Fenomeni globali
Stranger Things e la metafisica del Sottosopra: la comunità come scudo, oltre gli ammiccamenti woke
Ogni elemento della storia diventa metafora di qualcos’altro: di ciò che nascondiamo, di ciò che temiamo, di ciò che possiamo diventare, tra richiami antichi e "mostri" modernissimi. Tutto quello che c'è al di là delle furbizie da showbiz
Tra miti greci, psicanalisi novecentesca, nostalgia anni Ottanta e critica sociale contemporanea, Stranger Things è riuscita nell’impresa di trasformarsi da serie pop a fenomeno culturale globale. Il suo successo risiede nella capacità di parlare a più livelli: narrativo, emotivo, simbolico. Ogni puntata lascia delle tracce per l’episodio successivo, ogni stagione racchiude degli elementi per decifrarne il finale: un modo per far parlare di sé, ma anche per unire gli appassionati e dar luogo a speculazioni e congetture su quale sia il senso della trama non ancora esplicitato dal – per ora – finale, previsto in uscita per il prossimo 01 gennaio 2026 alle 02.00 del mattino.
I colpi di scena di questa prima parte della quinta stagione hanno dato modo di confermare o smontare teorie più o meno audaci portate avanti dalla fanbase, e hanno dato modo di rafforzare visioni filosofiche e metafisiche cui la fortunata serie si presta. Il Sottosopra, il Demogorgone, il Mind Flayer, Undici: ogni elemento della storia diventa metafora di qualcos’altro. Di ciò che nascondiamo, di ciò che temiamo, di ciò che possiamo diventare.
La serie costruisce gran parte del suo immaginario mostruoso a partire dal Demogorgone, figura che affonda le radici nella cultura classica più di quanto si creda. Secondo Boccaccio, questa creatura era una presenza oscura, «avvolta da nuvole e tenebre», tanto indefinita da essere più una minaccia che un personaggio. L’origine del suo nome, però, è quasi ironica: un semplice errore di uno scriba medievale, che trasformò la parola Demiurgon in Demogorgon, generò una delle creature più temute dell’immaginario fantasy contemporaneo.
Una combinazione inconsapevole ma perfetta: daimon, in greco, è sì traducibile come «demone», ma il suo significato originario è «spirito guida», forza intermedia tra uomo e divinità, custode del destino personale. «Gorgone», invece, richiama direttamente alla Gorgone più famosa, Medusa, custode degli Inferi con serpenti al posto dei capelli che pietrificava chiunque ne incrociasse lo sguardo. L’ibridazione produce un’entità che è al tempo stesso guida e terrore, destino e incubo: esattamente ciò che Stranger Things racconta quando fa emergere dal Sottosopra non solo i mostri, ma le parti oscure dell’animo umano.
Il cuore della serie è il Sottosopra, luogo che esiste in parallelo al mondo reale e che lo rispecchia deformandolo. È la materializzazione di ciò che la realtà visibile non mostra: traumi, paure, verità rimosse, abbandono. Una visione che richiama Platone — il mondo sensibile come ombra di qualcosa di più profondo — e Kant, per il quale esistono piani della realtà inaccessibili alla nostra percezione. Ma anche Freud e Jung: il Sottosopra è l’inconscio collettivo; la zona d’ombra che, se ignorata, prende il sopravvento. Non è un luogo “malvagio” in senso tradizionale: è il lato celato e oscuro dell’essere umano al cui interno dimorano i nostri demoni, lasciati crescere per autoprotezione o per dimenticanza.
Le creature del Sottosopra non hanno un’identità propria. Sono funzioni, manifestazioni di un sistema che opera in modo collettivo e impersonale. Il Mind Flayer, in particolare, agisce come una rete che ingloba, controlla, appiattisce ogni differenza: è l’eminenza grigia che gestisce la volontà degli abitanti del Sottosopra. Un terrore modernissimo: la perdita della volontà individuale di fronte a sistemi onnipervasivi, tecnologici o sociali, che ci catturano senza che ce ne accorgiamo.
In questo senso, Stranger Things parla la lingua delle nostre paure contemporanee: l’idea che il male non sia più un volto, ma un algoritmo pervasivo e invisibile. Una mente a sciame che dilaga, pervade e controlla, corrompendo gli animi e insinuandosi fra le crepe dello spirito umano e delle sue fragilità. Se il Sottosopra è l’inconscio collettivo, Undici rappresenta quello individuale: una creatura spezzata e ricomposta, simbolo dell’essere umano manipolato da sistemi che pretendono di plasmarne identità e destino. Il suo potere — nato dal trauma — diventa però forza creativa, come nel pensiero di Nietzsche, secondo cui dal caos interiore può nascere una stella danzante. Undici non apre semplici portali: apre varchi interiori. E lo stesso vale per Will, personaggio trasformatosi in modo silenzioso ma profondo, oggi decisivo per il destino dell’intera storia.
Anche la musica, nella serie, ha un ruolo rituale e dei richiami antichi: è il ponte che permette ai personaggi di ritrovare sé stessi, come un antico canto sacro che connette all’altro-Io, all’origine, al divino. Max che fugge da Vecna sulle note di Running Up That Hill non è solo una scena iconica: è un rito di riconnessione spirituale con cui, attraverso le note, ci si riconnette con la parte luminosa di sé.
La serie insiste sull’idea che il male del Sottosopra non può essere affrontato da soli. La dimensione comunitaria è centrale: il gruppo dei ragazzi, la solidarietà delle famiglie, la fragilità condivisa che diventa forza. È il ritorno all’intuizione aristotelica dell’uomo come animale sociale, e persino a un’etica tribale: «Gli amici non mentono», una formula identitaria che sancisce l’appartenenza e la fedeltà al clan. Allo stesso modo, nella vita reale, così come nella serie, siamo (o dovremmo essere) tutti “felici a metà”: la relazione con l’altro è compromesso, equilibrio, aurea mediocritas. Una lezione che la contemporaneità individualista ha spesso dimenticato e che la saggezza innocente dei giovani protagonisti ci ricorda.
Hawkins, il palcoscenico urbano dove si svolgono le vicende, rappresenta la nostra società: un’iper-normalizzazione del luogo che finge stabilità mentre sotto la superficie ribolle il caos. Laboratori segreti, poteri statali opachi, esperimenti sui bambini: il male non è lontano, è dietro la parete del seminterrato, il buio è realmente oltre la siepe. Stranger Things utilizza gli anni Ottanta non solo come estetica colorata, ma come rifugio emotivo: un passato sicuro per il pubblico e un usato garantito per i produttori. Una nostalgia che per lo spettatore non è evasione nel senso più puro del termine, ma ricerca di radicamento identitario in un tempo percepito come migliore.
La serie è costruita con abilità millimetrica su riferimenti culturali e cinematografici: sono incalcolabili i riferimenti, diretti o indiretti, al patrimonio culturale e cinematografico collettivo di riferimento degli spettatori. Stranger Things resta un prodotto di massa astutamente costruito attorno a un omaggio quasi ossessivo dei cult con cui almeno due o tre generazioni sono cresciute e con molti richiami diretti e indiretti. Questa prima parte della quinta stagione si è distinta prevalentemente per due richiami principali, fra gli altri: Matrix, per il modo in cui sono connessi i bambini a Vecna; Harry Potter, per il modo in cui si manifesta l’unione fra Will e Vecna.
Il risultato è un prodotto pop capace di parlare a chi è nato negli anni Settanta come a chi è nato dopo il 2000: un pubblico intergenerazionale.
Stranger Things è, sotto molti aspetti, un mito moderno che riprende lo schema classico: mondo ordinario, faglia che si apre, catabasi nell’abisso, lotta contro sé stessi, ritorno trasformati. Gli eroi sono bambini impauriti, ma proprio per questo autentici. Il coraggio non è assenza di paura: è difendere ciò che ami e, quindi, ciò che è giusto difendere nonostante la paura.
Non manca, naturalmente, il sottotesto ideologico contemporaneo. Netflix, che di identitario ha ben poco, è ben consapevole che le Arti, su tutte quella cinematografica, non servono solo per descrivere la realtà ma per direzionarne il cambiamento, ed è il caso della volontà politica dell’ideologia woke, oramai di casa a Hollywood e che non perde occasione per inserire sottotesti riguardanti l’omosessualità, anche in maniera più o meno forzata, andando a sovra-rappresentare realtà statisticamente marginali con l’unico scopo di far aumentare la percezione del fenomeno stesso. Immancabile sullo sfondo, anche in questo caso, il sottotesto ideologico che pervade la piattaforma a cui il pubblico, tuttavia, sembra non essersi particolarmente affezionato. Leggere i commenti sui social per credere.
Nonostante ciò, Stranger Things racconta una verità antica: ogni individuo porta dentro di sé un Sottosopra. Una zona d’ombra che può distruggerci o salvarci, a seconda di come la attraversiamo. Il male nasce dal rimosso, da ciò che mettiamo sotto il tappeto; il trauma può diventare potenza, la forza che cerchiamo già si trova dentro di noi; la comunità è il nostro scudo, ed è giusto combattere per essa. E la realtà che vediamo non è mai tutta la realtà.