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Da Meloni e Merz lezione agli indignati anti-Trump: così si fa l’Europa “first”

L'editoriale

Da Meloni e Merz lezione agli indignati anti-Trump: così si fa l’Europa “first”

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 24 Gennaio 2026 alle 07:47

La sinistra europea, sotto il pennacchio del piccolo Napoleone detto “occhio di tigre”, ha messo a punto un formidabile marchingegno per contrapporsi a Donald Trump: l’indignazione. Il pianto greco per i bei tempi andati in cui il mondo era il bosco incantato, governato dalla magia del diritto internazionale: il tutto stracciato con una zampata dal ritorno del lupo cattivo alla Casa Bianca. Una balla planetaria a cui fingono di credere solo loro e gli influencer di riferimento. Una falsa rappresentazione che cela, in realtà, l’urgenza di una nuova sottomissione che è e rimarrà l’elemento consustanziale alla sinistra post-comunista. Alla perenne ricerca di una “nuova Mosca”.

Trump, al netto del suo protocollo dadaista (con note urticanti anche per i più smaliziati), non è l’agente del caos. Non è la causa del disastro delle relazioni internazionali e del crollo del multilateralismo: semmai ne è l’effetto, la reazione all’ottimismo che ha portato – col favore, alias gli errori, del cosiddetto “Ulivo mondiale” così come dei Neocon – all’avvento di una nuova guerra fredda che stavolta parla per metà cinese e non più cirillico. Ma che vede ancora, almeno per ciò che ci riguarda, l’Europa come preda per chi proviene da Est, anzi proprio dall’estremo Est: non più l’unica ma di certo la più ricca e “disarmata”.

Davanti a questo dato di realtà, indignarsi contro le tesi caustiche sullo stato dell’Ue e la prassi del presidente Maga sulla Groenlandia solo in parte è frutto dell’approccio demagogico alla complessità del momento che stiamo vivendo da parte di socialisti e cespugli rossi. In realtà l’indignazione e l’antiamericanismo last minute vengono utilizzati come l’ultima chance a sinistra, nonostante il voto popolare, per invocare e far valere ancora di più la tecnostruttura di Bruxelles. Dato che – come ha spiegato Carlo Fidanza – ci troviamo «in una legislatura di passaggio», all’ultimo colpo di coda di una Grosse Koalition già cancellata dalla coscienza dei popoli europei, la crisi transatlantica viene sfruttata dagli sconfitti come l’occasione per accelerare la rotta nel vicolo cieco.

L’escalation verbale di Macron, Sanchez e via scendendo, fino ad arrivare ad Elly Schlein, serve a questo: a forzare, ad esasperare le opinioni pubbliche contro Trump sperando così di poter ricalibrare l’asse dell’Ue verso la Francia (il primo) o (tutti gli altri) verso qualcosa che somigli agli Stati Uniti d’Europa. Magari secondo l’utopia radicale e dirigista – sconfessata dagli stessi estensori – del manifesto di Ventotene. E così, una volta scampato il pericolo Trump, resterà, secondo i loro piani, un impianto con cui governare i processi al di là delle volontà nazionali. Una visione «infantile», per dirla con Giorgia Meloni, delle dinamiche in atto nel mondo. O forse peggio: da quelle parti sanno benissimo come stanno andando le cose e stanno lavorando per sostituire l’asse euroatlantico con quello euro-cinese. Per un’Ue che dipenda – dalle tecnologie alle piattaforme – sempre più da una Pechino che ha già invaso, senza alcun bilanciamento, i nostri mercati. Sarebbe il più grande suicidio assistito della storia.

A tutto questo si contrappone il modello sostenuto da Meloni. L’idea di Occidente come perimetro culturale e sociale, dentro il quale Stati Uniti ed Europa trovano i valori (e gli interessi) per affrontare quelle sfide strategiche ed esistenziali lanciate dai nemici esterni – Cina e Russia – e interni: la deindustrializzazione, l’immigrazionismo, i nichilismi della cultura woke. E se gli States hanno trovato una formula e una declinazione per rilanciare la propria agenda, l’America first, adesso tocca all’Europa fare lo stesso. Non in contrapposizione con gli Usa ma sulla scia di una ritrovata ragione sociale stimolata proprio dalla sfida lanciata da Trump: rafforzare la propria autonomia strategica. E con essa la propria sfera di influenza. L’unica strada per non farsi trovare l’unico vaso di coccio fra i vasi di ferro delle altre potenze mondiali.

Un segnale, e che segnale, di questa volontà è giunto dall’incontro a Roma fra la premier italiana e il cancelliere Friedrich Merz. Dove è emerso qualcosa di più, decisamente, del rafforzamento delle pur importanti intese bilaterali fra due grandi Nazioni europee che condividono il destino industriale e la capacità manifatturiera. Si è trattato dell’avvio di un processo inedito che vede la leadership politica più solida d’Europa, quella italiana, e il “motore tedesco” viaggiare sullo stesso binario: competitività, lotta all’immigrazione, superamento del Green deal. Un’agenda italo-tedesca che parla a tutta Europa: non più solo al club ristretto del vecchio asse franco-tedesco, da ieri mandato ufficialmente in soffitta. Realismo, pragmatismo e lotta alla burocrazia, certo, ma anche ritrovata coscienza di dovere interpretare, come comunità di Nazioni, «un ruolo» ambizioso: a partire dalla propria difesa. Che significa sovranità, dunque libertà. Quando si diceva «la via italiana in Europa» si intendeva proprio questo: lavorare a un grande risveglio, fuori dalla cappa della tecnocrazia e da ogni vincolo esterno. Non sono rimaste solo parole.

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di Antonio Rapisarda - 24 Gennaio 2026