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Una manifestazione din ricordo di Charlie Kirk. Nel riquadro, il libro di Paolo e Francesco Filipazzi “Il Grande Risveglio”

Da de Maistre a Charlie Kirk

“Il Grande Risveglio” dell’America cattolica: un manifesto per il conservatorismo rinnovato, oltre il saggio storico

Il libro di Paolo e Francesco Filipazzi ci invita a discernere la Provvidenza nelle tensioni del presente e a riscoprire in quest'epoca di crisi universalista una grande visione mistica anche per la politica

Politica - di Boni Castellane* - 30 Novembre 2025 alle 07:00

*Pubblichiamo la prefazione al libro di Paolo e Francesco Filipazzi “Il grande risveglio. L’America da de Maistre a Charlie Kirk” (Eclettica edizioni), firmata dall’editorialista Boni Castellane.

Con un approccio che lega storia del pensiero politico, teologia e geopolitica, questo libro vuole avanzare la tesi dell’esistenza di un leitmotiv che collega il controrivoluzionario savoiardo Joseph de Maistre alle figure contemporanee del trumpismo, passando per Edmund Burke, Alexis de Tocqueville e il movimento conservatore giovanile incarnato sia da Charlie Kirk, sia dalle nuove forze della rinascita cattolica anglosassone.

In un momento in cui l’America affronta una “doppia crisi” – quella nazionale e quella ecclesiale – e vive in maniera particolarmente acuta, con le asprezze tipiche del Paese “non per vecchi”, l’instaurazione dei due mondi, gli autori propongono un grande risveglio spirituale e politico per ridisegnare l’Occidente, sfidando l’universalismo liberale e il materialismo individualista.

Joseph de Maistre (1753-1821) è una figura centrale in questo discorso, oltre ad essere il pensatore di riferimento degli autori. Considerato uno dei padri intellettuali del conservatorismo moderno, de Maistre incarna una reazione viscerale alla Rivoluzione francese, vista non come un evento storico isolato, ma come l’apertura di un’epoca demoniaca dominata dal caos e dal sovvertimento dell’ordine divino. La sua opera, intrisa di cattolicesimo ultramontanista, difendeva la supremazia della Chiesa e della monarchia assoluta, insistendo sulla necessità di un’autorità spirituale e temporale per contrastare l’anarchia rivoluzionaria; una necessità, quindi, trascendentale ancor prima che teologica o politica.

De Maistre, non dimentichiamolo, fu un grande critico delle costituzioni scritte nate da deliberazioni umane razionaliste, ed indicava, al contrario, la strada della sapienza insista nelle consuetudini storiche forgiate dalla Provvidenza – un’idea che riecheggia il suo scetticismo anche verso il sistema americano, descritto come un esperimento fragile seppur non paragonabile alla tabula rasa francese. Eppure, come si nota nel libro, de Maistre aveva già intuito negli Stati Uniti la tensione tra conservazione e innovazione come chiave di lettura fondamentale per comprendere l’intera storia americana.

La sua influenza sul conservatorismo contemporaneo è profonda: pensatori moderni, attuali più che mai, lo citano per giustificare un ritorno all’ordine gerarchico e alla teocrazia contro il progressismo secolarizzato. Ed è quindi opportuna la scelta degli autori di accostare de Maistre a J.D. Vance, politico e scrittore che teorizza un “nuovo credo civile” centrato su famiglia, lavoro e comunità locali, ispirato a un tradizionalismo cattolico reinterpretato dalle nuove generazioni americane.

Questa connessione non è isolata, ma si innesta su una tradizione conservatrice che deve molto a Edmund Burke, il parlamentare irlandese che, nel 1790, pubblicò le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, testo fondante del conservatorismo, e che, a differenza di de Maistre, sostenne le ragioni delle colonie americane contro la madrepatria britannica, vedendo nella loro lotta non una rivoluzione distruttiva ma una difesa delle libertà ereditate e delle consuetudini inglesi. Nel suo Discorso sulla mozione di conciliazione con le colonie del 1775, Burke sottolineò come la libertà americana fosse radicata in un “fiero spirito di libertà” più forte che in qualsiasi altro popolo, derivante da cause storiche, religiose e geografiche, in ciò distinguendo nettamente la Gloriosa rivoluzione inglese del 1689 e la Rivoluzione americana dalla catastrofe francese, sino ad influenzare pensatori come Friedrich von Gentz e John Quincy Adams, i quali videro nell’indipendenza americana una controrivoluzione provvidenziale.

Gli autori riprendono nel testo questa distinzione per argomentare che la Costituzione statunitense, pur innovativa, poggia su basi conservatrici: non un contratto razionale, ma un’evoluzione organica sotto la guida della “mano invisibile” della Provvidenza, come suggerito da de Maistre.

Un altro pilastro di questa analisi è Alexis de Tocqueville ed il suo profetico La democrazia in America. Tocqueville osservava come gli Stati Uniti, popolati da puritani fuggiti dalle persecuzioni religiose europee, avessero fuso teocrazia e libertà democratica in un’alleanza simbiotica senza, tuttavia, giungere ad ostacolare la democrazia ma, al contrario, rafforzandola: “La religione vede nella libertà civile un nobile esercizio delle facoltà dell’uomo”, e viceversa, la libertà considera la religione come “la salvaguardia dei costumi” e “la garanzia delle leggi”.

Secondo questa impostazione la fede cristiana esercita negli Stati Uniti un “impero sull’intelligenza”, prevenendo gli eccessi del materialismo e dell’individualismo, giungendo così ad un ruolo stabilizzante contro i limiti della democrazia, un’idea che riecheggia acutamente nel “grande risveglio” evocato dal libro: un risveglio che, nel terzo millennio, potrebbe contrastare la “religione del progresso” con un ethos cattolico centrato sui doveri.

Gli autori estendono questa riflessione al contesto attuale, dove la Chiesa cattolica, ferita da scismi latenti, potrebbe allearsi con leader come Vance per un rinnovamento morale. Convertitosi al cattolicesimo nel 2019, J.D. Vance ha trovato nella fede una risposta ai problemi connessi alle sue radici operaie e alle disillusioni del sogno americano, come narrato nel testo il cui successo ha rappresentato l’ingresso naturale, per il suo autore, nella politica attiva: Hillbilly Elegy. Una visione politica provvidenzialmente influenzata dalla Dottrina sociale della Chiesa, una visione che privilegia i doveri familiari e comunitari contro l’individualismo liberale, cercando di rileggere la Rerum Novarum con gli occhi di un uomo caduto nel Globalismo ma al quale la Provvidenza ha fatto dono di un papa americano ed agostiniano.

Vance critica il liberismo estremo e promuove un conservatorismo “post-liberale” che sfidi il Globalismo e la competizione imperiale, inclusa la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ponendosi dunque – ci dicono correttamente gli autori – sia come il “campione del trumpismo” sia come colui che usa l’etica cattolica per “rimoralizzare” l’America.

E mentre l’ex marine e poi vicepresidente degli Stati Uniti d’America inizia il suo, ci auguriamo, lungo cammino, Charlie Kirk, volto giovanile del risveglio conservatore cristiano, viene ucciso da un terrorismo espressione del nichilismo transumanista. L’enfasi di Kirk sui valori culturali tradizionali seppur provenienti dal mondo protestante, basati sull’idea di donne come madri e di uomini come difensori della famiglia mostra anch’essa l’evidente ritorno della necessità religiosa nella vita degli americani in funzione di avanguardia per tutto l’Occidente.

Nell’ultima parte del libro l’analisi si estende da Kirk ai neopuritani, sino al conservatorismo mondiale, includendo in ciò la sfida italiana rappresentata in Italia da Giorgia Meloni, culminando in una riflessione su un futuro “sotto il segno del Leone” che apre a future interessanti riflessioni. Il Grande Risveglio non è solo un saggio storico, ma un possibile manifesto per un conservatorismo rinnovato ed un richiamo alla persistenza dei temi demaistreani. In un’epoca di crisi universalista – con l’America che teme di “morire mondializzata” e la Chiesa che rischia di “uscire da sé stessa” – il testo ci invita a discernere la Provvidenza nelle tensioni del presente e ricorda a tutti noi ciò che Martin Heidegger volle intendere parlando di Gelassenheit: un rifarsi alla grande visione mistica di Meister Eckhart, talmente grande ed ampia e profonda da investire anche la politica.

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