L’intervista
«Da Trump non si torna indietro. Ma sull’Ue dice le stesse cose di Obama e Biden». Parla Maria Luisa Rossi Hawkins
La voce italiana dagli Stati Uniti racconta al Secolo la strategia americana tra Europa, Cina e alleati: «Il livello di accelerazione che ha impresso alla politica interna e internazionale è irreversibile: sta facendo in pochi mesi quello che altri avrebbero fatto in anni. Meloni? Negli Usa è una superstar»
Donald Trump torna a Davos e lo fa come solo lui sa fare: spiazzando, accelerando, forzando i tempi. Il suo discorso al Forum economico mondiale ha riacceso il dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine globale, sul rapporto con l’Europa e sulla strategia americana verso la Cina. Ne parliamo con Maria Luisa Rossi Hawkins, giornalista italiana, corrispondente dalla Casa Bianca per Mediaset e membro del Foreign press pool presidenziale.
Trump a Davos è stato dirompente. Lei come lo ha trovato?
«Direi coerente nella sua imprevedibilità. Trump aveva annunciato che sarebbe stato un evento “indimenticabile” per gli europei e che avremmo visto cose interessanti. Quando Trump dice una cosa, l’errore più grande è pensare che stia scherzando o parlando per provocare. Donald Trump è un libro aperto: quello che dice va ascoltato, che piaccia o no. Ha in mente un progetto e un programma. Quindi sì, me l’aspettavo».
Molti lo descrivono come agente del caos. Trump crea caos o lo usa?
«Bella domanda. Quella di Donald Trump è una tecnica comunicativa mutuata da Steve Bannon, comunemente detta “flood the zone”. Inondare lo spazio pubblico, sconcertare l’opinione pubblica, gli avversari e perfino i suoi collaboratori più vicini. Il presidente lo fa deliberatamente per spiazzare. Il caos, se vogliamo chiamarlo così, diventa uno strumento: genera confusione, e la confusione può essere funzionale ai suoi obiettivi politici».
Possiamo allora definirlo un acceleratore della storia?
«Sì, nel senso che velocizza i tempi. Forza passaggi che altri presidenti avrebbero gestito con gradualità. E questo vale anche per l’Europa».
Alla fine, sta spingendo l’Europa a diventare adulta…
«Beh, infatti se parliamo dell’Ue, la scossa che Trump ha voluto dare non solo ce la dovevamo aspettare, ma avremmo dovuto prevederla. Trump, Biden, Obama e i presidenti prima di lui parlano tutti la stessa lingua nei confronti dell’Europa. Gli ammonimenti americani sulla Nato e sulla necessità che gli europei si assumano maggiori responsabilità risalgono almeno all’epoca di Kennedy. Cambia lo stile, certo. Trump lo dice senza filtri, sbattendo i pugni sul tavolo. Ma l’interesse americano non cambia, né con i repubblicani né con i democratici. Il messaggio è lo stesso, solo più diretto».
Mentre con molti leader europei il rapporto resta complesso, con Giorgia Meloni sembra esserci una sintonia diversa. Come viene percepita negli Stati Uniti?
«Senza mezzi termini: Giorgia Meloni qui è una superstar. È conosciuta non solo dall’amministrazione, ma anche tra gli elettori di Trump e persino tra i suoi detrattori. È percepita come un leader europeo riconoscibile e arriva da un Paese che negli Stati Uniti gode di una simpatia speciale. Il rapporto con l’Italia non è paragonabile a quello con altri grandi Paesi europei, come la Francia o la Germania. L’Italia è sentita come parte integrante della cultura americana, anche per il peso storico della comunità italo-americana e per quello che rappresenta come “brand” millenario. Meloni viene vista come giovane, risoluta, indipendente. Non deferente. E questo piace molto. In più, c’è un rapporto diretto con Trump: si sentono. Altri leader sono ed erano filtrati, lei no».
Trump però dialoga anche con avversari politici dichiarati. Penso al sindaco di New York Zohran Mamdani e ai contatti frequenti tra lui e il presidente. Come va letto questo fatto?
«Trump è un politico come non ne abbiamo mai conosciuti. Ha scardinato le regole della politica e della diplomazia in una fase in cui l’ordine internazionale si sta riformando. Per lui l’avversario può essere utile quanto un alleato. Mamdani rappresenta una sfida populista, per certi versi speculare. Trump vuole capire, conoscere, misurarsi. Una cosa che spesso non capiamo è che Trump parla direttamente: con Meloni, con Merz, con Rutte, con Mamdani, con Netanyahu. E non mi sorprende affatto che dialoghi con un avversario. Anzi, spesso rispetta più chi lo sfida apertamente di chi gli sta vicino».
Il vero antagonista globale degli Stati Uniti resta però la Cina. Come si muoverà Trump?
«La Cina è il vero nemico degli Stati Uniti, punto. La strategia di Trump è tentare di separare la Russia dalla Cina, riportando Mosca dentro un perimetro europeo e lasciando Pechino scoperta sul fronte occidentale. Se sia troppo tardi lo dirà la storia. Nel frattempo cercherà di sottrarre alla Cina risorse strategiche, terre rare, alleati internazionali. Il caso Venezuela è emblematico: la Cina commercia, ma non protegge. È questo ciò che risulta dopo l’arresto di Maduro. È un messaggio che molti Paesi stanno recependo».
In questo quadro si inserisce anche il duro avvertimento al Canada sui dazi e sui rapporti con Pechino.
«Esattamente. Trump considera inaccettabile che un alleato diventi una porta d’ingresso della Cina nel mercato americano. O peggio: giochi su due tavoli. Per questo ieri ha annunciato tariffe al 100% per Ottawa. Nella sua visione la Cina non si limita a fare affari, ma entra nei Paesi, ne condiziona l’economia, il tessuto sociale e il modello di vita. Dunque, se scegli Pechino, poi ne paghi il prezzo».
Ultima domanda. Tra dieci anni Trump verrà ricordato come il distruttore dell’ordine mondiale o come l’uomo che ha reso inevitabile il nuovo?
«Di una cosa sono convinta: da Trump non si torna indietro. Il livello di accelerazione che ha impresso alla politica americana e internazionale è irreversibile. Sta facendo in pochi mesi quello che altri avrebbero fatto in anni. Sa di avere un tempo limitato e agisce di conseguenza, sempre consapevole di essere l’uomo più potente del mondo. Per questo si comporta da protagonista della storia, che piaccia oppure no. E questo tasso di accelerazione segnerà il mondo per molto tempo, al di là dei giudizi».