dibattito sull’eutanasia non escluda e non abbia dogmi laici
Nessuno può esprimere giudizi netti su un tema cosi delicato ma nessuno può allo stesso tempo negare il diritto di voler vivere
Nei giorni scorsi ho perso mio padre. Che era molto anziano e ha avuto la fortuna di divere una vita in gran parte serena. E’ un dolore che non conosce però i limiti dell’età, pur essendo purtroppo ineludibile. Mio padre nell’ultimo anno, pur mantenendo intatta la sua lucidità, ha sofferto molto sul piano fisico. E tante volte, in quei momenti, ho pensato al dibattito sul fine vita, che è un tema delicato, profondo, rispetto al quale i giudizi netti sono sbagliati.
La libertà è anche quella di essere credenti
Mio padre aveva il dono della fede. Non dogmatica o clericale, ma semplice e rurale. Credeva che la vita appartenesse a Dio. Soprattutto la sua E per questo io non avrei mai potuto, oltre che amarlo, pensare ad altro, anche se le sue sofferenze aumentavano. Anche se negli ultimi giorni ansimava, con l’ossigeno. Era la partita a scacchi di bergmaniana memoria che sapevo di perdere. Cosi come confesso senza timori che se la sua visione fosse stata diversa o se avesse esplicitamente chiesto di anticipare la sua fine, non avrei avuto dubbi ad accontentarlo. Non giudico chi dinanzi alla sofferenza estrema cerca un rimedio. Ma è sempre necessario e indispensabile rispettare la volontà soggettiva. Che però non deve avere un disvalore dogmatico nella laicità, altrimenti diventa, come dice Papa Leone, “cultura di scarto”.
Esiste il diritto di credere in Dio e di amare la propria vita anche a scapito di chi ti deve assistere? E’ questo il vero dilemma. In un terreno in cui ogni giudizio netto e tranciante diventa impossibile. Ma tutto questo richiama anche a un senso della famiglia e della comunità che è quasi divenuto archeologico e nostalgico nei riflessi della cultura di scarto.
La secolarizzazione non è mai una soluzione
Il mondo ha bisogno di laicità nella misura in cui ogni idea personale è rispettata e tutelata. Ma questo non significa secolarizzare le idee. Le civiltà rurali crescevano intorno all’idea che la morte meritasse rispetto e che la religiosità (anche primitiva se vogliamo) la includesse nel ciclo della bellezza di un’altra vita. E’ il cuore della cultura cristiana. Che la cultura woke ha deriso per certi versi. Molte famiglie non ce la fanno ad assistere un anziano e hanno il diritto sacrosanto di essere aiutate. Del resto, se vedessimo quanto costano le Rsa accreditate ci accorgeremmo che basterebbe spostare le risorse per poter sostenere le famiglie. Cosi come è giusto, e il Parlamento lo sta facendo con garbo e rispetto, accogliere chi ha un’idea esattamente opposta. Ma attenzione a chi pensa che la vita valga se si è sempre giovani, pulsanti, vitali e lo pensa a discapito degli altri. E’ questa la forza di razzismo più sottile che immagina la felicità come assenza di malattia. Come se ad esempio non si possa essere più felici degli altri anche perdendo la vista, o perdendo l’uso delle gambe.
Ragionare senza escludere
Sarebbe utile che su questo tema oltre alle forze politiche anche le diverse visioni culturali non esprimano pareri di supremazia. Perché non è possibile. Ma c’è un diritto alla vita e alla dignità che, in chi perde l’autosufficienza, va sempre garantito. Cosi come va garantito il diritto a credere in una religiosità che non tange nessun diritto altrui. Io avrei voluto che mio padre fosse immortale, come qualsiasi figlio del mondo. Non ho il dono di una grande fede ma ciò non implica che non rispetti chi ce l’abbia o chi, diversamente, non creda a niente. E se per anni non ho tollerato il dogmatismo religioso oggi mi sembra che si avveri la profezia di un ateo come Alberto Moravia: “Il dogma più pericoloso è di quelli che non conoscono Dio”.
La morte non è di destra, di sinistra o di centro e non deve conoscere divisioni. Ma solo un ragionato confronto che ne rispetti la terribile anche se inevitabile presenza.
Rispettare la fede
Francesco d’Assisi ringrazia “sorella morte”. Come annuncio della resurrezione. Visto con gli occhi di oggi sarebbe deriso. E del resto cosa succederebbe oggi se un uomo ricchissimo si spogliasse di tutto, anche dei suoi abiti, diventasse povero e predicasse la povertà? Meglio non dirlo. La storia ci ricorda tante violenze compiute nel nome di Cristo. Oggi si ribalta con una sorta di contro-inquisizione che ridicolizza chi semplicemente pensa che tutto non sia un discorso di materia. Chi pensa che ci sia un’altra vita. Carl Gustav Jung, (figlio di un pastore luterano che aveva un senso della fede opprimente) a chi gli chiedeva, in vecchiaia, se credesse in Dio, rispose: “Oggi io so, non ho bisogno di credere”. Ma la fede è un percorso individuale, che certo non si risolve con la ragione, e che non deve essere smentito da teoremi. Altrimenti si compie il rituale opposto del fondamentalismo ateo.
Noi tutti respingiamo la pena di morte per diversi motivi ma anche e soprattutto perché non assegniamo allo Stato il compito di porre fine alla vita anche del più crudele assassino come sanzione.
Questo incide anche nel dibattito su fine vita e non ha nulla di laico. Mentre è liberale includere le soggettività, il diritto di fede o la sua assenza, come principio di democrazia basilare. La morte è un dolore sempre. Annullarla non è possibile. Ma considerarla meritevole di dignità è il gesto doveroso che tutti dovremmo compiere mentalmente. Io se potessi riporterei in vita mio padre. Ma è un sentimento cosi banale che riguarda qualsiasi figlio o figlia del mondo. Non lo vorrei perfetto o sempre in salute. Per questo quando l’ho perso l’ho subito tenuto dentro di me. E per questo spero che il dibattito sul fine vita sia mosso solo dalla comprensione reciproca. E dalla compassione.
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