Un atto di verità economica
Dazi sui pacchi di piccolo valore: una scelta di responsabilità per far emergere il prezzo nascosto del “low cost” cinese
Non è una stretta protezionistica né una limitazione del libero mercato. La decisione dell’Unione europea di introdurre, dal 1° luglio 2026, una tassa sui pacchi di piccolo valore provenienti da Paesi terzi va letta per quello che è realmente: un tentativo, tardivo ma necessario, di far emergere costi reali che fino ad oggi sono rimasti occultati.
La tassa Ue sui pacchi di piccolo valore dai Paesi terzi
Lo ha spiegato con chiarezza il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič, parlando della più ambiziosa riforma doganale dai tempi della nascita dell’Unione doganale nel 1968. L’obiettivo dichiarato è modernizzare e digitalizzare la gestione dei flussi di merci, mantenendo la fluidità degli scambi ma proteggendo l’integrità del Mercato unico. Un equilibrio sempre più difficile nell’era dell’e-commerce globale.
I numeri raccontano una realtà impressionante: nel solo 2024 sono entrati nell’Unione europea 4,6 miliardi di articoli sotto la soglia dei 150 euro, pari a circa 12 milioni di pacchi al giorno. Un’ondata senza precedenti, alimentata soprattutto dalle piattaforme cinesi come Temu e Shein, basate su micro-ordini a prezzi irrisori e spedizioni frammentate.
Il vero prezzo del “low cost” stile Shein e Temu
Dietro quel “low cost” apparentemente innocuo, però, si nasconde una distorsione profonda. Quei prezzi sono resi possibili da un modello economico fondato sugli extraprofitti del Partito comunista cinese, ottenuti attraverso lo sfruttamento sistematico della manodopera in condizioni che troppo spesso rasentano la semi-schiavitù, oltre a standard ambientali e sociali lontanissimi da quelli europei. Una concorrenza che non è leale perché non gioca con le stesse regole.
Ma c’è un altro prezzo, ancora più invisibile, che stiamo pagando tutti. L’invasione di merci a bassissimo costo sta desertificando il tessuto commerciale delle nostre città. Negozi che chiudono, botteghe storiche che scompaiono, centri urbani svuotati di vita economica e sociale. È un processo che produce costi a valle enormi: degrado urbano, perdita di occupazione, minore sicurezza, indebolimento della coesione sociale.
Costi che oggi ricadono sull’intera collettività, mentre chi acquista online non li percepisce e non li contabilizza nella propria scelta di consumo. È proprio questo il punto politico ed economico della nuova tassa europea – e, su scala nazionale, della proposta italiana di un contributo di due euro a pacco: far emergere una componente del prezzo che finora è rimasta nascosta.
Non una limitazione al libero mercato, ma una tutela
Non si limita il libero mercato quando si chiede trasparenza sui costi reali. Al contrario, lo si tutela. Un mercato è davvero libero solo quando i prezzi riflettono l’insieme delle conseguenze economiche, sociali e territoriali delle scelte di consumo. I centri storici morti sono un costo reale, tanto quanto una tassa doganale. Fingere che non esistano significa scaricarli sul contribuente e sulle comunità locali.
Un atto di verità economica
Chi sceglie di comprare sulle grandi piattaforme globali deve poter sapere fino in fondo quali sono le conseguenze di quella scelta. Non per colpevolizzare, ma per responsabilizzare. La tassa sui piccoli pacchi non è una punizione: è un atto di verità economica. E senza verità, non può esistere né concorrenza leale né un mercato davvero libero.