Chi ha fatto spendere soldi alla Svizzera, pagasse di tasca sua. E’ l’intimazione che arriva ai volontari svizzeri della spedizione “Flotilla” arrivata dal dipartimento federale degli Affari esteri (Dfae), l’equivalente elvetico della Farnesina: nelle scorse settimane le spese sostenute dalla diplomazia svizzera per rimpatriare i “portatori di cibo” a Gaza, fermati dalle autorità israeliane, sono state dirottate sui 2o cittadini imbarcati insieme a Greta e agli altri filo-palestinesi: si tratta di fatture comprese tra 300 e 1.047 franchi che equivalgono a una cifra fino a diecimila euro, che la Svizzera accolla ai membri della Ong Waves of Freedom, una Ong attiva da anni nelle iniziative marittime per la Palestina. La Confederazione richiede il rimborso delle spese consolari e di emergenza sostenute durante la detenzione degli attivisti nella prigione israeliana di Ketziot, nel deserto del Negev.
La decisione del governo elvetico si basa sulla legge federale sulle persone e le istituzioni svizzere all’estero, entrata in vigore nel 2015, che stabilisce un principio cardine: chi non rispetta i consigli di viaggio ufficiali può essere chiamato a rimborsare i costi dell’assistenza consolare ricevuta. L’Italia, nonostante avesse definito la missione “pericolosa e irresponsabile” per bocca della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aveva comunque inviato due fregate della Marina militare e il ministro degli Esteri Antonio Tajani si era attivato per mediare il rilascio dei 58 italiani detenuti. E per il momento non ha chiesto i danni.